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Ferdinando Camon


Novità - Libri stampati o ristampati di recente

 

 

Esce (aprile 2011) "La mia stirpe", romanzo

Garzanti editore, pagg. 160, euro 14,60

Una telefonata notturna e domenicale è per sua natura minacciosa e portatrice di cattive notizie, quella che squilla nella prima pagina del nuovo libro di Ferdinando Camon – La mia stirpe (Garzanti, pp. 154, euro 14,60) – annuncia che il padre, che «va sui novant’anni», ha avuto un ictus e quindi una paralisi.
Il figlio cittadino, svegliato di soprassalto, arriva per ultimo nel piccolo ospedale «da cittadina di campagna» dove «il grande vecchio» è ricoverato e attorno a lui si sono raccolti premurosi tutti i figli.
L’attesa della morte del padre si trasforma nell’occasione per la resa dei conti, per tentare un bilancio dell’esistenza e prendere coscienza di quanto intanto è avvenuto, per stilare un puntuale inventario del dare e dell’avere, tanto più doloroso e difficile quanto meno i conti tornano e, quindi, è necessario rifarli con rigore, nulla omettendo.  
Cesare De Michelis, “Corriere della Sera –Corriere del Veneto”, 13 aprile 2011

Camon, che ha scritto in anni lontani Un altare per la madre, riferendosi a un manufatto di pietra, compie adesso una operazione analoga erigendo alla figura paterna un monumento di parole. Anche lui si presta a comporre, senza parere, una inedita epica familiare che travalica le generazioni e i secoli, che affonda nell'indistinto delle origini.
Lorenzo Mondo, “La Stampa –Tuttolibri”, 16 aprile 2011

Con quel libro memorabile ("Il quinto Stato") finiva per sempre il populismo rurale italiano, non parlando altro linguaggio, il mondo là restituitoci, che quello «dei dannati»: come notò Luigi Baldacci. I lettori di Camon lo sanno bene: dalla famiglia d'origine, e dal paese natale, quel romanzo fu vissuto come un'empietà, un tradimento e un'abiura. Camon, del resto, è uno di quegli scrittori della vita - tra i nostri imprescindibili - che, in gloria della verità, anche la più sgradevole, hanno pagato sempre dazio.
Ora, ne La mia stirpe, l'immane patriarca giace morente su un letto d'ospedale, circondato dai suoi quattro figli, tra cui lo scrittore. Offeso nella parola da un ictus, riuscirà solo con l'ausilio d'una tavola alfabetica a comunicare il suo ultimo e incredibile desiderio di devoto cattolico: quello d'incontrare il Papa, in ciò realizzando un voto che era già stato di suo padre.
Massimo Onofri, “Avvenire”, 16 aprile 2011

È uno dei tuoi libri più riusciti, per me è il tuo Albero degli zoccoli.
Gianandrea Piccioli, 18 aprile 2011

È un libro che bisogna leggere, «La mia stirpe» (Garzanti, p. 151, € 14,60), il nuovo romanzo di Ferdinando Camon: una delle più importanti voci del secondo Novecento letterario italiano, sopravvissuta al caos del nuovo millennio. Questo libro è un esempio di come la letteratura e la vita si possano legare in un unicum inscindibile, di come l'esperienza di un singolo possa trasfigurarsi attraverso il racconto e diventare epica condivisa dell'esistenza umana e delle sue radici. Ché la stirpe questo è: sangue e cellule; ma anche una catena di segni, sentimenti, ricordi che si ripetono e si riproducono ancorando l'uomo al suo prima e al suo dopo, conferendogli senso e appartenenza. Con i pro e i contro che caratterizzano ogni «fatto» umano.
Massimo Maugeri, “La Sicilia”, Domenica 24 Aprile (Pasqua) 2011

“Vede questi libri? Io ho un modo preciso di sottolineare. Linee orizzontali sotto le righe, linee verticali sul bordo pagina, linee ondulate, asterischi per espressioni che possono tornarmi utili quando mi metto a scrivere. Bene”, continua Camon, “se vado in camera di mio figlio e apro un libro trovo le stesse linee, asterischi compresi. E mi dico: ma io non l’ho mica letto. Ecco, quando non ci sarò più, qualcun altro continuerà a leggere come leggo io”.
Maurizio Caverzan, “Il Giornale”, 26 aprile 2011

 

Esce (novembre 2009) "Figli perduti. La droga discussa con i ragazzi "

Novembre 2009, esce:
Figli perduti. La droga discussa con i ragazzi
Garzanti ed., pagg. 96, euro 12,00

In numerose occasioni Ferdinando Camon - insegnante-scrittore, collaboratore di uno dei primi centri antidroga del ministero dell'Istruzione - ha incontrato gli studenti delle scuole secondarie. Tema degli incontri: la droga, la droga nelle discoteche e nelle scuole, i pericoli, le comunità terapeutiche…
Certo, uno scrittore non è un esperto di chimica e non maneggia medicine: ma sa usare le parole, e le parole sono forse lo strumento migliore per formare le giovani generazioni, e sono indispensabili alla prevenzione. E poi, confida lo stesso Camon, in quelle conversazioni "non insegnavo, ma imparavo anche". Infatti la droga, in questo dialogo franco e appassionato, non viene "spiegata" ma davvero "discussa", proprio a partire da quello che i ragazzi già sanno, o credono di sapere.
"Figli perduti" offre così uno strumento prezioso e utile, ai ragazzi e alle loro famiglie, per confrontarsi in maniera aperta ma ferma con una delle grandi tragedie del nostro tempo.

