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Ferdinando Camon

Pensioni d'oro e pensioni da fame

Quotidiani locali del Gruppo "Espresso-Repubblica" 21 maggio 2015
 

 
Che senso di tradimento si prova, quando si sente Alfano dichiarare in tv, da Floris, che “è assurdo chiamare pensione d’oro un trattamento da 3mila euro al mese”. Tradimento perché un ministro (ma anche un semplice parlamentare) sa benissimo che le pensioni d’oro arrivano fino a 90mila euro al mese, lordi. E che dunque, se lo stato non ha soldi e li deve assolutamente trovare, invece di tagliare una quota delle striminzite pensioni di latta, potrebbe tagliare una quota delle sontuose pensioni d’oro. Alfano (come tutti i ministri) cerca di impedirlo. È qui che sta il tradimento. Perché così facendo non difende il paese, lo Stato, l’interesse di tutti. Non difende noi. Difende se stesso e la sua casta. Un po’ alla volta questa crisi, che in Italia dura più a lungo che altrove, sta mostrando la sua origine e la sua causa: la società è impostata male, ci sono privilegi enormi e insostenibili, e finché resta questo ordinamento giuridico è impossibile correggerli. Ma allora perché mai l’Italia, così com’è impostata, dovrebbe uscire dalla crisi? Cosa fa per meritarlo? C’è stato un momento in cui Renzi aveva dichiarato: “Eliminerò gli stipendi e le pensioni scandalose, il tetto massimo invalicabile sarà quello del Presidente della repubblica”, cioè 240mila euro l’anno. Si è anche posto un prelievo, bassissimo per la verità, sulle pensioni d’oro, a titolo di solidarietà. Ma la Corte Costituzionale l’ha subito bocciato, perché “la pensione d’oro è un diritto legittimo”, e dunque ritoccarla è illegittimo. Adesso sto per dire qualcosa di molto grave, che forse (lo spero) su questo giornale sarà pubblicato, ma che non sarebbe pubblicato (temo) su nessun grande giornale nazionale. La cosa è questa. La Corte Costituzionale è davvero parte neutra, obiettiva, disinteressata quando boccia il ritocco agli stipendi e alle pensioni d’oro? Lo chiedo perché lo stipendio del presidente della Corte Costituzionale supera di molto (circa il doppio) quello del presidente della repubblica, e così poi anche la sua pensione. È un terreno pericoloso, perché tocca personaggi potenti, che hanno la querela facile. Ma noi non accusiamo loro personalmente di truffa sociale. Accusiamo il sistema di essere iniquo. In questo momento l’Italia paga di pensioni d’oro 37 miliardi di euro l’anno, cioè il 13 % della spesa pensionistica. Non sto prendendo questi dati da giornali sovversivi, ma dal “Sole-24Ore” e da “Panorama”. I pensionati d’oro sono solo il 3% del totale, mentre i pensionati minimi sono il 33 %, tuttavia allo Stato costano di più: il 13% contro l’11%. La pensione d’oro più alta (sappiamo chi la percepisce, ma non è stato facile saperlo, perché questa è un’area avvolta nel mistero, il che è assurdo in una democrazia, quale dovremmo essere ma ovviamente non siamo) ammonta a oltre 91mila euro. Al mese. Lordi. Seguono altre pensioni ultrasostanziose, e gl’importi delle prime dieci sono questi: 66.436,88 euro; 51.781,93; 50.885,43; 47.934,61; 46.811,50; 46.773,61; 44.258,87; 43.253,96; 41.707,54. I dati stanno su “Panorama” dell’8 agosto 2013. Non sono importi illegittimi, la Corte Costituzionale ha ragione nel confermare la legittimità di questi introiti (e quindi dei propri), e perciò nel ribadire che questi non sono ladri, nessuno ruba niente. Ma il problema si sposta: in Italia è il sistema degli stipendi e delle pensioni che è squilibrato. Gli stipendi d’oro portano a pensioni d’oro, gli stipendi da fame portano a pensioni da fame. Non è questione di lavoro, professionalità, capacità. La più alta delle pensioni d’oro che citavo prima va a un dirigente la cui azienda era giunta al fallimento. La tua azienda muore, e tu lucri un premio da 3mila euro al giorno? Sia benedetta la crisi, se ci porta a correggere queste storture. Ma ci vorrebbe un premier coraggioso. Come il Renzi delle origini. Ma quello non c’è più. Adesso Renzi vuole restare premier, non raddrizzare l’Italia.

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