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Ferdinando Camon

Dopo il terremoto: ricostruire lì o andar via?

 

"Avvenire" 28 agosto 2016
 
 
 
Non è una scelta individuale, quella di fronte alla quale si trovano i sopravvissuti al terremoto: ricostruire la casa nello stesso posto, dov’era prima, o andar via e ricominciare a vivere altrove? Non riguarda loro soltanto, ma chiama in causa tutta la stirpe. Passata e futura. Si tratta di continuare a vivere dove han vissuto i padri, o rompere con loro, abbandonare il passato e puntare tutto sul futuro. Il ministro Del Rio dice: “Io non andrei via, non sono dell’idea di fare una new town, ma resterei lì: la città va rifatta esattamente dov’era prima e com’era prima”. Però dice anche: “Decideranno i sindaci”, il che vuol dire “gli abitanti”. L’idea che si debba ricostruire lì si basa su una tesi: che lì è bello. È vero, questi sono paesi belli. Ma sul perché sono belli bisogna intendersi.
Per i laziali e i marchigiani che sono nati e han vissuto lì, i loro paesi non sono belli perché si adeguano a un concetto di bellezza, ma perché lo fondano. Se vanno in giro per il mondo, trovano belli i paesi che somigliano al loro. Lo stesso vale per i friulani. Anche i friulani han voluto rifare tutto com’era e dov’era, perché continuare a vedere quel paesaggio per loro era pacificante, vedere un paesaggio diverso sarebbe stato un trauma. Abbandonare la casa dove sei nato, e dove sono nati i tuoi figli, è come tradire i tuoi genitori e la tua discendenza. I serbi che dovevano lasciare le terre esterne alla Serbia, dopo la guerra civile, lasciavano le case e i villaggi dove avevan vissuto fin’allora portandosi dietro “tutto”, e tutto significa anche le bare dei loro padri e nonni defunti e sepolti da anni. Preparavano il trasloco con cura, caricavano sui carretti tutte le masserizie che potevano, e poi andavano al cimitero, scavavano le tombe dei loro cari, le legavano al carro e partivano. Arrivati a destinazione, le seppellivano nel nuovo cimitero, vicino alla nuova casa. Questo era il modo di “trasferirsi”. L’uomo si trasferisce portandosi dietro gli antenati, come un albero si trapianta portandolo via con le sue radici. Se non porti anche le sue radici, l’albero morirà. Io vivo in una regione che ha avuto immense emigrazioni, quando vado nei paesi dove si son trasferiti i miei corregionali mi si strazia l’anima, per esempio in Argentina. Vengono a migliaia per sentire parlare uno della loro lingua, alzano la bandiera italiana, cantano l’inno italiano: non sono emigrati, con la mente con l’anima e col cuore sono ancora qui. Non ditemi: “Ma quelli han cambiato patria”, perché oggi la patria dell’italiano è il comune, e la sua lingua è il dialetto. Uno che lascia la sua valle e si trasferisce in un’altra, espatria. La fedeltà è restare dove sei nato e dove sono nati i tuoi figli. Chi rompe la fedeltà perché è costretto (una guerra, una carestia, un’inondazione o un terremoto), si riempie di sentimenti ostili verso la patria che non l’ha trattenuto. Un esule, tornando in patria, ha detto di provare un sentimento “metallico”. Mi son chiesto cosa vuol dire “metallico”. Metallico indica un’arma, che ti fa male e con la quale puoi far male. L’uomo sradicato ha bisogno di vendicarsi, e prima o poi lo farà, magari in forme imprevedibili. Il paese in cui sei nato e cresciuto t’ispira la lingua, gli aggettivi, gli intercalari,  i suoni, i colori. Ti detta un’idea di bello e di brutto. Un’idea estetica, e questo vale sia che tu diventi un critico d’arte sia che tu resti un analfabeta. Tutti i Malavoglia lottano per restare nella casa del nespolo. Tutti tranne uno. Quest’uno se ne va e vagabonda. Alla fine torna alla casa paterna e i fratelli gli aprono la porta. Ma lui capisce che non può restare, non è degno, ha tradito il luogo dov’è nato. Ora i terremotati si trovano davanti allo stesso dilemma: restare o andare. Da figlio di contadini capisco chi resta.

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