La civiltà del doping
intervista a Ferdinando Camon
di Lorenzo Fazzini
"Avvenire" 30 ottobre 2009

Ferdinando Camon è uno scrittore molto noto, i suoi libri sono tradotti in 22 lingue; nel 1978 ha vinto il Premio Strega con «Un altare per la madre», cui sono seguiti numerosi romanzi che hanno riscontrato il successo di critica e pubblico. Ma se del suo lavoro intellettuale – scrive commenti anche su questo giornale, così come per Le Monde – molto si sa, Camon ora svela in «Figli perduti. La droga discussa con i ragazzi» (Garzanti, pp. 96, euro 12) il suo (quasi) trentennale impegno contro la piaga della tossicodipendenza. Dai primi anni Ottanta gira le scuole, le realtà giovanili, perfino le sale da ballo, per capire, allertare, dialogare sul rischio di cadere nella trappola di quella che lui stesso, in questo appassionate volumetto, chiama «la civiltà del doping».
Lei incontra gli studenti nelle scuole per parlare di droga. Che impressione ne ha avuto?
Negli incontri fatti – a breve sarò a Trento e a Treviso – non mi sono accorto di avere di fronte a me dei drogati, ma ragazzi attenti e svegli: sono stati bei colloqui. Ho visto i giovani drogati nelle discoteche i sabati sera oppure dove abito, la zona studentesca di Padova: è un «inferno» della droga, dove ci sono drogati e spacciatori che dormono nei pianerottoli dei condomini, si infilano nei garage per mangiare e dormire. Tra gli studenti dell’università vi è un’alta quantità di drogati.
Da dove le deriva questo interesse per affrontare il dramma della tossicodipendenza?
All’inizio degli anni Ottanta lavoravo al provveditorato degli studi di Padova con l’incarico dell’aggiornamento dei docenti, ai quali tenevo conferenze e corsi. Quando fu fondato il primo CAD (Centro antidroga) in Veneto, mi venne chiesto di rappresentare la scuola all’interno dell’equipe dove c’era una psicologa, uno psichiatra e una persona che si occupava dell’aspetto farmacologico. Fu un lavoro utile. Essere scrittore ha a che fare con questo lavoro perché, per parlare di droga ai giovani, bisogna saper usare le parole. Con loro affronto quello che è stato scritto nei libri o raccontato nei film sulla droga. Di fronte al provveditorato dove lavoravo un tempo c’era una scritta: «Si droga, vede». A quel tempo la droga era vista come segno di protesta contro la società. Io, invece, voglio far capire ai ragazzi qualcosa di diverso: «Chi si droga, muore». Qualche tempo fa a Bassano, una delle zone con il picco più alto di utilizzo di ecstasy, i carabinieri hanno fatto una retata sequestrando oltre 2 mila pasticche di droga. L’ecstasy causa un lampo nel cervello e io rabbrividisco al pensiero che migliaia di giovani il sabato sera possano vivere qualcosa del genere.
Parlare di droga oggi non è più tanto di moda …
Oggi la droga viene più praticata, se ne parla con minor frequenza, viene ideologizzata di meno rispetto al passato.
La Chiesa in Italia sta affrontando con grande interesse e partecipazione la «sfida educativa» verso le nuove generazioni.
I ragazzi non si drogano in quanto figli, ma in quanto ragazzi. Adottano il loro comportamento nei gruppi, non in famiglia, lo mutuano dall’amico o dall’amica a scuola, il sabato sera, in discoteca. La formazione dei ragazzi oggi avviene in senso orizzontale, cioè tramite le compagnie, e non verticalmente, dalla famiglia. La correzione dei loro comportamenti deve avvenire lì mentre invece quando un giovane si droga la scuola, la società, la città restano indifferenti. Dove abito (Padova, ndr) ci sono tantissimi drogati, ma la città non se ne interessa, non sono state aperte comunità di recupero. I ragazzi vengono messi nelle mani dei Sert e degli psichiatri.
La cultura - il mondo degli intellettuali, dei mass media, … - ha delle responsabilità?
La cultura non sta facendo la sua parte. Personalmente mi sento isolato. Io ho conosciuto dei drogati e le loro famiglie, ho partecipato ai funerali di persone drogate. Nella mia vita mi sono occupato di questo problema. Ma i giornali non se ne occupano, nemmeno la tv e l’informazione in generale. Forse solo il cinema (nel suo libro Camon affronta opere come I ragazzi dello zoo di Berlino, Pianoforte e Trainspotting, ndr) presenta questa problematica con autenticità e un’attenzione acuta. Il mondo della cultura ha la responsabilità di non far fronte a questo problema.
Al di là della messa in guardia dei pericoli della droga, qual è la miglior prevenzione per un giovane?
Non c’è dubbio che un ragazzo con una fede solida non cade nella droga. La fede e la droga si escludono a vicenda. La fede è riempire di senso il mondo, la droga è svuotarlo di significato. Anche l’amore è un altro elemento decisivo: è difficile che pensi alla droga un giovane innamorato. Anche i ragazzi impegnati a scuola, quelli che hanno un traguardo da raggiungere, non rischiano di cadere. Invece sono a rischio quelli dei livelli medio-bassi. Lì la droga interviene come un riempitivo: i giovani ignorano il pericolo che la droga rappresenta. Poi, succede che è troppo tardi. Il rimedio è avvertirli, dire che il drogato è un uomo prostrato, fisicamente e psichicamente degradato. La scuola ha il compito di far provare agli studenti paura e schifo della droga. 

