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Ferdinando Camon

Siamo messi come la Grecia

Quotidiani locali del Gruppo "Espresso-Repubblica" 4 luglio 2015

Tutti i responsabili, Padoàn in testa (io, padovano, lo pronuncio Padoàn, e trovo che arretrarsi l’accento è proprio di chi si vergogna; ma che vergogna c’è a chiamarsi Padoàn invece che Milanese?), tutti i responsabili dicono che noi non faremo la fine della Grecia, non saremo contagiati, perché noi abbiamo fatto le riforme, la Grecia no. Ma non è così. Ogni volta che appare Renzi (sempre più panciutino, ma non può stare a dieta?),  mi viene in mente quando, appena insediato, annunciò: «Nessuno avrà uno stipendio superiore a quello del Presidente della Repubblica», che s’aggira sui 220mila euro l’anno. Un manager pagato 600mila lo sfidò: «Io vado a lavorare all’estero».  Renzi accettò la sfida: «L’accompagnerò al confine». Morale: il super-manager guadagna ancora 600 mila euro, e Renzi non fiata più. Renzi sa cosa bisognerebbe fare, ma non lo fa. Qual è il problema della Grecia? Questo: è strutturata male, tasse pensioni redditi sanità sono organizzate in maniera iniqua e insostenibile, ma la Grecia cerca di uscire dalla crisi restando così com’è, senza riformarsi. Il problema dell’Italia è lo stesso. I governanti, di destra o di sinistra, cercano di far uscire l’Italia dalla crisi senza toccare le iniquità che la paralizzano. E cioè: stipendi, pensioni, regioni speciali, riforma della giustizia, costo del parlamento e del senato, tasse, sanità, appalti, corruzione, evasione, regole delle assunzioni e dei licenziamenti, meritocrazia. Le prime cinque di queste riforme sono autoriforme, per il parlamento. Ed è per questo che nessun parlamento le farà mai. Ma da qui scaturisce un problema: non può comprendere le condizioni della miseria una classe dirigente che vive nel lusso. In basso abbiamo imprenditori indebitati che si sucidano, in alto abbiamo politici con super-pensioni e vitalizi aggiunti. Il super-ricco penserà a tutto, ma non ai problemi dell’indebitato. Le regioni speciali sono un’iniquità fiscale, ma sono un tornaconto elettorale: chi governa fa affidamento sui voti che vengono da lì. Osservazione: «Ma le regioni speciali sono nella Costituzione, non si possono toccare». Risposta: «Ma siamo nella crisi, molti di noi si suicidano, tutti i privilegi vanno ridiscussi». Se non c’è giustizia non c’è lo Stato, e se uno ti fa un sopruso e tu eviti di citarlo perché il processo partirebbe 6 anni dopo, non si vede perché tu debba pagare le tasse. Uno Stato così non merita le tasse. Se hai un problema a un occhio e prenoti una visita con la mutua, tempio d’attesa cinque mesi, se ripieghi sul privato, attesa cinque giorni. Col cancro stessi tempi. La corruzione negli appalti è infinita, ma se avessero fatto una legge anticorruzione di una riga: “Per i reati di corruzione nella Pubblica Amministrazione le sanzioni penali e civili s’intendono raddoppiate», sarebbe bastato. Gli imbrogli nelle aste e negli appalti sono frequenti perché le leggi, invece di impedirli, li favoriscono. Quanto alla meritocrazia, non si vede come possa introdurla una classe politica che è stata eletta senza meritarlo: non abbiamo come deputati e senatori i migliori della nazione, ma i più introdotti nel sistema partitico. L’Italia è bloccata da un sistema sociale-politico-economico che perpetua i privilegi. Cambiarlo con le regole in vigore non si può, perché il sistema è in linea con quelle regole. Lo ripete sempre la Corte Costituzionale: i diritti acquisiti, anche se sono iniqui, sono legittimi. La Corte stessa gode di questi privilegi, sia quando sono stipendi, sia quando diventano  pensioni. Queste, e tante altre come queste, sono le riforme che bisognerebbe fare, per far funzionare il paese. Il popolo ha puntato su un politico onesto, leader di un partito onesto, che facesse queste leggi oneste. Ma Renzi non le fa. Il popolo cerca adesso un politico pazzo, leader di un partito di pazzi, che faccia queste riforme pazze. E si sposta su Grillo.

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