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Ferdinando Camon

Pronti a farci saltare in aria

 

Quotidiani locali "Espresso-Repubblica" 1 aprile 2017  
 
 
Ieri la polizia ha diffuso le intercettazioni dei jihadisti che preparavano, a quanto pare, un attentato al Ponte di Rialto a Venezia, e si sentono queste parole: "Se domani faccio il giuramento e mi danno l'ordine, sono obbligato a ucciderli tutti... Con Venezia guadagni subito il paradiso, per quanti  miscredenti ci sono qua.. Ad aver una bomba.. A Rialto...". I jihadisti sono quattro, “tutti residenti in Italia con regolare permesso di soggiorno”. Son queste le parole più allarmanti. Perché significano che, applicando le nostre norme nel controllo dei migranti in arrivo, non siamo in grado di scoprire chi è pericoloso e chi no, chi viene perché là sta male e chi viene per farci del male, chi viene per salvarsi la vita e chi viene per toglierci la vita. È nel momento del controllo che entra in gioco la nostra sicurezza. E nel controllo c’è un’enorme défaillance del nostro sistema di accoglienza. Una défaillance dovuta alla politica. Non, per fortuna, alle forze di sicurezza, polizia e carabinieri, che risultano efficienti e ineccepibili anche stavolta.
Che la basilica di San Marco fosse un obiettivo del terrorismo jihadista lo sapevamo da molto tempo, fin da quando erano state trovate nei covi di alcuni gruppi di terroristi delle cartine topografiche di Venezia, Roma e Padova, con disegnate delle frecce e dei cerchietti: i cerchietti per indicare gli obiettivi, e le frecce per indicare le strade migliori per raggiungerli. A Roma era segnato come obiettivo San Pietro, a Venezia San Marco, a Padova Sant’Antonio. Allora ci domandavamo perché Sant’Antonio. San Pietro è chiaro, è il cuore del cuore della Cristianità, colpendo lì colpisci il centro dell’Occidente “infedele”. I jihadisti che agiscono in casa nostra hanno un problema: non colpirsi tra di loro, islamici con islamici. Nelle intercettazioni della cellula jihadista che progettava di agire in San Pietro, si sentiva il compiacimento perché lì “sono tutti infedeli, non ci sono nostri fratelli”. Più difficile è capire perché mettessero in progetto anche Sant’Antonio: Sant’Antonio non è San Pietro e Padova non è Roma. Il mio pensiero è sempre stato che i jihadisti che preparano questi progetti sono abbastanza colti da sapere che Sant’Antonio non è in Italia ma è extra-territoriale, appartiene al Vaticano: colpendo lì colpisci direttamente il Papa, a casa sua. Forse molti padovani non lo sanno, ma i jihadisti s’informano, studiano i loro obiettivi, la storia e il significato (intendo: i jihadisti mandanti, non gli esecutori, i quali sono ignoranti, devono soltanto morire, più ignoranti sono meglio muoiono).
A Venezia li colpisce l’enorme quantità di turisti, tutti infedeli, tutti intruppati per calli strettissime, in fila come agnelli al mattatoio. I bersagli che hanno in mente i jihadisti a Venezia sono due: uno è San Marco, l’altro sono le calli. Su San Marco c’è un’intercettazione in cui si sente: “Per guadagnare il Paradiso, dobbiamo andare a San Marco”. La frase “per guadagnare il Paradiso” significa che colui che compie la strage deve morire. È chiaro che questa intercettazione fa pensare al progetto di una strage con kamikaze. Noi non possiamo sapere se lo stragista-suicida andrà poi in Paradiso (personalmente, ne dubito), però dobbiamo chiederci se il progetto della strage è realizzabile, e non possiamo rispondere con certezza di no. Ragionando occidentalmente, dobbiamo calcolare il rapporto tra costi e benefici. I costi sono un suicidio, i benefici sono decine di omicidi. Ragionando islamisticamente, il suicidio è niente, gli omicidi significano il Paradiso, cioè tutto. Come si dice in linguaggio militare: l’obiettivo è “proficuo”. Perciò tutte le città che hanno un obiettivo proficuo sono in pericolo. Ma il pericolo scatta non quando i terroristi entrano nella città, ma quando entrano in Italia. Ne abbiamo trovato quattro, ma quanti ce ne sono che non troviamo, “residenti in Italia con regolare permesso”?

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