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Il sito ufficiale di Ferdinando Camon

Ferdinando Camon


Consigli a un esordiente

Metto questo file, "Consigli a un esordiente", per fornire un aiuto agli esordienti che non sanno a chi mandare il loro manoscritto, a chi chiedere una lettura, e se c'è qualcuno disposto a leggerlo, e cosa sono e cosa fanno gli editor e le agenzie letterarie. Leggere manoscritti è un lavoro importante, impegnativo, richiede tempo ed esperienza, e presuppone che chi legge abbia una rete di relazioni editoriali. Poiché non sono in nessuna di queste condizioni, chiedo agli esordienti di non rivolgersi a me, non mandarmi testi in lettura, non chiedermi giudizi: ho fatto questo lavoro e mi assorbiva tutta la giornata, non mi restava neanche un minuto per fare qualcos'alro, ora faccio altri lavori e non riesco mai a farli tutti, ogni sera accantono una parte degli impegni con la cattiva coscienza di chi sa che non potrà affrontarli mai più. Chi mi manda manoscritti senza aver dato un'occhiata al mio sito e letto questo file, compie un atto di disistima. Chi me li manda pur avendo letto questo file, fa una violenza. Se uno legge questi consigli e li segue, una strada da battere la trova.

 

Dire: "Vorrei fare lo scrittore, e pubblicare un libro che ho finito, ma non conosco editori e non so a chi mandarlo", è una contraddizione. Perché significa che colui che scrive così non vuole affatto diventare uno scrittore, non frequenta le librerie, non acquista le riviste letterarie, non sa distinguere un catalogo editoriale dagli altri, non sa a quali scrittori somiglia, chi sono i suoi possibili fratelli. Questa ignoranza è colpa sua. Non deve mandare il manoscritto (né, più tardi, chiedere una presentazione) a uno scrittore scelto a caso, magari perché abita lì vicino, o ha scoperto il suo indirizzo, o ha letto qualche suo articolo. Fare letteratura è come dir messa: non puoi dirla in una chiesa qualsiasi, la prima che incontri, devi cercarne una della tua religione. Se un esordiente manda un manoscritto a un autore, così facendo lo sceglie come padre, e non lo può scegliere a caso: deve prima averne letto i libri, e averli sentiti come paterni. Lo stesso vale per chi chiede una prefazione, o una presentazione. Chi vuole esordire, e ha qualche poesia o qualche racconto pronti, deve visitare il reparto riviste di una buona libreria (le Feltrinelli tengono le riviste tutte insieme, in un unico angolo; ma anche tante altre librerie lo fanno), acquistare quelle che lo interessano di più, abbonarsi a quelle che ospitano una letteratura che sente come fraterna, e mandare alla redazione qualche brano di ciò che ha scritto. Ci sono riviste apposite per gli esordienti. Non sta bene presentarsi a un editore con un'opera completamente inedita. Fa una migliore impressione mettere, in testa al libro che si presenta, una noticina che dica: "Alcuni di questi racconti (o di queste poesie) sono usciti su…", e qui indicare tre-quattro riviste serie. Non bisogna mai credere che le riviste, e gli editori, rifiutino un esordiente perché è un esordiente. In realtà, gli editori vanno sempre in cerca di un buon esordiente: scoprire un autore nuovo, che valga e che duri, è la loro massima ambizione. Se rifiutano, vuol dire che l'opera che gli è stata presentata non li convince. L'autore deve domandarsi perché. Deve anche domandarsi perché la sua opera dovrebbe essere pubblicata e letta, a cosa serve, perché uno dovrebbe spendere 15 euro per acquistarla. Più sincero è nelle risposte che si dà, più presto capirà se la scrittura è la sua strada o no.
L'esordiente che vuole una lettura e un giudizio sul suo manoscritto, non deve rivolgersi a uno scrittore, che fa altri lavori e può essere occupato per mesi o anni, ma a un editor: ce ne sono tanti, conoscono editori e programmi editoriali molto meglio di ogni scrittore, rispondono relativamente in fretta, lavorano a pagamento, ed è giusto pagarli anche quando il manoscritto viene restituito o non giunge a pubblicazione. L'esordiente che dice: "Non conosco editor", deve rileggere le prime righe di questa nota. Ci sono elenchi di agenzie letterarie in Internet, son lì che aspettano. Basta cercarle. Il peggiore degli approcci è quello per interposta persona: in sostanza, una raccomandazione. Gli editori non rispondono nemmeno. Il peggiore dei peggiori è quello che chiede a un critico se può impegnarsi a recensire, o presentare, o leggere, un manoscritto o un libro, che non gli è mai stato inviato, e che gli sarà inviato soltanto dietro suo impegno: messa così, la domanda rivela verso il critico o autore una forma di malcelato disprezzo.

