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Ferdinando Camon

Lettera sul Foscolo e su "Fontamara"

Dopo un incontro pubblico a Trento, 27 maggio 2015
 

Buongiorno,
Sono venuto  a sentirla ieri a Trento, per me che la leggo da anni un’occasione che non potevo perdere, un incontro di grande emozione. Quando sono tornato a casa mi sono fermato all’edicola e ho acquistato la copia de La Stampa per leggere la sua analisi sul referendum irlandese, come lei aveva consigliato. E’ in fondo all’articolo che ho trovato il suo indirizzo mail, e poiché all’incontro non ho avuto il coraggio d’intervenire, mi è venuta voglia di scriverle per comunicarle qualche riflessione che mi è venuta mentre la stavo a sentire.
Lei ha esordito confessando di non aver mai molto amato Foscolo, che ha citato, Io quando il monumento vidi ove posa il corpo di quel grande…, per chiedersi “perché mai solo ai grandi debba essere data garanzia dell’immortalità nel ricordo perenne” e sostenendo che il traguardo non è tanto quello di essere grandi o  forti, ma quello essere giusti. Ho pensato però che trovare Foscolo proprio all’esordio della sua analisi non fosse affatto un elemento casuale, e che nel suo pensiero ci sia molto più Foscolo di quello che lei stesso forse supponga.
Sicuramente, in un mondo di “Lettere prostituite”, di intellettuali corrotti e asserviti, di “uomiciattoli, di ladroncelli tremanti e saccenti”,  di “passioni languenti e degenerate”, come poteva sembrare a Foscolo la cultura italiana nel periodo della dominazione napoleonica, doveva essere molto forte in lui il bisogno di riscatto e di gloria, almeno nel ricordo di generazioni nuove e più meritevoli. Tuttavia io non credo che  il significato di “sepolcro” in Foscolo possa fermarsi a un aspetto soltanto morale, per quanto indiscutibilmente importante, ma penso che abbia soprattutto e fondamentalmente un risvolto di tipo antropologico e semantico: l’avvio della  pratica della sepoltura è stato per l’umanità il motivo per una vera e propria svolta evolutiva, l’occasione per distinguersi definitivamente da ogni altra specie vivente,  la rivelazione di una “celeste dote (che) è negli umani”. In tutti gli umani, non solo nei grandi e nei forti!
“Il miracolo” consiste nell’aver saputo immaginare un segno (un semplice tumulo, una rozza pietra) non tanto rivolto al contingente e all’utile immediato, ma di averlo saputo piantare come un ponte verso il dopo, come un passaggio fra le generazioni che, prima di allora, si riproponevano meramente e in modo uguale senza serbare nessun contatto con le precedenti, nulla della loro esperienza. Il sepolcro è dunque il primo elemento di una catena che unisce le generazioni come un DNA, come una sorta di anima che le attraversa nella loro espansione progressiva: la storia, la cultura dell’uomo. Quella che il Foscolo elabora come “religione dell’illusione” (la sopravvivenza a se stessi) è l’idea dell’infinito (l’eterno), ma in senso immanente. Il sepolcro, come segno al posto di chi non c’è, diventa nome, linguaggio, dove ogni parola si sostituisce a qualcosa che non c’è più o che non c’è ancora, la esprime, e la perpetua in sua assenza. Ogni parola è dunque un sepolcro.
E quando  il tempo, poi, avrà cancellato anche le tombe, sarà il canto delle muse a risuonare nel silenzio dei luoghi ormai deserti, sarà la poesia a impedire  che la memoria si spenga.  Ma non perché la poesia sia il traguardo del linguaggio umano, il suo più alto punto di arrivo, la sua perfezione, il frutto dei “grandi e dei forti”, ma soprattutto perché la poesia, come pensava Giambattista Vico di cui Foscolo era attento lettore, è l'essenza stessa del linguaggio, il modo umano di abitare la terra, poiché la parola delle origini, la parola degli antichi, era poesia, polisemia per sua stessa “natura”.
Sempre all’inizio della sua analisi, ad una comparazione, nell’introduzione del suo presentatore Giuseppe Colangelo, del mondo contadino di Fontamara di Silone a quello del suo “ciclo degli ultimi”, ha risposto che la differenza sta  nel fatto che lei è cattolico e Silone comunista (immagino nel senso di materialista) e che l’abisso che separa inconciliabilmente le due posizioni si chiama “eterno”. Ecco, io penso che Foscolo abbia gettato un ponte su questo abisso.
Con affetto sincero,
Paolo Rella <paolorella@tin.it>

Caro Rella,
la città di Trento mi ha onorato chiamandomi a concludere un convegno in cui alcuni docenti, coordinati dal prof Giuseppe Colangelo, avevan discusso per due giorni sui miei libri e nel terzo giorno desideravano che io rispondessi alle loro domande. In questi casi, per l’autore, è un dovere andare e dialogare. Accade spesso che questi incontri col pubblico sui miei libri si soffermino sui romanzi contadini (“Quinto Stato”, “Vita Eterna” e “Altare”), a Trento è successa una cosa strana. L’accento era su “Mai visti sole e luna”. Attribuisco la cosa al fatto che quel giorno il quotidiano “L’Adige” dedicava all’incontro un’intera pagina, che era un esame proprio di quel libro. Il Foscolo viene fuori sempre, perché il Foscolo è il grandissimo autore che ci ricorda l’efficacia dei grandi modelli, scienziati studiosi poeti politici, contro l’abbassamento e l’asservimento del paese, per un suo riscatto e una sua liberazione. Tutto questo è giusto. Non ne contesto una parola. Ma io sono figlio di contadini, ho vissuto in campagna, e quello che la scuola nazionale ha fatto in me, e nei miei compagni, è la devastazione: ci ha insegnato che quello che sapevamo (vita dei campi, dialetto, stalle, animali, tradizione locale, stagioni, cattolicesimo di base...), non solo non valeva niente, ma era vergognoso: bisognava nasconderlo. Io ho attraversato tutti gli studi, fino alla laurea, nella vergogna della civiltà da cui venivo. Poi, quando mi sono messo a scrivere, ho scritto soprattutto di quella civiltà. E ho fatto miei protagonisti uomini dei campi, incolti, analfabeti, dialettofoni, e li ho descritti non  come indegni, semi-animali, senza pensiero, senza idee, ma come portatori di valori immensi, Dio, l’immortalità, l’aldilà, la salvezza, il sacrificio, l’onore ai vecchi, il lavoro... Sono orgoglioso che la protagonista dell’”Altare” sia una contadina analfabeta, che merita il ricordo perenne perché era buona e giusta. Per Foscolo era disprezzabile, per me è memorabile. Questo volevo dire. Detto questo, io ho passato la vita a insegnare, e ho dedicato sempre la massima attenzione e venerazione al Foscolo. Quanto a “Fontamara”, non amo il paragone tra “Fontamara” di Silone e il mio “Altare”, perché il mondo di Silone è ateo, il mondo dei miei contadini veneti è cristiano. Il mondo della mia campagna ha fortissimo il senso di eternità. E questo fa una grande differenza. Bene o male che sia. Grazie di avermi scritto. Ferdinando Camon

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