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Ferdinando Camon

Non si chiude il Colosseo in faccia ai turisti

Quotidiani locali del Gruppo "Espresso-Repubblica" 20 settembre 2015
 
 
 
Pochi giorni fa su questo giornale elogiammo gli operai della Electrolux che, rinunciando alla festività di Ferragosto, si presentarono in officina in 101 e lavorarono a pieno ritmo. L’azienda aveva in quel momento un picco di richieste. In un giorno, 101 operai produssero 400 frigoriferi del modello Cairo, che eran già venduti con le prenotazioni. Dicevamo allora: è così che gli operai possono aiutare la loro azienda, rafforzarla, impedire i licenziamenti (dei quali si parlava, proprio alla Electrolux, qualche mese prima), e magari ridiscutere i salari. A Roma i lavoratori del Colosseo hanno piantato in asso seimila visitatori, già schierati davanti alle porte per entrare nell’Anfiteatro, perché loro, gli impiegati, avevano un’assemblea sindacale. La quale era nota alla dirigenza del Colosseo, ma non alle agenzie che da tutto il mondo inviavano clienti con entrata prenotata. Tanto ha fatto bene il lavoro volontario di Ferragosto alla Electrolux, altrettanto fa male l’abbandono del lavoro, in orario di lavoro, al Colosseo. La Electrolux avrà più clienti, il Colosseo meno. Già alla Electrolux si sta discutendo se fare qualche sabato lavorativo in più, o forse due. Perché le richieste dei prodotti aumentano. Eppure la Electrolux ha concorrenza in tutto il mondo. Il Colosseo non dovrebbe soffrire la concorrenza, perché nessuna parte del mondo offre ai visitatori quel che offre lui, diciamo che tutta l’Italia è in questa situazione privilegiata. Eppure ci sono città del mondo con meno opere d’arte e meno opere antiche, che godono di più visitatori. Quel che han fatto i lavoratori del Colosseo è un danno grave. Invece di soddisfare i visitatori, con la puntualità e la gentilezza, in modo da farli ritornare, li hanno abbandonati, il che è sembrato ai tanti inglesi, tedeschi, giapponesi, americani un segno di disprezzo verso di loro. Non doveva succedere.
Certo, i dipendenti che hanno fatto quell’assemblea in pieno orario di lavoro avevano le loro buone ragioni. Tra l’altro, aspettano ancora il pagamento di compensi accessori arretrati, e lamentano di essere in pochi, quindi di super-lavorare. Ma tenendo conto di questa situazione e di questo paese (molti cittadini sono creditori, in molti luoghi di lavoro, pubblico e privato, si super-lavora, e tutti sappiamo che il nostro Stato è colpevolmente lento nell’affrontare i suoi doveri), i lavoratori del Colosseo non dovevano sfruttare il loro diritto (perché era un diritto, adesso potrebbe non diventarlo più) di fare un’assemblea in orario di lavoro decidendolo autonomamente. Non dovevano anteporre i propri interessi a quelli del luogo di lavoro, del Comune, dello Stato, di noi tutti. Non dico che dovevano fare il contrario, e cioè andare al lavoro e dimenticare i propri interessi. Dico che potevano conciliare un’esigenza e l’altra. Se un lavoro è vitale per tutta la società in cui vivi (fai il chirurgo o il vigile o l’insegnante…), interromperlo significa danneggiare la vita collettiva. Noi italiani ci aspettiamo molto dal turismo, e dunque dallo sfruttamento delle nostre opere d’arte e dei nostri siti archeologici. Sono fra le risorse principali che possiamo sfruttare per uscire dalla crisi. Qualche giornalista ha incontrato turisti stranieri, arrabbiati e delusi per non aver potuto vedere il Colosseo, che si spostavano a vedere altri monumenti in altre città. Erano in gita organizzata, come gran parte dei turisti del mondo, al Colosseo avevano riservato quelle ore, perse quelle ore dovevono spostarsi su altri obiettivi, ma nella loro vita resterà un buco: avevano sognato e aspettato e risparmiato per vedere il Colosseo, e i lavoratori del Colosseo gliel’hanno impedito. Era già successa una chiusura dei cancelli, in orario di lavoro, a Pompei. Ogni lavoro esige che il lavoratore abbia “coscienza” del lavoro che fa. I lavoratori dei nostri siti archeologici non ce l’hanno. Colpa anche dello Stato, che non gliel’ha fatta acquistare.

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