Lorenzo Fazzini


Esce (novembre 2008) "La malattia chiamata uomo "

Dopo le numerose edizioni nella collana delle novità ("Narratori Italiani") e nella collana economica ("Gli Elefanti"), introvabile da anni, "La malattia chiamata uomo" torna in libreria, sempre da Garzanti (ottobre 2008). Ecco le prime recensioni.

Lungo viaggio nel buio dell'anima
 
Ripubblicando, ventisette anni dopo, il primo dei romanzi del suo «Ciclo della coppia», La malattia chiamata uomo (1981), Ferdinando Camon vi aggiunge una «Nota» per fare il punto sull’originaria ricezione dell’opera: la seduta psicanalitica, sostiene lo scrittore, «è un tabù» e il suo libro lo ha rotto con la conseguenza di venire frainteso, fino al punto di venir confuso con la cronaca di un’esperienza reale, alla quale mancherebbe solo la presenza fisica di chi narra, cosicché a decifrarla non bastavano più «le spiegazioni storiche e economiche», caratteristiche della cultura italiana, ma diventavano indispensabili le «nuove scienze umane».
Accadde così che il padovano Camon, per precisione della «bassa», diventasse straordinarimanete uno scrittore che ora può dire, senza vanità, «fuori d’Italia mi son sentito capito meglio». La malattia chiamata uomo racconta l’esperienza di un nevrotico che affronta, vive e alla fin fine conclude l’analisi della propria anima nel corso di una lunga e tribolata terapia piscoanalitica.
La materia alla quale lo scrittore attinge, certo, è la propria esperienza autobiografica: coincidono i luoghi, le date, persino alcuni insignificanti particolari; eppure prima che il lettore, conclusa la lettura, riponga il libro, viene avvertito di aver avuto a che fare non con un diario, ma con un vero e proprio «romanzo», rispetto al quale la realtà non può che aver offerto un pretesto, «ma niente di più che un pretesto».
L’analisi di cui Camon racconta è, infatti, qualcosa di meno della personale liberazione della patologia della nevrosi, ma anche qualcosa di più del resoconto di un’esperienza faticosamente sofferta. Non per caso il tono è sempre in bilico tra il serio e l’ironico: con questa scelta stilistica Camon sottolinea l’insolito punto di vista che ha scelto.
La nevrosi e l’analisi sono i due poli, tanto estremi quanto in realtà improbabili, di una condizione umana che riguarda direttamente tutti noi: l’analisi progressivamente si rivela e si rinnega, scoprendosi come l’altra faccia dell’esistenza o il doppio della vita, tant’è che «finisce non finendo più»; e la nevrosi non ha miglior fine, infatti - come il titolo segnala - se «l’uomo è una malattia, non c’è per lui guarigione dalla malattia chiamata uomo».
Uno stato di grazia permanente ha consentito a Camon di misurarsi con una materia compromessa dall’immanenza di un dolore cosmico, secondo percorsi assolutamente originali. La psicoanalisi è vivisezionata in ogni suo aspetto, col risultato non tanto di esaltarla come panacea universale, o, al contrario, di vanificarla come equivoco verbale o astrazione ideologica, quanto piuttosto col proposito di renderla accettabile e utile a condizione di riconoscerne la funzione parziale e strumentale. Essenziale, dunque, è misurarne le forze e i riti con i modi e i comportamenti dell’esistenza quotidiana, innanzitutto per annullarne ogni valore magico o sacrale, rivelandone al tempo stesso la presenza nell’esperienza di vita e, quindi, la concreta efficacia.
«Io sono di origine contadina», dice Camon, quasi a ricordare che «non lo si imbroglia», e con questo spirito un po’ bertoldesco confronta i riti dell’analisi con i comportamenti, gli atteggiamenti e i pensieri dell’uomo comune, e poi riconduce l’ideologia al buon senso, o piuttosto rivela l’inganno dell’ideologia, restando testardamente attaccato alla concreta drammaticità della vita; insomma non perde mai di vista se stesso e i suoi simili e, capovolgendo l’itinerario più consueto, riscopre e verifica nella vita i valori. È davvero il mondo alla rovescia.
Il tono del racconto, nonostante le illuminazioni liriche, resta spoglio e discorsivo, imita con fedeltà l’andamento discontinuo e piano delle chiacchiere amicali, ritrovando, proprio in questa scelta familiare, l’occasione per sfuggire a ogni tentazione retorica, a ogni ripetitività letteraria, e riscoprire, al contrario, una ricchezza di possibilità espressive, di potenzialità di significato e di interpretazione che il romanzo sembrava da tempo non conoscere più.
Se il tempo, la resistenza al suo inarrestabile trascorrere, è una prova della qualità dell’invenzione e della scrittura, questo romanzo di Camon la supera senza incertezze.
Cesare De Michelis,
"Corriere del Veneto", 25 ottobre 2008

