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Ferdinando Camon

Il perdono dell'aborto

 

Quotidiani locali del Gruppo "Espresso-Repubblica"

23 novembre 2016

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Qualcuno si domanda se questo Papa sia ancora cattolico. Troppe rivoluzioni, troppi salti in avanti, troppi perdoni, troppe riconciliazioni, troppe aperture alle altre religioni…: se la Chiesa Cattolica ha una tradizione etica, questo Papa reinventa l’etica ex novo. Non legge San Paolo, legge Dostoievski. Lo ammette lui stesso. Non si domanda che cosa è coerente, che cosa è nei testi, ma si domanda che cosa è giusto, che cosa è nella coscienza. L’ultima rivoluzione la fa con il perdono all’aborto. La condanna dell’aborto è sempre stata un pilastro della dottrina cattolica, appena quella dottrina s’è fatta legge dello Stato. Diciamo dunque: da Costantino a Wojtyla. L’aborto era un omicidio aggravato dalle massime aggravanti: l’assassino è colui che dovrebbe dare la vita, l’assassinato è massimamente innocente, perché non è ancora nato. Wojtyla era arrivato al punto di considerare una colpa grave non solo l’aborto, cioè l’eliminazione del feto concepito, ma anche i farmaci che impediscono il concepimento: i contraccettivi erano considerati uno strumento di aborto anticipato.
Piccola-grande domanda: ma se l’aborto è una colpa, perché è colpa soltanto della donna? Se perdonare una donna che aveva abortito era così difficile, da rendere necessario un confessore speciale, un vescovo o chi per lui, perché la stessa imperdonabilità non gravava anche sull’uomo che l’aveva messa incinta? C’era, fino a tre giorni fa, nella Chiesa cattolica, una visione maschile del problema: era un problema e una colpa delle donne. La società è un groviglio di lotte. In ogni lotta, perde l’elemento più debole. Ora, con la venuta di Papa Bergoglio, la Chiesa cattolica assume come suo punto di vista, in tutti i campi, proprio l’elemento più debole. In campo sociale, con la preferenza per i poveri, i barboni, i disoccupati. Nel campo politico, con la vicinanza agli immigrati, da qualunque terra, da qualunque civiltà, da qualunque religione. Nel campo sessuale, con l’apertura agli omosessuali: “Chi sono io per giudicarli?”, quando fino a ieri le società cattoliche li bruciavano vivi, spargendo finocchi sulla brace, per confondere l’odore della carne bruciata. Ha aperto ai nostri nemici secolari, gli eretici, gli scismatici. Ai cattolici separati, gli anglicani. Ai tradizionalisti disobbedienti, i lefebvriani. Adesso apre alle donne. Perché l’aborto è un problema, un trauma, una ferita di cui l’uomo non sa niente. Non per sua malvagità, ma per sua natura. Bergoglio stabilisce e comunica al mondo la “perdonabilità” dell’aborto, riducendolo a peccato per la cui assoluzione basta un prete, che deve constatare il pentimento di colei che l’ha commesso. E di colui, perché vanno inclusi anche i medici che l’hanno eseguito. Non è eliminata la scomunica, ma per levarla basta un prete. Gli anti-bergogliani (che crescono sempre di più) sostengono che così si “banalizza” l’aborto, facendolo scadere a semplice peccato. In realtà non è vero. Papa Bergoglio non “sminuisce” le colpe, ma “aumenta” la grazia”. Non porta un’idea “meno peccatrice” dell’uomo, ma un’idea “più perdonante” di Dio. Fino al Papa precedente, ma soprattutto con Pio X e Pio XII, valeva un’idea terrifica della colpa e della salvezza. Paolo VI emanò un’enciclica sul sesso e sulla pillola, che i giornali britannici (pensando all’influenza che avrebbe avuto sulle sterminate aree cattoliche del Sudamerica) definirono “una catastrofe per l’umanità”. Uno scrittore cattolico si domandò se era possibile la “santità cattolica”, cioè la perfetta conciliazione del credente cattolico col suo Dio. E rispose di no. L’uomo non raggiungerà mai il suo Dio, il suo traguardo non è il raggiungere, ma il camminare eternamente. Era il cattolicesimo della scomunica, della sospensione a divinis, della riduzione laicale, dei peccati che gridano vendetta, dell’obbedienza politica e partitica… Bergoglio sta introducendo a grandi passi la conciliazione con tutti. Non è più una Chiesa cattolica. È una Chiesa cristiana.

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