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Ferdinando Camon

Discorso sulle stragi

 

Brescia 27 maggio 2017
 
Discorso ai ragazzi di Brescia sulle stragi.
L’Associazione Famigliari delle vittime di Brescia ha riunito 400 studenti, che avevano letto “Occidente – Diritto di strage” di Ferdinando Camon, ad ascoltare l’autore. Ecco qualche passo del discorso:


“(…) A Padova c’era una libreria, che si chiamava Ar. Stava dalle parti della facoltà di Lettere. Ar è l’iniziale di Ares, areté, aristocrazia. Vendeva libri italiani e stranieri che incitavano alla sovversione. Era aperta solo un giorno alla settimana, il giovedì, e solo di notte, dalle ore 22 alle 24. Ci sono andato tre volte, per comprare materiale che m’interessava, e che nelle altre librerie non si trovava perché era proibito. La libreria era uno stanzone chiuso da una saracinesca, suonavi un campanello e venivano a prenderti, ti conducevano per un corridoio buio in un locale illuminato pieno di libri. Prima di venderti qualcosa un uomo paralitico, su una sedia a rotelle, faceva delle domande: chi sei, che studi hai fatto, che libri vuoi, e perché. Mi son registrato sotto falso nome, son tornato tre volte, ma dopo il gioco s’è fatto pericoloso, e non mi sono più fatto vivo.
Il programma della Destra sovversiva era “inginocchiare il popolo”, affinché il popolo accettasse un potere forte come se fosse non un’oppressione ma una liberazione. Lo strumento per inginocchiare il popolo era la strage. La casta elitaria aveva un progetto di uomo e di Stato che era il Bene per tutti, perciò essa aveva il diritto e il dovere di imporre questa idea a tutti. La strage serviva per terrorizzare tutti e ridurli alle condizioni di accettare un nuovo potere militare o dittatoriale purché assicurasse l’ordine, che vuol dire la protezione. La strage doveva essere spaventosa e non sui potenti ma sui deboli. Era il popolo, che bisognava spaventare.  In un opuscolo che avevo comprato nella libreria di Ar c’è una frase illuminante, che ho messo in “Occidente”, e questa frase spiega tutto. Dice così: «Arrecare danni al regime è un errore: il regime te ne chiederà conto. Ma provocarne la disintegrazione, questo è il rimedio. Occorre un'esplosione da cui non escano che fantasmi. Ci sono organismi unicellulari che, schiacciati, risorgono, e mutilati si riuniscono: ma in ognuno c'è un organo delicato dov'è la sede della vita: noi dobbiamo colpire quel nucleo come fanno gli antibiotici, noi dobbiamo dare lì al sistema un colpo tale che ogni coscienza si rimetta a noi con tutta la docilità, con tutta la gratitudine per qualunque cosa faremo di essa. Occorre che il nostro gesto sia così chiaro, da far nascere in tutta la popolazione, inerme e inginocchiata, due sole risposte e nessun dubbio: "Sono loro" e "Finalmente"». Per inginocchiare la massa devi colpire il popolo, uccidere donne, bambini, gente comune. Più innocenti e casuali sono le vittime, più efficace è il terrore. È il principio del terrorismo. Stragi di questo genere sono quelle di Milano, di Bologna, di Brescia.
Che io stessi scrivendo “Occidente” lo sapevano tutti, lo dichiaravo nelle interviste. E arrivarono le minacce, prima che fosse pubblicato, dopo che fu pubblicato, e soprattutto dopo che la Rai ne ricavò un film e lo mandò in onda. La lavorazione del film cominciò a Padova, è questa la città dove si svolge tutta la storia, ma qui le minacce al regista e agli attori erano troppe, lavorare era impossibile. Perciò la troupe si trasferì a Ferrara.
A me recapitavano nella cassetta postale delle piccole bare di cartone, col mio nome scritto sopra. Buttavano nel mio garage cani e gatti morti. Misero dello zucchero nell’olio del motore della mia auto, e il motore si fuse. I miei figli (ho due figli maschi) erano piccoli, e quando erano fuori a giocare, in casa arrivavano telefonate che dicevano: “Sappiamo dove sono adesso i tuoi figli”. Mia moglie correva a prenderli.