 

 

Premio Strega

Non so nulla del Premio Strega, non so chi siano a organizzarlo, chi siano i votanti, dove avvengano le riunioni, come si faccia da padrino a un concorrentre. Ho vinto questo premio per una semplice ragione: l'organizzatrice di allora era sdegnata perché da dieci anni consecutivi il premio lo vinceva sempre lo stesso editore, perciò cercava un editore nuovo, che avesse un autore nuovo, che vivesse in provincia. Lesse il mio libro appena uscito e fece un viaggio da Roma a Milano per parlare col mio editore e convincerlo a farmi partecipare. Non so cosa sia poi avvenuto, chi abbia votato per me e chi no, e non desidero saperlo. Non sono più stato alle riunioni del premio, non so cosa avvenga. Non ho mai presentato nessun concorrente. Non so nemmeno come si fa. Prego chi vuole partecipare di non chiedermi di fargli da padrino.

 

 

Recensioni

Le recensioni sono un genere giornalistico in decadenza. Il pubblico non le ama. Il "Corriere" le ha abolite, "Repubblica" le riduce a schede, "La Stampa" ha ancora un vero supplemento-libri ma riserva a se stessa il compito di decidere quali libri van recensiti e chi deve occuparsene. È un metodo che non mi piace, ma io scrivo su questo giornale, e il giornale funziona così.

 

 

 

Etica dello scrivere

 

