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Ferdinando Camon

No allo ius soli

 

Quotidiani locali del Gruppo "Espresso-Repubblica" 19 giugno 2017  
 

 
C’è battaglia sulla cittadinanza agli stranieri. Zaia dice che la cittadinanza va meritata, la Cei risponde che è un diritto fondamentale. Grillo dice che lo ius soli è un pastrocchio invotabile, Gentiloni ribatte che è un atto di civiltà. Non è possibile che le distanze siano così grandi. Probabilmente non s’intendono. Per “cittadinanza” gli uni intendono una cosa, gli altri un’altra. Vediamo se si può chiarire.
Che dare la cittadinanza sia un atto di civiltà è un’espressione sbagliata. Se uno è cittadino italiano come me, io lo sento come mio fratello. Magari non è stato costruito dalla stessa storia che ha costruito me, però accetta i risultati della mia storia, il mio diritto penale, il mio diritto civile, la mia costituzione. Quando, alla sera, ascolta il tg, di fronte ai successi e alle disgrazie dell’umanità, prova le mie stesse reazioni. Questi son giorni in cui non si capisce se hanno o non hanno ucciso il Califfo. Se risulterà che l’hanno ucciso, a me, a noi dispiacerà, perché vorremmo che lo prendessero e lo processassero, tuttavia “la fine del califfo” è scritta nella Storia, che il califfo sparisca è un bene per l’umanità. Se c’è una fetta di umanità che per la fine del califfo entra in lutto, questa non può essere mia sorella, non può avere la cittadinanza italiana. Non ci può essere un cittadino italiano che piange per la fine del Califfo e gode quando il califfo brucia vivi i prigionieri. Dare la cittadinanza a immigrati con questa cultura, non è un atto di civiltà, ma un tradimento della storia occidentale. Nessun dubio che non si può dare o negare la cittadinanza a seconda della religione di chi la chiede. La nostra costituzione vieta le distinzioni per religione. Ma il problema è che l’Islam le impone: per l’Islam il fedele vale più dell’infedele. È una posizione teocratica, per cui tutto il potere è di Allah, di chi serve Allah, di chi crede in Allah. È una dittatura di Allah. In nome della Costituzione, non possiamo aprire le porte a questa dittatura. Non sarebbe un atto di civiltà, sarebbe un tradimento della Costituzione. Non lo possono commettere né la Cei né Gentiloni. Loro vogliono che gli immigrati non soffrano discriminazioni e svantaggi, e questo va bene, ma la cittadinanza è un’altra cosa. Per essere o diventare cittadino italiano non basta nascere in Italia, e nemmeno fare le scuole elementari in Italia. Se un bambino frequenta le nostre scuole elementari ma vive in una famiglia islamica, resterà islamico, di un islamismo inasprito dalla separatezza e a volte dall’ostilità che respira in famiglia.
In famiglia respira l’altro principio islamico, dell’islam ortodosso (non sto parlando di quello fanatico o terrorista): la superiorità del padre sulla madre, del marito sulla moglie, dell’uomo sulla donna. Nei paesi islamici le donne non hanno potere, nei paesi occidentali ce l’hanno, (sempre poco, dicono le femministe; anche troppo, dicono i maschilisti): una famiglia islamica, con lo strapotere del maschio e la sottomissione della donna, è inconcepibile in Occidente. Una famiglia del genere, con padre e madre e tre-quattro figli, tutti cittadini italiani, è un’assurdità, nelle nostre città. E per questo che accanto allo ius soli (il diritto del luogo in cui si nasce) e allo ius sanguinis (il diritto dei genitori che t’han messo al mondo), qualcuno comincia a parlare di ius culturae (il diritto che apprendi a scuola), ma si potrebbe uniformarli tutti dentro lo ius civilitatis, il diritto della civiltà, che il paese in cui vivi s’è costruito con la sua storia. La nostra civiltà è multisistemica, ospita religioni, lingue, credenze, culture, insomma sistemi, diversi. E questo è bello. Ma l’Islam ortodosso non è un altro sistema, da porre accanto ai nostri. È un anti-sistema. Inconciliabile con i nostri. Dargli la cittadinanza, alla cieca, è un gesto incauto.

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