 

Un tempo lontano ma vicino

Venti sette anni dopo la prima edizione torna, nella Nuova Biblioteca Garzanti, il romanzo di Ferdinando Camon "La malattia chiamata uomo" (pagine 186, curo 14,60). Tre anni prima, nel '78, con "Un altare per la madre", che in quell'anno vinse lo Strega, Camon aveva concluso (provvisoriamente) quello che chiamò il "Ciclo degli ultimi", ossia i tre romanzi (oltre all' "Altare", "  Il quinto stato" e " La vita eterna") in cui aveva dato la sua testimonianza di quella civiltà contadina che era stata il mondo della sua infanzia e adolescenza. In relazione a quei libri, che erano il racconto (il mito, diremmo con i greci) di un mondo fuori storia che stava morendo e che avrebbe preferito il silenzio alla rivelazione, lo scrittore ha detto: "Questi miti, dolcissimi e crudeli, mi facevano male come un tumore: dovevo staccarli da me… un popolo che non voleva essere conosciuto si trovò rivelato al lettore (al nemico) da uno dei suoi figli: in una parola tradito. Da allora, la scrittura rimase sempre per me connotata da questi due criteri: è un'opera di liberazione, è un'opera di tradimento". Credo che questa idea della scrittura come tradimento, avvertita come un'ossessione o una immedicabile ferita, abbia non poco a che fare con il retroterra di esperienza personale che va presupposto al contenuto del libro dell'81, a questo "La malattia chiamata uomo" che ora ripropone alla nostra lettura la figura di un uomo in analisi, che mostra, quasi come in una laica, moderna icona di "ecce homo", le piaghe che straziano la sua anima e che si riflettono sul corpo.  L'uomo piagato è colui che ha raccontato-tradito l'orizzonte contadino ormai
fattosi remoto, è il maschio che adesso, nella realtà urbana,
mentre tramontano le ideologie e vacillano capisaldi fondamentali come il partito-padre e la chiesa-madre, vede aprirsi crepe vistose nella famiglia, sente esplodere le rivendicazioni del femminismo e fatica a comunicare con i figli. Nella "Nota alla nuova edizione" l'autore stesso spiega: "Era la de-maschilizzazione del mondo e della storia. Correva l'anno 1978... in analisi ero sprofondato nel tunnel dei sogni… intanto prendevo appunti e quegli appunti erano il primo nucleo della "Malattia chiamata uomo"".
Ed ora, alla distanza di tre decenni, se è vero che l'onda del femminismo non è più uno tsunami ma una risacca con cui uomini e donne convivono tranquillamente, se il lutto per la morte delle ideologie è stato abbastanza elaborato, che effetto ci fa questo libro? Un effetto, diremmo, niente affatto di cosa invecchiata. Perché? Perché, come sapeva lo Zeno di Svevo quasi un secolo fa, "la vita somiglia un poco alla malattia" e l'uomo, in quanto vive, è sempre malattia, appunto la malattia chiamata uomo. L'uomo in analisi di Camon scava nel suo essere ammalato ben al  di là delle mode (sia la moda del maschio in crisi o anche quella della psicoanalisi che, se non la fai, sei out): scava e discende agli inferi delle sue radici lontane (ecco il legame con i libri, con la sofferenza dei libri che vengono prima), cerca una consapevolezza che non potrà azzerare la malattia, ma darne qualche ragione, versarla in parole dense di significati non falsi o falsificanti, vitali: "sentivo più acuta la nostalgia non della madre, ma della sua lingua, il dialetto: ed era la nostalgia della parola
totale".
Ecco, proprio la trama che fa sentire il viaggio attraverso l'analisi come un viaggio attraverso il trascolorare delle parole dal fuori al dentro, dalla falsità o apparenza di significati a significati più interni e più veri e più dolorosi è l'aspetto del libro che maggiormente ci coinvolge, che rimane oggi convincente come allora. L'analisi è un percorso attraverso cui l'uomo cerca una liberazione dalle
sue piaghe; avvicinarsi a tale liberazione (impossibile conseguirla senza residui) presuppone, dice Camon, una violenza, ossia l'infrazione del tabù della seduta che ha per protagonisti l'analista e l'analizzato.
Dunque ancora la scrittura - il libro "La malattia chiamata uomo" - come atto insieme di liberazione e di tradimento. E ancora, da tale necessità-colpa, un libro che conta, che non tramonta.
Giulio Galetto, "L'Arena", "Il Giornale di Vicenza", "Bresciaoggi", 29 ottobre 2008

