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Ferdinando Camon

Bambini col panino umiliati a scuola

 

Quotidiani veneti del Gruppo "Espresso-Repubblica" 22 settembre 2016
 
 

Arriverà presto anche da noi, la battaglia per il panino a scuola. Già è in corso a Milano. Prepariamoci.
Si tratta di questo: ci sono delle madri che mandano a scuola i figli mettendogli nello zaino anche il pranzo, un sontuoso panino fatto di pane integrale farcito per esempio di tonno di Sicilia e pomodorini freschi. Arriva il momento del pranzo, i ragazzi vanno nella mensa, tutti i ragazzi, naturalmente anche quelli che hanno il panino nello zaino. Si mettono a mangiare insieme con tutti i compagni, che sono i loro amici, che ricorderanno per tutta la vita. Ricorderanno le lezioni, i giochi, i voti, le rivalità, i litigi. I momenti in classe e i momenti a mensa. Perciò alla domanda: sono formativi, i momenti trascorsi a mensa?, bisogna rispondere: molto, sono fondamentali, come tutti i momenti vissuti a scuola. La scuola è un luogo dove il bambino forma la sua vita condividendola con i coetanei. La scolaresca di una classe è un unico corpo collettivo. Ma ecco cosa succede, col bambino che sta mangiando il panino preparatogli dalla mamma: arriva un’inserviente, lo prende per un braccio e lo porta via, a mangiare da solo, separato da tutti, in un’auletta o in uno sgabuzzino. Oppure nella classe, che è vuota perché i compagni sono a mensa. È un gesto orrendo. Capace, da solo, di distruggere tutto quello che di buono il bambino ha imparato dalla scuola in tutto l’anno. La scuola, da luogo dove il piccolo impara tante cose che vengono approvate, anzi ammirate, dal papà e dalla mamma, diventa adesso un luogo dove il bambino patisce un atto che fa arrabbiare il papà e la mamma, li fa discutere a casa, li fa andare a protestare dal preside, che però non molla ma insiste: il bambino che mangia un cibo suo non può mangiarlo insieme con i compagni. A questo punto la vicenda si complica, e se non sarò preciso chiedo scusa: c’è stato il ricorso alle autorità giudiziarie, che hanno dato ragione ai genitori, ma i presidi ribattono che quel verdetto vale solo per quelli che l’han chiesto, non vale per gli altri genitori, che dunque son tenuti a mandare i loro figli alla mensa, e (ecco il punto delicatissimo, che forse contiene la spiegazione di tutta la vicenda) a pagare la relativa retta. Che s’aggira sui 700 euro l’anno. Dunque le madri che mandano i figli a scuola col panino nello zaino hanno prima disdetto la retta? Così pare.
La difesa dei presidi: “Noi possiamo garantire la sanità dei cibi della nostra mensa, non possiamo garantire per i cibi che vengono da casa”, non sta in piedi. Sembra mossa dalla preoccupazione per la salute dei bambini. Ma è una preoccupazione superiore a quella dei genitori? Forse che una madre non si preoccupa che il cibo che dà a suo figlio sia sano? Questa fase, del bambino tirato fuori dal gruppo e guidato per mano in un altro posto, a mangiare da solo, è la fase 2 di un atteggiamento lungo, che ha avuto nella fase 1 un precedente più orribile: quando c’era qualche bambino i cui genitori non erano a posto con la retta e allora, nella distribuzione del pranzo, il piatto di quel bambino veniva saltato. Tutti mangiavano, ma lui no, restava col piatto vuoto, sotto gli sguardi dei compagni. A me piace molto il cinema, ci vado ogni volta che posso. Non escludo che mi càpiti di vedere, un domani, un film in cui la storia di un bandito asociale comincia così: lui piccolino, in una mensa scolastica, chino sul piatto vuoto, mentre tutti i suoi compagni intorno mangiano e lo guardano.

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