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Ferdinando Camon

La verità vera sulla Volkswagen

 

Quotidiani locali del Gruppo "Espresso-Repubblica" 17 ottobre 2015
 

 
 
Ci sono meteorologi che entrano in aereo nell’”occhio del ciclone” per vedere cos’è, come nasce, come si scatena. I grandi cataclismi si capiscono meglio da vicino. Adesso c’è nelle cronache un cataclisma industriale che si chiama “dieselgate”, ne è protagonista la Volkswagen, è nato lontano da noi, ma in questo momento l’indagine arriva a Verona, e nel Veneto sentiamo dichiarazioni nuove, leggiamo documenti che prima ignoravamo, ascoltiamo confessioni che prima trascuravamo. E adesso cominciamo a vedere “la verità vera” dello scandalo Volkswagen. E appare diverso da quello che credevamo. Se avessimo creato noi italiani una truffa del genere, la spiegheremmo come nata dal “complesso degli ultimi”. Invece l’hanno creata i tedeschi, e si spiega come nata dal “complesso dei primi”.
In questo momento la Finanza sta indagando a Verona, nella sede Volkswagen per l’Italia, cercando se ci sono anche lì responsabilità nei motori truccati. Sullo scandalo circola per il mondo un’idea istintiva: che sia una “furbata” ordinata dall’alto, una fuoriuscita dalla legge pensata, voluta, ordinata dal vertice e realizzata dalla base. Ma gl’ingegneri Volkswagen, alcuni anche italiani, confessano che non è così. Non è lo spirito di “essere i più furbi” che ha partorito il marchingegno, ma lo spirito di “essere i più bravi”. Corre in Internet la lettera di una ingegnere italiana, laureata con lode, assunta nella sede centrale della Volkswagen, a Wolsburg, che confessa come poteva accadere anche a lei di inventare il software che trucca i test dell’inquinamento: il suo cervello, e i cervelli che lavoravano con lei, erano costruiti per credere che “ogni invenzione utile all’azienda era di per sé buona”. C’era una gara talmente frenetica, negli uffici di progettazione, che nell’inventare nuovi strumenti scavalcavano le richieste dei dirigenti, per soddisfare anche le richieste non ancora formulate. L’aspirazione di ognuno, anche di lei, era: essere il più bravo. Nessuno aveva, nemmeno in un angoletto del cervello, la riserva di poter dire al Capo: ”Mi dispiace, quello che lei s’aspetta non riesco a inventarlo”. Dire “non ce la faccio” o “non è possibile” era un tabù. Si lavorava in un’atmosfera super-competitiva, in cui ogni tecnico era in gara per superare tutti gli altri tecnici, e la fabbrica tedesca era in gara per superare tutte le altre fabbriche del mondo. L’azienda voleva essere la prima del mondo. Ed è stata la prima del mondo. Non faceva un’auto, faceva, come diceva in una pubblicità, “la vera auto”. Poiché ci stiamo addentrando nel meccanismo psicologico che spiega com’è nato questo trucco e come chi l’ha creato non si poneva il problema della sua legalità, diciamo subito però che se un trucco del genere l’avesse inventato, poniamo, l’Alfa o la Lancia, la stampa di tutto il mondo, e specialmente quella tedesca, ci seppellirebbero nello scherno: «Italiani tutti spaghetti e mandolino, mafia e truffa». Già Lauda aveva appena detto che «gli italiani non sanno fare le auto, sanno fare soltanto pizza e spaghetti» . Agli occhi di tutto il mondo, anche di noi italiani, un trucco del genere, fatto dagli italiani, nascerebbe dal complesso di “ultimi della classe”, ma fatto dai tedeschi nasce dal complesso di “primi della classe”. Come ha scritto la «Frankfurter Allgemeine», nelle super aziende tedesche truffe come questa “non nascono dal virus dell’incapacità ma della supremazia”. La supremazia dà la sensazione di essere al di sopra di tutti, e quindi al di sopra di ogni sospetto. Adesso la Volkswagen, anche a Verona, ha paura. E con la paura torna il senso della legalità. Si tende a scavalcare il concetto di giusto, di legale, di bene quando si è troppo deboli. Ma anche quando si è troppo forti.

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