 

Tenebre su tenebre. Diario, pensieri, aforismi, saggi

Saggi

Tenebre su tenebre, Garzanti, novembre 2006, pagg. 360

Tornare dall'aldilà, vergognarsi di Dio, adorare Satana, ringraziare il proprio assassino, cavare gli occhi ai morti, morire di bellezza, combattere l'indemoniato, tradire la moglie per fedeltà, cercare una analfabeta per sposarla, fare una strage per sentirsi santo, cani canuti in guerra, il nostro corpo è di tutti, uccidere per meritare la santa comunione, i prezzi delle prostitute a mezzanotte e alle tre, il sesso di chi ha paura del sesso, scrittura e ulcera, il pronto soccorso analitico, artisti in Paradiso, Moravia, Pasolini, Dostoevskij, Manzoni, Tolstoj, lager e gulag, "Mein Kampf"...

Le prime due recensioni:

Camon, alzare gli occhi al cielo
"Chi vive, vive la propria vita. Chi legge, vive anche le vite altrui". Così comincia Tenebre su tenebre, il libro in cui Ferdinando Camon raccoglie una serie diriflessioni e di microstorie su ciò che accade nell'universo mondo. E' una specie di diario condotto sui fatti degli altri, nei quali l'autore si sente fortemente coinvolto, sicché quella sentenza introduttiva potrebbe mutarsi, per quanto lo riguarda, in "Chi scrive, vive anche le vite degli altri".
Camon, già come narratore, non ha mai rinunciato a nutrirsi di raltà, sia che raccontasse - con un misto di rimpianto e di liberazione - il tramonto della cultura contadina nella sua terra «pavana», sia che indagasse sui focolai della violenza eversiva nell'inferno delle città. E aggiungeva forza alla sua presa d'atto, che fosse poeticamente e perfino miticamente risolta.
Qui il prelievo è più diretto, attinge alle cronache giornalistiche e televisive, e lo scatto in più, nell'ordine stilistico, risulta dal discorso che si condensa e precipita nella massima morale. Talora pacata, compiaciuta nell'impiego capzioso del paradosso, ma per lo più amarissima, vibrante d'ira e sarcasmo. Uno dei temi ricorrenti è la guerra che moltiplica, con una speciale protervia, l'offesa alla vita umana, che non è moralmente consentita neanche contro il peggior criminale.
L'immagine dei prigionieri irakeni, poveri contadini mandati al massacro da Saddam, smuove i ricordi, rinvia ai sentimenti espressi da Camon nei romanzi: «Riconosco la mia razza. Mi trovo in guerra insieme con la mia famiglia».
La difesa della dignità dell'uomo contro tutti gli abusi e prevaricazioni non cede tuttavia a irresponsabili pietismi: «Chi ha ucciso ha "il diritto"di espiare, e se uno lo protegge, gli nega questo diritto. Gli fa del male. Padre o madre che sia». Ma non c'è aberrazione nella società progredita e «pacifica», dalla droga alle stragi del sabato sera, alla violenza gratuita che non venga affrontata con originalità di accenti (con il ricorso, un poco insistito, alla psicoanalisi, sommamente cara a Camon). Indugiando poi sui dilemmi più acuti del nostro tempo: l'eutanasia, i figli in provetta, la crisi dell'istituto familiare e della scuola, la consumazione della Natura: «Se nei paesi naturali l'uomo ha paura della natura, nei paesi industriali la natura ha paura dell'uomo».
Sui grandi scenari del secolo scorso, Camon non fa sconti a nessuno: «I crimini del Comunismo sono stati attuati da una classe-unica-degna-di-fare-storia, che somiglia molto alla razza ariana unica-degna-di-vivere». L'irriducibilità dello spirito religioso e l'importanza della Chiesa vengono affermate con forza. Gli sembra stravagante che la Costituzione europea, rendendo omaggio all'eredità della Grecia classica e all'Illuminismo, «salti» secoli e secoli di storia permeata dal Cristianesimo. Ravvisa sorprendentemente nell'agostiniana Città di Dio un ammonimento di valore perenne sui fallimenti degli imperi umani, l'esortazionead «alzare gli occhi al cielo, staccarli dalla città terrena, del godimento e della soddisfazione, della sazietà e del benessere». Ma non nasconde le contraddizioni e gli errori di una istituzione che troppo spesso non ha saputo restare fedele al suo mandato: «Il nuovo papa, tedesco, dichiara di voler ricondurre il mondo a Cristo. Non cambia nulla. Cambierà tutto quando verrà un papa che vorrà condurre Cristo al mondo». Non possono mancare i riferi menti al mondo degli scrittori e ai problemi della scrittura. Il suo moralismo lo porta a irridere lo sfarzo e la dissipazione «dannunziana» nella casa del progressista Neruda a Isla Negra; a dubitare, sia pure controvoglia, della grandezza di Borges, indulgente con i dittatori e votato al culto dell'arte per l'arte. Il suo autore, in questo libro, è Primo Levi, al quale dedica pagine dense di stima e affetto. Lo scrittore respinto al suo primo libro da due grandi editori d'Italia e di Francia, che adesso lo esibiscono con fierezza nel loro catalogo («Le bandiere nascono per caso»). E' lui a prestargli il suo sconforto per l'andazzo del mondo, la pervasività del male, il trionfo dell'insensatezza («Cominciamo a pensare quando sentiamo la ragione sragionare»).
Molti potranno dissentire da certi tratti di un1ibro così personale e impulsivo, non condivide re la visione del mondo offerta dall'aggrondato Camon. Ma, a parte la lezione irriducibile dei fatti, il suo, come accade per ogni generoso pessimismo, finisce per essere illuminante e tonificante.
Lorenzo Mondo
"La Stampa-Tuttolibri", 18 nov. 2006

