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Ferdinando Camon

Il dialetto veneto a scuola e in tv è legge

 

"La Stampa" 8 dicembre 2016

Il Consiglio Regionale del Veneto ha approvato a maggioranza una legge che apre la possibilità di applicare i diritti attuati nel Trentino Altro Adige in campo linguistico. La legge è ad alto rischio di bocciatura da parte della Corte Costituzionale. Ma intanto c’è. La stampa locale non parla d’altro. Prevede il diritto di usare il dialetto nelle scuole, nelle trasmissioni Rai, a fondare e gestire scuole, riconosciute dallo Stato, ma di fatto obbedienti alla Regione. È il vecchio sogno degli autonomisti-indipendentisti, un sogno che adesso fa un inatteso, sorprendente e preoccupante balzo verso la realizzazione. La previsione generale è che un secondo balzo non lo farà, perché la Consulta lo boccerà. Ma intanto la Regione Veneto fa questo audace tentativo di affiancarsi all’Alto Adige. In Alto Adige, quando iscrivi un figlio a scuola, devi scegliere se intendi iscriverlo a una scuola di lingua tedesca o italiana o bilingue. Bene, nel sogno della Lega il Veneto porrà la stessa opzione, con la differenza che le tre scelte saranno scuola in dialetto veneto, in lingua italiana o bilingue. L’intenzione della Lega è di solleticare l’orgoglio dei veneti, farli sentire diversi e superiori, inglobati e conquistati, pronti all’autoliberazione, che deve compiersi anzitutto nella sfera della lingua, scritta e parlata. Il dialetto è il nostro dna, la nostra autenticità, la nostra grandezza. Che cose meravigliose possiamo esprimere in dialetto! In lingua italiana non potremo mai. Il dialetto è la nostra verità, la lingua nazionale è la nostra falsità. Soprattutto noi scrittori dovremmo entusiasmarci per questa legge. E soprattutto quelli (che nel Veneto vuol dire tutti) che hanno avuto il dialetto come lingua madre. Riusciamo a entusiasmarci? No. E perché? Perché il dialetto e l’italiano non sono due lingue alternative, che esprimono lo stesso mondo, son lingue diverse fatte per esprimere mondi diversi. Il mondo dialettale non c’è più. Quand’eravamo giovani, tra noi parlavamo in dialetto e non parlavamo che di ragazze, ma ragazza in dialetto padovano era tosa, in veronese putela, al di là di Treviso mula: nessuna di queste era ragazza, come la ragazza italiana. La ragazza dialettale era diversa per vestiti, parlata, cultura, sessualità. Oggi sono tutte ragazze. Vogliamo prendere una ragazza e chiamarla tosa o putela? Ridicolo. Lei stessa si offenderà. La mia nipotina, che vive a Verona, mi guarderebbe come si guarda un matto. Mio padre contadino parlava solo dialetto, tornava dai campi sporco lercio, e per lavarsi chiedeva prima il saòn. Il saòn era fatto in casa, grande forza sgrassante, nessuna qualità profumante. Poi chiedeva il sapone. Allora gli si dava il Palmolive. Nessuna capacità sgrassante, ottimo profumante. Adesso vogliamo chiamare il Palmolive saòn? Un insulto, verso il sapone e verso il dialetto. Non è sparito il dialetto, è sparito il mondo dialettale. Altra campagna, altra Natura, altra famiglia, altra madre, altro Dio. Volete far tornare il dialetto? Bene, prima fate tornare quel mondo.

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