Ci sono molti lavori per i quali un'etica va imposta o conquistata: un rapporto morale con quello che si fa, per farlo con sincerità, con adesione, con verità. Ma c'è un lavoro che ha l'etica dentro di sé, e se non ce l'ha fallisce, non comincia neppure, crolla ad ogni passo. Questo lavoro è quello dello scrivere. Scrivere non è parlare. Parlare vuol dire reagire con le parole a un fatto che accade, mentre accade. Lo scrivere richiede tempo. Il parlare reagisce subito, per provocare nell'ascoltatore una reazione immediata, e di breve vitalità. La scrittura reagisce dopo, a passioni fredde, perché vuol restare a lungo, possibilmente (è il segreto desiderio di ogni scrittore) "per sempre". Perciò chi parla bene non scrive bene, e viceversa. Sono due qualità distinte, una nega l'altra. Conosco uno scrittore che dice: "So perché scrivo: perché non sono il primo figlio". Vera o falsa che sia quest'autointerpretazione, lui vuol dire che in casa la prima risposta era riservata al primo figlio, e lui veniva dopo, e in quel dopo maturava una riposta diversa, più calma, una risposta che aveva la stabilità della forma scritta. Non tutte le forme scritte hanno la stessa durata. Per esempio (io ne sono convinto), la storia dura meno della letteratura. E questo perché la letteratura (poniamo, il romanzo) dura a prescindere dalla verità che racconta, mentre la storia, appena si dimostra che non è vera, cade. Perciò c'è una responsabilità maggiore nello scrivere pagine che durano di più. La responsabilità può essere così alta, e lo sforzo etico di reggere l'impegno così logorante, che la scrittura genera la nevrosi, scrittura e nevrosi diventano la stessa cosa. Quasi mai lo scrittore scrive in pubblico, di solito si nasconde. O nasconde quel che scrive. Tolstoj lo nascondeva dentro gli stivali, dove chi lo spiava andava a frugare non appena lui era uscito. Leonardo lo nascondeva scrivendo da destra a sinistra. Come uno che oggi, usando il computer, mette una chiave d'accesso conosciuta a lui solo. Qui c'è il concetto che l'etica dello scrivere non è mai l'etica del vivere, del vivere in quel momento, ma è la rottura dell'etica imperante, e l'instaurazione di un'etica nuova. Perciò gli scrittori di denuncia sono inaccettabili dall'etica corrente, verranno accettati più tardi, quando si sarà instaurata l'etica che loro collaborano a introdurre. Bassani ha dovuto lasciare Ferrara, Moravia non lo potevan più vedere in Ciociaria, Pasolini è finito addirittura in carcere, Volponi s'e dimesso dal posto di lavoro. Noi viviamo dentro un sistema dove tutte le forze sono in equilibrio, morale-politica-religione-scuola-arte-letteratura-informazione, la luce che illumina i passi della nostra vita viene da tutto ciò che è gia stato espresso, e che crede di essere tutto l'esprimibile: colui che si mette a scrivere esprime qualcosa di nuovo, d'inatteso, e di temibile perché rompe gli equilibri preesistenti, sicché tutto quello che c'è lavora affinché il nuovo non sia detto. Non c'è mai bisogno di un nuovo scrittore. E' lo scrittore che, scrivendo, deve creare il bisogno di sé. Lo scrittore riesce nella misura in cui crea questo bisogno. Da quel momento è un "classico". Scrivendo, comunica un'etica, un'idea di bene, la "sua" idea di bene, che è insieme estetica e morale, che durerà più in quanto estetica che in quanto morale. Questo spiega perché raramente i grandi scrittori, quando cominciano, hanno successo. Perché non sono in sintonia col gusto corrente, il gusto della massa. Una volta Majakovskij si presentò a una conferenza, salì sul palco, cominciò a parlare e fu subito applaudito. "Mi applaudono - pensò con disgusto -, dunque non dico niente di nuovo", e se n'andò. L'incrocio di un'opera col gusto della massa crea il fenomeno noto come best-seller: il best-seller è "sempre" un libro morto, perché è il risultato di un gusto all'apice della diffusione, quindi in fase morente. "Best-seller" e "libro reazionario" sono la stessa cosa. Perciò possono esistere dei manuali su come si scrive un best-seller, con l'indicazione di tutti gli ingredienti, e le relative percentuali: il best-seller deve corrispondere, non inventare, non sgarrare. E se un libro è reazionario, l'autore è reazionario. E se quell'autore, oltre ai libri, scrive articoli, saranno articoli reazionari. Un libro in sintonia col gusto presente è già un libro del passato. Perciò coloro che scelgono i libri da stampare, in una casa editrice, dovrebbero scegliere non libri che li confermano, ma libri che li smentiscono e li seppelliscono. Di tutti i lettori di manoscritti, quello che trovo piu interessante non è il mitico Bobi Bazlen, personaggio dello "Stadio di Wimbledon" di Del Giudice, che affrontava ogni nuovo testo sconosciuto ponendosi la domanda: "Risponde questo libro alla mia idea di libro?", perché voleva vivere nei libri degli altri, che dunque dovevano scrivere perché lui vivesse; domandarsi se un libro c'è o non c'è ponendosi quella domanda, significa costringere il libro a confermarci; no, preferisco l'estetica applicata dall'umile cristiano-comunista Franco Fortini, che di fronte a un manoscritto poetico di Andrea Zanzotto ebbe l'onestà di scrivere suppergiù così: "Nulla di questo libro poetico corrisponde alla nostra idea di libro e di poesia; ma è un libro poetico; e dunque alla domanda: Stamparlo sì o no?, rispondo: Stamparlo subito, purtroppo". In un certo senso, quella parte di cristianesimo-e-comunismo di Fortini che Fortini non riusciva a dire, era detto, in forme non fortiniane, nei versi di Zanzotto. Anche questa è una maniera per vivere oltre se stessi. Dunque, per scrivere. Questa unità tra vivere e scrivere fa sì che si scrive come si vive. La menzogna, l'insincerità nella scrittura è impossibile: il libro falso è quello che si chiama "un libro non-scritto". Lo vedi subito, fin dalle prime righe. L'etica nella scrittura non può essere imposta, o è naturale o non c'è. Uno studioso francese ha scritto un libro sul rapporto tra scrivere e respirare: François Bernard Michel, "Le Souffle coupé, respirer et écrire (Gallimard), per collegare l'asma di Queneau ai suoi problemi esistenziali, la tosse di Paul Valéry ai suoi gridi, l'asma di Marcel Proust alla sua ricerca mortale del senso, lo spasmo alla laringe di Mallarmé alle sue pagine bianche… La conclusione di Michel è: si scrive come si respira. Allo stesso modo noi potremmo trovare una corrispondenza tra le scritture e le nevrosi di Dante, Petrarca, Tasso, Manzoni, e via via fino a Pasolini. Sono etici perché sono autentici, e viceversa. La malattia è il prezzo dell'eticità, il costo della scrittura. Alloo stesso modo io credo che un critico fornito di buoni strumenti possa dire, leggendo una pagina di Parise, se l'ha scritta prima o dopo l'entrata in dialisi. L'entrata in dialisi corrispose ad un diverso scorrimento del sangue nelle vene, e il diverso scorrimento del sangue nelle vene gli dettava un diverso fluire delle parole nella frase, e una diversa cadenza della punteggiatura. Il senso è: scrivi come ti scorre il sangue. Poteva Parise scrivere diversamente? E' come chiedergli di essere in dialisi senza essere in dialisi. La responsabilità sta nello scrivere per come si è. Rispondere della propria scrittura vuol dire rispondere di come si è. Nel mostrare come si è. Nel consegnare quello che sai, quello che sei. Questo è etico. Poiché si vuole scrivere "per sempre", si risponde "per sempre" degli effetti della propria scrittura. Omero ne risponde ancor oggi. Consegnare quello che sei non significa consegnarsi ai contemporanei, che possono non accoglierti, bensì a coloro che verranno. Anche se non sai l'accoglienza che ti faranno. Lo scrittore che fa questo, è etico. Lo scrittore che non fa questo, non è che non sia etico, è che non è uno scrittore.

Da "La saggezza del vivere, tracce di etica", di 28 autori, a cura di Alberto Sinigaglia, Diabasis ed., marzo 2003

 

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