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Il sito ufficiale di Ferdinando Camon

Ferdinando Camon

Intervista a "Il Foglio"

 



Matteo Righetto intervista Ferdinando Camon, “Il Foglio” Giovedì 20 aprile 2017

Ferdinando Camon è uno dei grandi vecchi della letteratura italiana. Intellettuale libero, antipopulista, cattolico, politicamente scorretto – e per ciò ritenuto spesso scomodo dagli intellò di casa nostra- ha vissuto e attraversato il secondo Novecento con estrema discrezione e timida eleganza nonostante il suo grande successo, soprattutto dopo la vittoria del premio Strega nel 1978 con il romanzo “Un altare per la madre”, libro che lo ha reso celebre in decine di Paesi del mondo, e definito “un'opera d'arte assoluta” anche da Raymond Carver. Ora Camon ha ottantuno anni, una mente lucidissima e un certo gusto per la verità che rende sempre interessante e unica ogni sua riflessione. Lo incontro a casa sua, in un palazzo signorile situato al Portello, storico quartiere di Padova.

- Caro Camon, nei suoi romanzi, e soprattutto nel “Ciclo degli ultimi” è sempre presente una sorta di senso del sacro. Quella sacralità oggi non c'è più, probabilmente svanita insieme a quella stessa civiltà contadina di cui lei è stato grande interprete.
- Io sono nato in una civiltà che credevo eterna (ho un libro intitolato La vita eterna), e quella civiltà è morta sotto i miei occhi. Morte di una civiltà significa morte di una famiglia, di un’idea di casa, di lavoro, di Dio, di peccato, di salvezza… Chi è stato costruito da una civiltà, e si trova scagliato in un’altra civiltà, entra in una crisi tremenda, impazzisce. La morte della civiltà contadina è stata un evento immenso. Un poeta francese, Charles Péguy, ha scritto che “è il più grande evento della storia, dopo la nascita di Cristo”. Sono d’accordo. Ma la stampa non l’ha colto. Perché la stampa coglie la cronaca, il fatto improvviso, fragoroso e superficiale, non sente i lenti bradisismi, che avvengono in profondità. La civiltà contadina è crudele, arcaica, invivibile. È ruzantiana, non pasoliniana.
- Devo immaginare che il contesto ambientale legato alla sua infanzia e alla sua giovinezza non sia stato idilliaco.
- Tutta la prima parte della mia vita, il primo quarto di secolo, è indicibile. Ho fatto un sogno su questa indicibilità, quand’ero in analisi. Eccolo.
Devo fare un viaggio, salgo sul tram. Il controllore mi chiede il biglietto, non ce l’ho, allora devo pagare in soldi, non ne ho, allora devo pagare in carne. Il controllore ha una macchina come quelle per fare i salami, composta di un tritacarne e un canale di uscita. Metto il mio braccio destro nella macchina, la macchina stacca brandelli di carne, il controllore li conta ad alta voce: “Ventitré, ventiquattro, venticinque. Adesso può viaggiare”. 
Non capisco quel 25, così preciso. Il non capirlo mi turba. L’analista, dietro di me, si china sulla mia nuca e chiede: “Quanti anni ha lei?”. Glielo dissi. “E da quanti anni è uscito dalla casa paterna?”. Glielo dissi. “Quanto fa il primo numero meno il secondo?”.
“Venticinque”. 
“Ecco il numero”. 
Rimasi folgorato da quella risposta. Per il mio inconscio, i primi venticinque anni della mia vita, tra casa stalla e campi, senza libri, senza giornali, senza cinema, senza nessun altro studente tra tutta la popolazione, senza nessuno che parlasse o capisse la lingua italiana, erano stati uno scuoiamento e uno squartamento. Ho cominciato l’analisi con Musatti, poi l’ho lasciato. Musatti era un bravo analista ma parlava troppo. Mi raccontava che Ottiero Ottieri beveva i profumi della moglie, perché era alcolizzato e i profumi contengono alcol. Ma Ottieri era mio amico, uscito da Musatti io andavo a trovarlo. Quelle confidenze mi turbavano. Mi raccontava che Pasolini andò in analisi da lui per sette-otto sedute, poi saltò fuori l’omosessualità, e Pasolini disse: “Non ne parlerò, perché è Natura”. Musatti replicò: “Ne parlerà comunque, perché è cultura”. Pasolini entrò in crisi acuta, e non si presentò più. Lo ritengo un errore di Musatti. Perché l’analista non deve rivelare qualcosa che chi lo ascolta non è in grado di accettare.
