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Ferdinando Camon

Se l'assassino è drogato, è colpa della droga?

 

"Avvenire" 16 marzo 2016  
 

Ogni volta che c’è un super-delitto, una parte dell’opinione pubblica chiede la pena di morte, una parte chiede che si butti via la chiave, e una parte cerca delle attenuanti. Adesso c’è questo super-delitto di Roma. Esplosa la notizia, una giornalista esclamò: «Mi viene spontaneo pensare alla pena di morte». I più, tra i quali il premier Renzi, chiedono l’ergastolo. Ma anche stavolta c’è chi si muove cercando attenuanti, e la domanda è: “Sono cattivi questi due assassini, o è cattiva la cocaina?”. Colpa loro o colpa della droga? Difficile che si arrivi a dire: colpa della droga, e innocenti loro. Innocenti del tutto non sono. Ma più la droga è colpevole, meno loro sono colpevoli. Questo discorso, della non-colpevolezza dell’assassino, mi colpì molto quando a farlo fu l’amico di una grande vittima. La vittima, Pier Paolo Pasolini; l’amico, Alberto Moravia. Moravia scrisse un famoso articolo cul “Corriere”, nel quale sosteneva questa tesi: chi ha ucciso Pasolini? Risposta: Nessuno.  Nessuno perché se noi guardiamo dentro l’assassino, il ragazzo di vita Pino Pelosi, ci vediamo l’ignoranza, il vizio, la vita allo sbando, la mancanza di senso morale, una quantità di forze negative che sballottavano il ragazzo di qua e di là, e quella sera lo sbatterono su Pasolini, per strappargli una manciata di mila lire e rubargli l’Alfa Romeo. Perché l’Alfa Romeo era bella, era metallizzata, presentandoti con quella macchina facevi un figurone, e se posso permettermi un inciso (nel quale vorrei si sentisse l’affetto, non l’ironia), non  escludo che Pasolini l’avesse scelta proprio per questo. Voleva “far colpo” sui ragazzini. E, purtroppo per lui, con Pino Pelosi ci riuscì. Pino voleva l’Alfa. Il movente dell’omicidio fu l’Alfa. Se noi guardiamo (tornando alla tesi di Moravia) nella testa dell’assassino, ci troviamo l’Alfa Romeo, quel portentoso status symbol, l’istinto di rubarla, non l’istinto di uccidere. E dunque: chi ha ucciso Pasolini? Nessuno.
Adesso il discorso si ripete, leggermente cambiato: chi ha ucciso il 23enne romano, torturandolo e massacrandolo con coltello e martello per due ore? I due ragazzi della Roma bene, o la cocaina di cui erano strafatti? Una parte dell’opinione pubblica risponde: la cocaina. La colpa dei ragazzi era di farsi di cocaina. Una volta riempiti di cocaina, non sono più padroni di sé. Diventano vittime.
Ora parlo a nome mio, non del giornale. Noi abbiamo appena affrontato questo problema, se fare il male sotto l’effetto di droghe o alcol sia un’attenuante, e abbiamo risposto di no. Emanando la legge sull’omicidio stradale, il nostro parlamento s’è chiesto se per l’omicidio commesso da chi vien trovato pieno di droga o di alcol possa essere invocata l’attenuante, e ha risposto di no: guidare ubriachi o drogati non è un’attenuante, ma un’aggravante. Perché l’omicidio non è più un caso, una disgrazia, un incidente, ma il risultato di un comportamento di lungo periodo, asociale o antisociale: il morto ci scappa adesso, ma poteva scapparci anni prima o anni dopo. In un certo senso, il delitto è “cercato” o “messo nel conto”. Nel caso romano, la vittima è stata questo 23enne, ma poteva essere un’altra: l’importante, per gli autori dell’omicidio, era uccidere. Questa, per loro, era la catarsi. A un certo punto, uno degli assassini aveva anche pensato di uccidere il proprio padre. Il discorso di Moravia si potrebbe capovolgere: non è che esiste il morto ma non esiste l’assassino, qui esistono gli assassini a prescindere dal morto, che poteva essere chiunque. Il discorso di Moravia (che mi stupì, e ci torno sopra spesso) non mi è mai piaciuto per la seguente ragione: se a uccidere è nessuno, se l’assassino non esiste, cosa possiamo fare noi giudici e noi educatori? Niente. Se invece l’assassino esiste, dobbiamo lavorare su di lui. Prima, durante e dopo. Sempre.

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