 

La cavallina, la ragazza e il diavolo

Romanzo
Garzanti, collana Nuova Biblioteca Garzanti, febbraio 2004, pagg. 90, euro 10,00

La prima recensione:

La cavallina, la ragazza e il diavolo ("Il Foglio")

Va detto subito che Ferdinando Camon scrive benissimo. In un paese di romanzieri divenuti tali più per decisione che per vocazione, i suoi libri certificano che l'italiano spigoloso di certe prose non dipende dalla rigidità della lingua ma dalla rigidità della penna. Meriterebbe più attenzione e più pubblico. Invece è penalizzato dalla data di nascita (scomparsa perfino dal risvolto di copertina, è il 1935), dalla calorosa accoglienza che Pasolini riservò al suo debutto, dalla lunga fedeltà a un mondo contadino in via di sparizione. "Il quinto stato"‚ "La vita eterna"‚ "Un altare per la madre" avevano raccontato i drastici cambiamenti in corso nella campagna veneta. La psicoanalisi e il terrorismo (che erano invece al centro dei libri tipo: "La donna dei fili"‚ "Occidente") non sono bastati a cambiargli l'etichetta. Non sono serviti "Il canto delle balene", "Il Super-Baby", sulla crisi della famiglia. Non è servito neppure "La Terra è di tutti"‚ con le storie dei tassisti pazzi e degli extracomunitari che si prendono cura dei nostri vecchi Li vediamo tutti i giorni, i badanti e le badanti di pelle scura, ai giardini o per le strade. Già una decina di anni fa l'occhio lungo di Camon li aveva rubati alla cronaca e messi tra le molte miserie e i pochi splendori del paese reale. L'Italia che sistema i nonni all'ospizio e poi si dedica al volontariato. "La cavallina, la ragazza e il diavolo" torna nel mondo contadino, o in quel che ne resta, ai confini della città. Detto così non è molto attraente. Se ci aggiungiamo la piatta e didascalica copertina (con cavallo e bambina dotata di treccine, in colori spenti come l'autunno che fu) viene da pensare che qualcuno vuole questo libro subito al macero, o ai remainder. Quanto alla definizione "lieve e corroborante, restituisce il contatto genuino con la campagna", si addice più alla pubblicità di un agriturismo che alla rudezza dei luoghi e dei contadini raccontati da Camon. Ma i romanzieri bravi bisogna leggerli, non riassumerli. Chiudendo gli occhi davanti a risvolti e annessi. Già a pagina 11 il lettore fa conoscenza con i due padroni del paese, il Sangallo e il Pàntano. Il primo è rimasto fedele alla moglie morta e alla terra. Il secondo è più cittadino. "Tiene due televisoini in casa e le guarda contemporaneamente, saltando con gli occhietti dall'una all'altra, e quando crede che una stia dicendo cose più importanti mette le mani a coppa dietro le orecchie, in modo da raccogliere solo il sonoro che viene da quella e lasciar perdere l'altra, e alla domenica va al cinema in bicicletta, son cinque chilometri, e al ritorno pedalando ricapitola il film a se stesso ad alta vice, tanto che se uno lo segue a ruota può capire tutta la trama risparmiando il biglietto". La citazione era lunga, ma necessaria. Degli attori bravi si dice che potevano recitare anche l'elenco del telefono, e tenere il pubblico incollato alla sedia. Camon riesce a far comparire il diavolo in persona, con mantellina nera e svolazzante. Appare in tempi relativamente vicini, mica secoli fa. Il maligno era stato evocato da una ragazza vogliosa di ballare e sprovvista di cavaliere. Quando si presenta parla con accento tedesco, e fa cenno alla banda di suonare un walzer dopo l'altro, "quasi che avesse paura di sentir partire qualche tango o un boogie-woogie". Superato l'esame-diavolo (con relativo esorcismo) passiamo al mercato del bestiame, ai nomi che oggi non indicano più dove uno è nato, ai cavalli da corsa, al Palio dell'Assunta organizzato nella città di Montagnana. Le prime auto, Giuliette o Delta che siano, fanno sparire il calesse. E la domenica mattina prima di arrestarsi (dire parcheggio in questo caso sarebbe una bestemmia) girano il muso verso la chiesa. La campagna non fa impazzire neanche noi. Ma questa merita.