- In passato la critica letteraria l'ha spesso accostata a Pasolini, anche se a mio modo di vedere sono molti i punti divergenti fra lei e PPP.
Nel mondo io passo per figlio di Pasolini, ma non è vero. Pasolini ha scritto la prefazione al mio primo romanzo, bellissima ma sbagliata, ha scritto la prefazione alle mie prime poesie, bellissima ma sbagliata, e ha dedicato un saggio critico al mio primo libro di critica, bellissimo (sta nei suoi Scritti corsari) ma sbagliato. Una mattina presto, verso le 5, squilla il telefono, è Pasolini che mi dice: “Livio (cioè Garzanti) mi ha mandato il suo manoscritto in lettura, posso farci la prefazione?”. Risposi: “Mi onora”. La settimana dopo mi chiama l’editore: “È arrivata la prefazione di Pasolini, se vuol leggerla venga qua”. Vado a Milano. Allora la casa editrice stava in via della Spiga. Entro, e i dirigenti m’aspettano in uno stanzino al pianoterra. Ci son tutti: Sergio Morando, Cusatelli, Bezzola, non ricordo se ci fosse anche Raboni. Mi danno la prefazione, la leggo stando in piedi e rispondo: “La accetto”. Tutti contenti. Tornando in treno, dentro di me ripetevo: “È bellissima ma sbagliata”. Pasolini era generoso. Nella prefazione a quel libro di un esordiente citava Dante, Boccaccio e Verga. Non si fa, con un principiante. Lo ubriachi. Ma dopo mi rimproverava di descrivere il sogno del mondo contadino di diventar borghese, invece di mantener l’orgoglio di restare com’è, piedi scalzi, l’angelus, messa mattutina, dialetto. Pasolini aveva un’idea arcadica della civiltà contadina. Perché non la conosceva, non c’era nato e vissuto dentro. Non conosceva la miseria, i geloni, l’avitaminosi, l’alcoolismo, l’analfabetismo. Però certo il mondo contadino preferiva essere descritto arcadicamente piuttosto che ruzantianamente.
- E il suo mondo originario, come ha accolto quei romanzi?
- I paesi si sono offesi quando sono usciti “Il quinto stato” e “La vita eterna”. C’eran sindaci che volevano portarmi in processo. Dicevano: si viveva come bestie? Sì, ma non bisogna dirlo. Con Un altare per la madre non si sono rabboniti. Al contrario. Mio padre è piombato a casa mia con mio fratello, due testimoni del paese e un notaio di Bologna, e mi ha diseredato. Il messaggio era: chi descrive il paese in cui è nato umiliandolo, va espulso dalla famiglia. Eppure è il libro più amato fra quelli che ho scritto, e il più tradotto. È un libro cristiano, eppure è stato tradotto in Turchia da un editore islamico. M’han chiamato a parlarne nelle madrasse, all’università, alla tv… L’Islam non sa cos’è un altare, le moschee non hanno altari. Lo hanno intitolato Immortalità. Del resto, negli Stati Uniti si chiama Memorial, in Francia Apothéose, in Brasile Imortalidade… All’estero ha spesso cambiato titolo.
- Ma ci sono stati paesi di campagna grati per quei libri?
- Certo, ma non in Italia. Quei romanzi contadini, nati nel paese che aveva la campagna, eran sentiti come fraterni nei paesi che avevano la campagne, la puzsta, la pampa, la meseta… Il pubblico che mi vuole più bene è in Argentina. Il direttore dell’Istituto Italiano di Cultura di Buenos Aires m’invita alla Fiera del Libro. Ad ascoltarmi erano in migliaia, dal giorno dopo vengo portato in giro per le scuole, che si chiamano Marco Polo, Piccola Vicenza, nomi così, centinaia di studenti aspettano nell'aula magna, come entro io scattano in piedi, da un angolo si alza la bandiera italiana, parte l’inno nazionale italiano e tutti lo cantano con la mano sul cuore. Per loro