Contro il film della Rai, contro la Rai e contro di me, il protagonista nero, quello che nel libro fa la strage, fece partire un processo. Poi fu condannato all’ergastolo, come autore della strage di Milano, perse i diritti civili, e il processo non ebbe luogo. Ma dopo pochi mesi fu assolto e tornò fuori, agli arresti domicilari, nella città di Brindisi. Non riaprì il processo, ma chiese un incontro, da pubblicare. Concordammo il giorno e l’ora. Prenotai una cuccetta per la notte dell’andata e una per la notte successiva, del ritorno. Portai con me un registratore. Andai. Lui m’aspettava in strada, anche se non poteva uscire di casa. Non alto, elegante, gentile, freddo. M’introdusse nel salotto. Alle pareti c’erano grandi foto in bianco e nero di gerarchi nazisti. Io mi sedetti, lui pure, ma subito si rialzò. Per tutto il colloquio, durato tre-quattro ore, non si sedette più. Era noto come “l’uomo che non si siede mai”. Il colloquio fu da parte sua sprezzante e imperioso, si atteggiava a uomo superiore, ma potrei anche dire a superuomo. Il colloquio è stato tutto registrato, poi sbobinato e dattiloscritto, e inviato a lui perché lo confermasse. Lui confermò tutto. Autorizzandomi a stamparlo. L’ho stampato. Dentro ci sono affermazioni importantissime sul diritto di uccidere, di sacrificare la vita degli altri, di dominare i deboli. Si conclude così: “Voglio regalarle una citazione, prima di chiudere questa nostra conversazione: «È innocente non chi è incapace di peccare, ma chi pecca senza rimorsi».
Indagando sugli autori della strage di Bologna, la polizia trovò nel covo del nucleo neo-nazista sospettato di aver messo la bomba alla stazione un quaderno, scritto a mano, in caratteri maiuscoli, nel quale eran trascritte 11 pagine di “Occidente”. La polizia ritiene che il nucleo terroristico si riunisse per discutere quelle pagine, nelle quali cercavo di dire perché un gruppo terroristico di Destra potrebbe fare una strage, e che tipo di strage. Quelle pagine sono state usate perciò nell’arringa dell’Avvocatura dello Stato, che chiede la condanna dei neonazisti che frequentavano quel covo, e sono usate anche nella sentenza di condanna. “Occidente” avrebbe così portato a scoprire gli autori della strage. Io non sono in grado di dire se sono loro, io sentivo che coloro che avevano fatto la strage, che fanno ancor oggi stragi nel mondo, obbediscono a quelle idee, mettono in atto quella tesi, per la quale colui che sente come giusta e necessaria una strage, e la fa, dopo averla fatta è più innocente di prima. Il sangue delle vittime è un lavacro. È un battesimo. Lavato da quel lavacro, battezzato in quel sangue, tu acquisti la tua vera innocenza, che prima non avevi. E puoi presentarti in faccia al tuo Dio, che ti premierà. Questo vale per tutti i terroristi, di tutte le civiltà, di tutte le religioni. Oggi ne abbiamo esempi nei terroristi islamici. Una ragazzina islamica, prima di farsi esplodere in mezzo a un gruppo d’infedeli, già con la cintura esplosiva stretta ai fianchi, si faceva riprendere in un filmetto da far recapitare alla madre dopo la propria morte, e pronunciava queste parole: “Mamma, non piangere, non vedo l’ora di bussare alla porta di Allah con i crani degli infedeli”.  Con quelle parole sull’innocenza di chi fa una strage, il mio personaggio ha aperto una porta per la quale si vede il suo mondo ma anche il mondo di tutto il terrorismo. I terroristi che agiscono così e con queste convinzioni non si pentiranno mai. Inutile aspettare che si pentano e ci costituiscano. Bisogna che lo Stato li trovi e li punisca. Ma la presenza dello Stato, in tutta questa vicenda che mi riguarda, io non l’ho mai sentita. Quando vado a Bologna in treno, ed esco dalla stazione ferroviaria, mi volto a guardare l’epigrafe con i nomi infiniti delle vittime della strage, e dentro di me dico a quelle vittime: “Io, per voi, ho fatto quello che potevo”. Ma lo Stato non può dire altrettanto.

 

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