"Il Foglio", 23 marzo 2004

 

Le silence des campagnes

Poésies, Gallimard, mai 2003, pagg. 128, euro 12,50 

"Taureaux, vaches, diables, paysans, drogués, marchands de femmes et tueurs en série: monstruosités d'une province italienne trop vite passée d'un mode de vie rural et patriarcal à la société postindustrielle. Fables cruelles, épopée journalistique volontairement contée en vers de mirliton, satire féroce à force d'humour noir, ces courts récits de Vénétie nous tendent le miroir où nous nous reconnaissons en assistant au viol de campagnes plongées dans un silence au tumulte pareil".

Patrice Dyerval Angelini

 

Occidente

Romanzo
Garzanti, collana Gli Elefanti, 2003, pagg. 214, euro 9,00

Dalla prefazione:

Questo è, in assoluto, il libro che m'è costato più caro, moralmente parlando. Sia quando lo scrivevo, sia quando l'ho pubblicato, sia quando è diventato un film, sia più tardi ancora, quando la vicenda che esso racconta è diventata storia, e la strage che è il cuore di quella vicenda è diventata una super-strage, la più vasta che il terrorismo abbia inflitto all'Italia. Il libro infatti girava da qualche anno quando l'avvocatura dello stato, nell'arringa con cui chiedeva la condanna di una cellula neo-nazi-fascista per la strage di Bologna (85 morti e 200 feriti nella stazione ferroviaria), utilizzava undici pagine di "Occidente", scritte a mano, interamente in maiuscolo, scoperte nel covo della cellula stessa, con le quali la cellula spiegava ai propri militanti perché, in nome di che cosa, con quale diritto, era stata compiuta la strage, qual era il bene che scavalcava trecento vite umane. Quando ho avuto in mano il testo dell'arringa, ho dubitato dell'innocenza di scriver romanzi. Perché quelle undici pagine, con le quali i supposti autori della più grande strage della nostra storia cercavano di spiegarsi a se stessi e di comprendersi, erano pagine di "Occidente". "Occidente" conteneva dunque il "movente" della strage. (...)

Il nucleo centrale (è) il "diritto alla strage" che un'élite di terroristi rivendica a sé per il bene di tutti. (Oggi) il "diritto alla strage" non è più un fenomeno di corruzione dell'Occidente, ma si allarga, assumendo nuovi connotati e dandosi nuove origini, anche divine, in altre culture, che lo esercitano contro di noi. Quando pensavo e scrivevo il primo abbozzo di "Occidente", il "diritto alla strage" spiegava una piccola frangia di una società corrotta. Ora che consegno questa stesura definitiva, spiega buona parte della storia che stiamo attraversando.

(A pag. 7, ultima riga, leggere: "prima di riceverlo").

 

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Un altare per la madre

Romanzo
Garzanti 2002, collana Gli Elefanti, pagg. 136, euro 6,50

La madre è morta. Tutta la famiglia lavora a riportarla in vita per sempre. Romanzo sull'unione della famiglia e sulla forza salvifica della fede.

"Attenzione: capolavoro" ("Express", Francia).

"A sublime work of art" (Raymond Carver, USA).

"Un libro sacro. Un libro meraviglioso" ("Letture", Italia).

Continuamente ristampato, in Italia e all'estero. In Italia disponibile anche in edizione per non vedenti.

 

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La vita eterna

Post-fazione di Morando Morandini
Garzanti editore, collana Gi Elefanti, pp. 176, euro 6.46

Narrazione, spassosa e inarrestabile, di storie e leggende di una comunità contadina, schiacciata tra millenaria sopportazione, feroce invasione e barbarica ribellione. "Un libro che dura" (Morando Morandini).