io rappresentavo la grande patria perduta. Ogni sera un invito: i ristoranti italiani chiedevano di avere ospite a cena lo scrittore italiano, da esibire ai clienti. In Cile stessa cosa, ma qui successe un episodio sgradevole. Mi avevan dato un’auto con autista, passiamo davanti al Palazzo de La Moneda e io esclamo: “Qui hanno ucciso Allende”. L’auto frena di colpo, l’autista mi guarda cattivo e ribatte: “Come, ucciso? Sono stato io il primo a entrare, s’era ucciso da solo sparandosi alla testa da sotto il mento, e il cervello era schizzato al soffitto”. Era uno dei poliziotti che avevan dato l’assalto ad Allende!
- Lei ha viaggiato in ogni parte del mondo grazie al successo del suo più celebre romanzo. Ebbe rapporti anche con l'ex Unione Sovietica?
- La Francia ha sempre dedicato ai miei libri un’attenzione mista a compassione. La campagne è diversa, più ricca, più orgogliosa. La Russia, e tutta l’Urss, leggeva i miei romanzi come descrizione di uno stadio pre-rivoluzionario, e si chiedeva perché la rivoluzione non scoppiasse mai. Il rapporto con i sovietici è entrato in crisi per tre eventi: un libro, un disastro aereo, e la mia stima per Primo Levi. Il libro è La malattia chiamata uomo, racconto di un uomo in analisi. Un romanzo sulla, della, nella psicanalisi. I sovietici mi comunicarono bruscamente che non l’avrebbero tradotto, perché “la cultura sovietica non può ammettere che ci sia un’influenza che, partendo dalla psiche, si scarica sul corpo”. Una perfetta risposta materialista. Il disastro aereo fu quello di Sachalin: un Boeing americano, carico di passeggeri, fu abbattuto da intercettori sovietici mentre attraversava un lembo di cielo fuori-rotta. I sovietici sostenevano che era un aereo spia. 290 morti. L’Associazione Scrittori Sovietici mi aveva offerto un mese in Siberia, aspettavo l’invito. L’Ambasciata Sovietica a Roma m’informa che l’invito è arrivato. Su quel disastro aereo scrivo un articolo, che esce in prima pagina. L’invito non è più arrivato. Anni dopo un gruppo di scrittori sovietici viene in Italia, a lanciare la glasnost e la perestroika, e fanno tappa a Padova. M’invitano in pizzeria, ci vado. Sono capeggiati da Sergej Mikhalkov, padre del regista Nikita. Uomo di potere. Uno della troupe mi chiede perché non torno in Urss. Accenno a quell’invito mai arrivato, Mikalkhov scaglia via forchetta e coltello ed esclama: “Ma quello era un aereo spia!”. Era stato lui. Aveva prima spedito e poi ritirato l’invito. Terzo vulnus nel nostro rapporto: io insistevo perché traducessero Primo Levi, scrivevo a Joachim Meinert, mio traduttore in Germania Est, e a Mickail Andreev, mio traduttore in Russia, e loro mi rispondevano: “L’abbiamo proposto, ci han detto che Primo Levi è un bugiardo, il Lager non era un luogo di oppressione, ma un luogo dove si svolgeva l’eroica resistenza del proletariato prigioniero”. Secondo me, temevano che i loro lettori, nel lager, vedessero il gulag.
- Importante da un punto di vista umano fu la sua amicizia con Primo Levi, col quale ha anche scritto un libro-conversazione.
- Io amavo Primo Levi, lo consideravo testimone di una “mia” colpa. Quando uscì l’ultimo libro, I sommersi e i salvati, lo consigliai a Hector Bianciotti, direttore della Gallimard, ma lui rispondeva: “Non ci piace”. Insistevo: “È il più grave errore della vostra storia”. Mi metto d’accordo col quotidiano Libération per un maxi-articolo, in cui volevo spiegare ai francesi perché dovevano leggere Levi. Mando l’articolo. Levi muore di sabato, l’articolo esce il giorno dopo. Da quel giorno fu una gara tra Albin Michel e Gallimard a chi si accaparrava le opere di Levi. La Gallimard mi chiese la lettera di Levi, arrivatami il martedì successivo alla sua morte, con la quale lui esprimeva il desiderio di essere tradotto da Gallimard. Mando la lettera, e la