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Ferdinando Camon

L'Italia dimentica la lingua italiana nel mondo

 

Post su Facebook 26 ottobre 2016
 

Il governo stanzia 50 milioni di euro per aiutare la diffusione della lingua italiana nel mondo. Bellissima notizia. Potenziare la lingua italiana nel mondo è un modo perché noi italiani contiamo di più. Abbiamo una fitta rete d’istituti di cultura all’estero, ma finora non avevano fondi. Parlo per esperienza mia e della mia generazione. Ve la riassumo. Ho girato il mondo per presentare le traduzioni dei miei libri. Gli istituti locali cercavano di aiutarmi ma avevano poco o niente. A Budapest il direttore mi dava ogni mattina una mancetta, per mangiare fino a sera. Ha chiesto in prestito una Seicento Fiat con la quale ho fatto il giro delle università ungheresi per parlare agli studenti. Dormivo in un alberghetto senza doccia. Un’università, Pecs o Seged, non ricordo, aveva una doccia per gli studenti. Lunga fila in attesa. Io ero tutto sudato. Il mio accompagnatore grida: “Prima lo scrittore, prima lo scrittore”. Ho fatto la doccia per primo, vergognandomi da morire. Per risparmiare, in un’università m’han fatto dormire nell’appartamento del rettore, che per l’occasione se n’era andato. Ho visto sul pavimento dei triangoli neri che camminavano: erano cimici. A Lione sono andato benché avessi una gamba rotta e ingessata dall’inguine alla caviglia. Mi muovevo con due stampelle. Mia moglie era con me per aiutarmi a salire e scendere dai treni. Quindi avevo un biglietto per due. Mi han rimproverato, e me ne hanno rimborsato metà. A Varsavia mi davano l’importo per una pizza. La pizzeria era piccola, si aspettava in strada. Ordinavi e poi uscivi. L’ordinazione aveva un numero. Quando sulla porta s’accendeva il tuo numero, entravi. A Stoccolma gli studenti che volevano iscriversi ai corsi d’Italiano erano così numerosi, che molti venivano esclusi. L’istituto Goethe, a chi s’iscriveva alla lingua tedesca, dava un premio. In Lettonia un editore voleva tradurre il mio “Altare”, ma non aveva i soldi per comprare la carta, e rimandava di anno in anno. Con sofferenza sua e mia. Quando ha potuto, ha comprato la carta e ha fatto il libro. Me ne ha mandato una copia. Ogni tanto la guardo e mi sento felice. In Russia ero tradotto dal massimo editore sovietico, che era l’editore ufficiale di Stalin. I russi non pagavano in rubli ma in viaggi. Mi facevano viaggiare. Eran generosi, mi offrivano l’albergo, un accompagnatore, un’auto e un autista. Ho guardato la Russia dalla finestra dalla quale Ivan il Terribile guardava la folla che lo supplicava di tornare a Mosca. M’avevan promesso un lungo viaggio in Siberia. L’ambasciata sovietica a Roma m’informa che l’invito è pronto. In quel momento i russi tirano giù un Boeing americano pieno di passeggeri sopra l’isola di Sachalin, 269 morti. L’avevano scambiato per un aereo spia. Tutti ci scriviamo articoli furiosi, anch’io. L’invito non è più arrivato. Anni dopo, una comitiva sovietica viene a lanciare il nuovo corso sovietico, la Glasnost e la Perestroika, si fermano anche nel Veneto, nella Villa Reale di Piazzola sul Brenta. M’invitano a raggiungerli. Ci vado. Discorsi, poi pizza. In pizzeria il loro capo, che si chiamava Mikalkov ed era il Presidente degli Scrittori Sovietici, padre del regista di Oci Ciornie, mi fissa e sbotta: “Ma quello era un aereo spia!”. Era stato lui a bloccarmi l’invito. Contava sul fatto che uno scrittore italiano, pur di viaggiare un mese in Siberia, sarebbe passato sopra a 269 cadaveri. In Francia ho fatto tradurre Primo Levi, ci ho messo mesi e mesi. Alla fine, è stampato. Sontuosa presentazione alla stampa e all’intellighenzia locale. Io ero invitato dall’Istituto, che alla fine evitò di pagare l’albergo. Pago io e torno a casa. Lunghe telefonate di scuse, penose più per me che per loro. Ecco, queste cose io le ho patite (e suppongo che Tabucchi e Pontiggia e i miei coetanei abbian patito le stesse pene, o anche peggiori) e spero che i nuovi scrittori non debbano patirle più. Non aiutare la lingua italiana all’estero era un errore. Finalmente lo correggono. Perché dove arriva la tua lingua oggi, arriveranno i tuoi prodotti domani.

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