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Ferdinando Camon

Fine colpa: ora. Fine pena: dopo

 

Quotidiani locali del Gruppo "Espresso-Repubblica" 13 aprile 2016
 
 
 
Il Veneto diventa l’epicentro di una battaglia nazionale contro l’ergastolo ostativo. L’ergastolo ostativo è quello senza fine, quello che quando un condannato entra in carcere, sulla sua cartella viene scritto: “fine pena: 31/12/9999”. Il computer non può scrivere “mai”, deve mettere una data, e perciò mette quella data, che equivale a “dopo la morte”. C’è un ergastolano a vita nel Veneto, Carmelo Musumeci, che scrive email, articoli, libri, e tempesta il mondo di messaggi: vuole uscire. L’ultimo libro è di questi giorni. Ha la prefazione di Gaetano Silvestri, presidente emerito della Corte Costituzionale. In contemporanea con questo libro ne esce un altro, di Elvio Fassone, senatore, membro del Consiglio Superiore della Magistratura, intitolato (un titolo che lo riassume) “Fine pena: ora”. La Corte Costituzionale giustifica l’ergastolo ostativo, ma la battaglia per la sua abolizione è aperta. Vediamo le sue ragioni.
Musumeci ha buona lingua e grande sincerità. Scrive sempre sulla disumanità del “fine pena mai”, sulla cancellazione dalla mente del condannato del concetto di tempo, di speranza e di futuro. Le visite dei parenti, i dialoghi con i figli, le domande: “Papà, quando torni?”, tutto è insensato. Lui non tornerà mai. È un uomo-ombra, espressione inventata da lui. È un ergastolano “senza scampo”, altra definizione sua. Può uno Stato condannare al carcere eterno? Può creare uomini-ombra? Può inventare la figura dell’ergastolano senza scampo? Uno Stato che fa così, non è uno Stato criminale? Incostituzionale? Vedo, dalla prefazione di quest’ultimo libro (Gli ergastolani senza scampo), che un presidente emerito della Corte Costituzionale gli dà ragione. Non porterò le mie deboli conoscenze del Diritto a confliggere con la scienza dei luminari. Ma prego i luminari del Diritto di prendere atto che i diari e le confessioni rivelano verità che sul Diritto devono avere un peso. Per esempio questa: questo ergastolano, capo di una banda mafiosa, non parla mai di quelli che ha ucciso. Chi sono? Quanti? Come li ha eliminati? Perché? Sono domande ininfluenti, per capire la colpa e quindi la pena? Lui dice sempre: “Maledetto lo Stato che mi tiene in carcere”. Perché non dice mai: “Maledetta la mafia, che mi ha fatto finire in carcere”? I figli gli chiedono: “Papà, perché lo Stato è cattivo con te?”. Perché non gli chiedono mai: “Papà, ma tu sei stato cattivo? Hai ucciso della gente?”. In un libro che è una narrazione esemplare del delitto e del castigo, e che ha queste parole nel titolo, l’assassino si tormenta in prigione pensando alle sue vittime innocenti, due donne, e ai loro “occhi buoni”: perché questo ergastolano non pensa mai alle persone che ha ucciso? L’ergastolo ostativo gli vien dato perché ha ucciso insieme con altri, la giustizia cerca questi altri, lui sa chi sono ma non vuole farne i nomi. Li protegge. Dice l’illustre magistrato prefatore: “Non vuole uscire di prigione mandando altri in prigione”. Sembra che mandarli in prigione sia una vigliaccata. Ma non sono assassini? E non è giusto che gli assassini vadano in prigione? Questo condannato è conteso fra due forze, lo Stato che gli chiede “aiutami a fare giustizia”, e la mafia che gli chiede “aiutami a nascondermi alla giustizia”. Lui aiuta la mafia. E continua ad aiutarla ogni volta che si rifiuta di rispondere a chi lo interroga: la sua è una colpa senza fine. Perché lo Stato dovrebbe premiarlo? L’altro libro, “Fine pena: ora”, sostiene fin dal titolo che l’ergastolano senza fine pena deve finire la pena adesso. Sono d’accordo, con una precisazione. L’ergastolano senza fine pena è quello che si rifiuta di aiutare la giustizia e quindi è in colpa, una colpa che non finisce mai. La faccia finire, e finirà anche la sua pena. Fine colpa: ora. Fine pena: dopo.

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