guerra finisce. Si parla sempre del rifiuto di Einaudi al primo libro di Levi, ma questo di Gallimard fu assai più incomprensibile. Per me Primo Levi era il “corpo del reato” della nostra storia. Lui si riteneva vittima di un capo, Hitler. Ma erano secoli che la civiltà cristiana diceva agli ebrei: “Potete vivere in mezzo a noi, basta che diventiate come noi”, e fu l’epoca delle conversioni coatte. Poi diceva: ”Non siete diventati come noi, andate a vivere da un’altra parte”, e fu l’epoca dei ghetti. Hitler venne per ultimo e disse: “Né con noi né lontano da noi, non potete vivere da nessuna parte: ovunque siate, vi uccideremo”, e fu lo Sterminio. I miei viaggi a Torino per scrivere il libretto che si chiama Conversazione con Primo Levi erano viaggi a Canossa.
- A proposito di nazismo. In alcuni suoi romanzi si sente forte anche la testimonianza sull'occupazione tedesca.
- Quando finiva la seconda guerra mondiale, io avevo dieci anni. Ricordo tutto. Ho descritto le stragi e le impiccagioni nei miei romanzi contadini, lasciando al comandante tedesco il nome reale. I libri vengono tradotti anche in Germania. Un gruppo di magistrati tedeschi prepara un processo, i miei libri sono tra i documenti a carico. Il comandante tedesco ha un infarto e muore. Ho un parente partigiano, impiccato dai tedeschi: quando passo davanti alla sua lapide, gli dico: “Per te ho fatto quel che ho potuto”.
- Con il romanzo “Occidente” ha voluto affrontare di petto anche i problemi degli anni di piombo. Con quali conseguenze, se posso chiederlo?
- “Occidente” è un romanzo sul terrorismo. L’ho scritto procurandomi tutto il materiale che potevo. In una libreria neonazista trovai un libretto, anonimo, che spiegava perché bisognava fare una grande strage. Lo scopo era “inginocchiare il popolo”. Rielaboro quei concetti e li metto nel romanzo. La polizia ha trovato 11 pagine di quel libro, scritte a mano, in un quaderno della cellula neonazista sospettata della strage di Bologna. Quel libro vien utilizzato nell’arringa dell’accusa e nella sentenza di condanna come il testo che contiene il “movente” della strage. Il libro diventò un film della Rai. Il leader della violenza nera si riconobbe nel personaggio e citò in processo la Rai e me. Condannato all’ergastolo, perse i diritti civili, e il processo non ebbe luogo. Successivamente assolto, chiese un colloquio con me, da pubblicare. Era agli arresti domiciliari a Brindisi. Fu un colloquio drammatico, con lui che sosteneva il diritto del capo di sacrificare la vita di chi voleva, se questo serviva all’idea. Alla fine gli chiesi se, riguardo alla strage, si ritenesse colpevole o innocente, e rispose così: “È innocente non colui che è incapace di peccare, ma colui che pecca senza rimorsi”. Penso spesso a questa frase. Mi pare voglia dire che l’autore di una strage è innocente, se possiede dentro di sé un codice morale che lo assolve. Se è così, sono innocenti tutti i terroristi dell’Islam. Anzi dopo una strage sono più innocenti di prima. Quando vado in treno a Bologna, guardo la lapide ai caduti della strage e penso: “Per voi ho fatto quel che ho potuto”.
- Dopo l'attentato di Charlie Hebdo lei ha dichiarato: “Questi sono in guerra con l'Occidente e l'Occidente non sa difendersi.” Ritiene che l'Islam sia compatibile con la nostra civiltà?
- No. Nessuno dei tre cardini dell’Islam è compatibile con la costituzione italiana o francese o tedesca, eccetera. Il fedele vale più dell’infedele, l’uomo vale più della donna, l’emirato vale più della democrazia, sono tre bestemmie costituzionali.
- E allora, l’immigrazione?
- L’immigrazione continuerà, ma in tre generazioni gli immigrati perderanno Allah. I miei contadini sono diventati borghesi, ma hanno perso Cristo.
- E sono felici?
- No. Sono rabbiosi.

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