 

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Il Super-Baby

Post-fazione di Giuliano Gramigna
Garzanti, collana Gli Elefanti, pagg. 248, euro 9,26

E' raro che una ristampa in edizione economica conservi una parte della forza che il libro possedeva quand'era una novità. Ancor più raro che gli anni abbiano moltiplicato questa forza, fino a trasformare la ristampa in una novità ancor più nuova che in origine. Tuttavia accade. Ed è un problema appunto di origine. Ci sono infatti libri che escono troppo in anticipo, e impiegano anni a mostrare la loro vera origine. E' il caso del romanzo Il Super-Baby di Ferdinando Camon. E' la storia di una coppia italiana. Lui, figlio di un notaio, è un uomo di poco carattere. Lei, Virginia (anzi "la" Virginia) di carattere ne ha, invece, da vendere: intelligente, brillante, volitiva. Ma per quanto ogni sua iniziativa sia abbonata a sicuro successo, la Virginia si trova sempre sull'orlo della depressione. Il motivo? La mancanza di un figlio. Per sei anni la giovane coppia ci ha provato senza successo. Ma nel desiderio della donna c'è qualcosa di malato, sia pur nascosto sotto le spoglie del più sano e umano dei desideri femminili. Il guasto emerge quando lei annuncia al marito di essere incinta e di voler aderire all'Istituto del Super-Baby: una terapia nuovissima che consiste nell'educare il bambino quando ancora si trova allo stato di feto per farne un super-uomo: un genio. (...) Leggete, fate leggere Il Super-Baby. Che è, prima che un romanzo, uno straordinario saggio, pieno di acume e di giusto sarcasmo, sul caos dei nostri giorni. (Luca Doninelli, "Il Giornale", 13 dic. 2000).

 

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Il canto delle balene

Post-fazione di Cesare De Michelis
Romanzo, Garzanti, collana Gli Elefanti, pagg. 128, euro 6,20

Un marito ha la moglie in analisi, e vien chiamato a una seduta di famiglia. Nella seduta apprende che la mogli ha ha rivelato all'analista tutto il suo kamasutra privato: esce sbalordito e distrutto, e va d'istinto a trovare una vecchia amica, già compagna di studi all'università, e con lei costruisce subito altri segreti. Senza segreti non si può vivere. I segreti stanno all'uomo come le radici all'albero. "Raramente, molto raramente mi avviene di leggere racconti così giusti, nella misura e negli intendimenti, così viace, della rapidità e leggerezza di un "conte philosophique". (Leonardo Sciascia)

 

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Mai visti sole e luna

Post-fazione di Giorgio Bàrberi Squarotti
Garzanti, collana Gli Elefanti, pagg. 158, euro 7,45

In quindici rapidi e intensi capitoli il romanzo ripercorre la storia di una comunità contadina dai giorni dell'occupazione tedesca ad oggi. Sullo sfondo di una guerra sentita come scontro di orde primitive, il libro è la paralola amara e feroice di una civiltà che muore. "Un libro di valore assoluto" (Giorgio Bàrberi Squarotti).

 

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Il quinto stato

Postfazioni di Pier Paolo Pasolini e di Gianfranco Bettin
TEA, Tascabili Editori Associati, pagg. 164, euro 7,55

Il romanzo della civiltà contadina, tra angeli, diavoli, uomini, animali, conviventi in ruoli intercambiabili. "Un romanzo che sul piano fantastico e linguistico dà la frequenza di emozioni dei libri maturati in tutta una vita" (Walter Pedullà).

 

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Dal silenzio delle campagne

Prefazione di Fernando Bandini
Poesie, Garzanti, pagg. 120, euro 7,70

Tori, mucche, diavoli, contadini, drogati, mercanti di donne e serial killer: scene e raccontini in versi.

 

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La donna dei fili

Romanzo
Garzanti, collana Gli Elefanti, pagg. 248, euro 9

Viaggio di un uomo nell'inconscio femminile. Tra disturbi, ossessioni, fobie, sintomi. Fin là dove neanche la donna si conosce. Con la lettera di una lettrice che crede di riconoscersi nella protagonista e minaccia di uccidersi perché si sente "rivelata". E la risposta dell'autore.

 

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La Terra è di tutti

Romanzo
Garzanti, pagg. 126, euro 11,50

Il caos di una città moderna sotto l'uro di civiltà che non si erano mai incontrate prima: cinesi che pranzano con i defunti, prostitute nigeriane, missionari in deltaplano, tassisti con due corpi, maghi che parlano con gli spiriti, assistenti della Buona Morte, amani dolcissime e vendicative. Il lavoro di un giornalista-detective.

 

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Conversazione con Primo Levi

Guanda, collana Quaderni della Fenice, pagg. 80, euro 7,20

Ultima domanda: "Auschwitz è la prova della non-esistenza di Dio?" Levi: "C'è Auschwitz, dunque non può esserci Dio".

 

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