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Ferdinando Camon

È umiliante come trattano i libri in tv

 

"La Stampa" 13 settembre 2016
 
 
“È noiosa” diceva un ospite accanto a me, seguendo in teatro la serata del premio Campiello. Gli risposi: “È umiliante”. I conduttori sono bravi, inventano, commentano, cantano. Ma è una delle pochissime trasmissioni tv dedicate ai libri, perché si canta? Perché si parla della mostra del cinema? Perché si riempiono gl’intervalli suonando? Perché le diapositive mostrano un titolo da prima pagina su “Dialoghi tra Bergoglio e Balotelli”? Uno che per tutta la vita ha fatto libri, come me, e che è lì in attesa di ricevere un premio alla carriera, si sente umiliato. Ricorrono cinquant’anni dal mio primo libro, io intendevo il premio alla carriera come festeggiamento delle mie nozze d’oro con la scrittura, e invece di sentire citazioni e celebrazioni di quella che ho sposato, la letteratura, sento battimani e canti e risa di gioia per la donna che han sposato altri, la canzone, la musica, la politica, la tv… Ho sbagliato donna. Ho sbagliato carriera. Ho sbagliato vita. Che umiliazione!
Dicono: ma se parliamo di libri il pubblico si annoia, quello che è in teatro va a casa, e quello che è a casa cambia canale. Allora si cerca di tener su lo spettacolo con le battute comiche, citazioni di film, di politica, di sport, del mondo dei cantanti… I libri sono una piccola noiosa appendice che per entrare nelle case del pubblico dev’essere nascosta nel cavallo di Troia dello spettacolo di massa. Al pubblico si può parlare di libri e di scrittori senza che il pubblico lo sappia, bisogna sorprenderlo: il pubblico è lì per la cornice, lo spettacolo, la bravura dei conduttori, e solo en passant si sorbisce qualche titolo, qualche trama, qualche commento. Gli resterà in testa qualche copertina. Forse qualche curiosità. Da domani, l’un per mille dei telespettatori, fermandosi davanti a una libreria, riconoscerà qualcuno dei libri visti in tv, e l’un per mille di questi che si fermano entrerà e lo comprerà. E così la tv ha assolto il suo compito. La trasmissione ha funzionato. L’anno prossimo la ripeteranno identica.
È un’occasione sprecata, non solo per i libri, che di occasioni non ne hanno molte, e non solo per gli scrittori, che fra tutti i cosiddetti artisti sono i paria, ma anche per i lettori e gli spettatori. Ogni autore è un deposito di drammi, di scontri, d’incomprensioni, con i famigliari, con i genitori, i figli, gli amici, con la vita vissuta, con se stesso. Ogni libro nasce da questi drammi, e li moltiplica. Ha vinto Simona Vinci. Il suo tema è la follia. Non in astratto, ma in ambito famigliare. Come si convive con la follia? Come si scrive? Io ho scritto un libro intitolato La malattia chiamata uomo, esiste una malattia chiamata donna? Non ditemi che queste domande non interessano al pubblico, perché non è vero. Tarabbia ha scritto un libro su un serial killer ideologico, e finita la lettura mia moglie mi ha detto: “Tu sei cattivo, ma Tarabbia è malvagio”. Tarabbia lo ammette? Doninelli è un mio pallino, scrive bei libri ma gli fan pagare il suo cattolicesimo. Essere cattolico è un handicap? La mia risposta è “Sì”. Al pubblico non interessa? Chi lo dice? La Rasy possiede una lingua classica, punta alla durata, ma vincere un premio è un exploit: la durata è conciliabile con l’exploit? Non si poteva leggere qualche pagina di ciascun libro in gara? Se penso alle battute che han riempito la serata mi viene da ridere. Ma se penso alle citazioni immortali che stanno nei libri e sono sempre ignorate, mi viene da piangere. Con i libri inchiodi il pubblico, lo esalti. Se vuoi divertirlo, vuoi troppo poco, i libri non vanno bene. Ma non è colpa loro. È colpa tua.

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