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Ferdinando Camon

Paura di volare

"Panorama" 2 aprile (con data 8) 2015
 


 
Ogni volta che c’è un disastro aereo, ripenso al mio Tupolev in volo da Mosca a Leningrado, risento lo schiocco che porta via la corrente, rivedo i due sposini russi in viaggio di nozze seduti davanti a me che si carezzano le guance ripetendosi: “Addio caro”, “Addio cara”. No, non dimenticherò mai quel volo. E pensare che doveva essere un viaggio-premio: quel volo, da Milano a Mosca e da Mosca a Leningrado, era il mio premio Viareggio. Il premio non dava soldi, non ne ha mai avuti. Dava quadri, statuette, regali vari. Quell’anno il regalo più prezioso era un viaggio aereo a Mosca e Leningrado. Veramente, in origine doveva essere una crociera, su una nave russa. Domanderete: perché Mosca, perché Leningrado, perché una nave russa? Beh, il premio era organizzato da una regione rossa, che nell’area russa otteneva aiuti e favori, inimmaginabili altrove. Non ho mai capito se ero ospite della regione italiana o della Grande Madre Russia. La crociera saltò perché la nave, che si chiamava Ivan Franko, nel viaggio precedente al mio urtò contro gli scogli e storse le eliche. Evidentemente, c’era qualche Schettino anche allora. Rimase in porto per la riparazione. Il viaggio per mare fu commutato in volo aereo. Bell’aereo, il Tupolev. Passeggeri caotici, i sovietici. Si sedevano alla rinfusa. Piloti sbrigativi, i russi. Bruschi nel decollo, bruschi nell’atterraggio. Il volo in linea era monotono, e nessuno si aspettava sorprese. D’improvviso uno schiocco (non uno scoppio, ma uno schiocco sonoro), il buio immediato e totale, come una coperta nera sulle nostre teste. Grida dei viaggiatori, strilli delle hostess. Erano soprattutto questi a terrorizzare i passeggeri: gli strilli delle hostess. Sul bracciolo del sedile c’era anche un pulsante per chiamare una hostess in caso di bisogno, e il suo nome era, in caratteri cirillici, ”stewardessa”. Volare nel buio e col personale di servizio spaventato è un’esperienza terrificante. Non sai cos’è successo, il tuo cervello (il mio, almeno) chiede: “Siamo morti?”. Non ti viene la risposta, non sai niente di che cos’è essere morti. Non sai se passano i secondi o i minuti. È una situazione che il cervello non riesce ad accettare. Perciò la rifiuta. Io non so, non ho mai capito, cosa sia successo in quei momenti e quanto siano durati: il mio cervello s’era bloccato. Nel film “Salvate il soldato Ryan”, Tom Hanks avanza nel terrore, tutti sparano intorno a lui, è un inferno di scoppi, e lui rifiuta di sentire, si chiude nel silenzio. Poi, di colpo, tornano i suoni. Così, di colpo, intorno a me, sulle teste urlanti, tornò la luce, non so dopo quanto tempo. Le hostess passavano veloci ma in silenzio. Davanti a me, gli sposi in viaggio di nozze smettevano di carezzarsi e si abbracciavano. M’è sembrata una resurrezione. Ricordo che avevo pensato: “Ma come, finisce così?”, intendendo la vita. Non ero preparato alla fine. Non lo sarò mai, neanche fra 150 anni. Leningrado era vicina, appena sceso dalla scaletta mi son chinato a toccare la Terra con ambedue le mani. Come fanno i Papi.
Un anno dopo mi telefonano i russi. Ricorre un anniversario della liberazione di Mosca dall’assedio nazista. Grande festa, m’invitano. Con la morte nel cuore rifiuto, gli confesso che ho paura di volare. Protestano che i loro aerei sono più sicuri dei nostri. A telefonarmi è Gheorghj Brejtburd, mio traduttore, responsabile delle relazioni culturali dell’Urss con l’Italia. Si scandalizza per il rifiuto. Poi telefona a Goffredo Parise, ma Parise in quel tempo entrava e usciva dagli ospedali, e in quel momento era dentro. Morale: alla festa per la liberazione di Mosca dall’assedio nazista non ci andò nessuno scrittore italiano. Quando penso che io non ci sono andato per la paura di volare, mi vergogno ancor oggi.
L’anno dopo tre scrittori sovietici vengono in Italia, mi chiedono se possiamo vederci. Ci diamo appuntamento a Venezia, in un ristorante vicino a San Marco. Sono Gheorgi Brejtburd, Yuri Bondarev e Cingiz Ajtmatov. Quest’ultimo era il più grande dei tre, i suoi romanzi eran tradotti anche in italiano, da Mursia. Kirghiso. Al ristorante si presenta con un enorme foruncolo rosso fiammante sul naso, in piena esplosione. Brejtburd mi spiega che aveva “paura di volare” e perciò eran venuti tutti in treno: due giorni e due notti in vagone-letto, mangiando panini e bevendo vodka. Secondo me, tutte le paure di Ajtmatov gli eran venute nel carcere della Lubianka, dove il partito l’aveva rinchiuso. Ho sempre pensato la paura di volare come parente stretta della claustrofobia. Avevano già i biglietti ferroviari per il ritorno, altri giorni e altre notti in vagone letto, per evitare l’aereo. Cercavano un equivalente italiano della vodka, e secondo loro era la grappa.
Con la paura di volare non puoi più vivere, perdi il mondo. In me (come, credo, in tutti) la “paura di volare” si concentrava soprattutto in un momento, il decollo. Il distacco dalla terra. Cioè, dalla Madre Terra. Se fossi riuscito ad avere un distacco felice, uno solo, il cerchio si sarebbe rotto. Bastava uno. “Ci penso io”, mi fa un’amica. Era una psicoterapeuta, lavorava a guarire i drogati. “E come fai?” le chiesi. “Tu pagami un volo Venezia-Milano, e un pranzo a Milano”. Combiniamo. Il volo Venezia-Milano dura venti minuti, è solo salita e solo discesa. Non c’è altro. Per chi ha paura di volare, è tutto terrore. Siamo seduti affiancati, l’aereo è per tre quarti vuoto. Rulla e si stacca. “Ecco – dico -, ora si scatena l’angoscia”, la sento attaccata alle viscere con le unghie come un gatto. La signora (molto graziosa, ma sposata con un uomo assai più bello di me) sblocca il suo sedile, inclina lo schienale, butta le gambe in aria, fa svettare le caviglie ed esclama: ”Ma non ho delle belle gambe?”. I passeggeri tedeschi strabuzzano gli occhi. Io mi spavento e le tiro giù le gambe: “Ma che fai?, sei matta?”. Intanto l’aereo è arrivato in quota e fila in orizzontale. Il gatto stacca le unghie dalle mie viscere e se ne va. A Milano compro un libro e lo regalo alla signora con una dedica: “A Emma [si chiama così], che m’ha fatto volare”. Ho saputo poi che la signora fa girare il libro fra le amiche, e tutte son convinte che “m’ha fatto volare” alluda a chissà quale pratica erotica. Non è vero. Non c’è stato niente di niente a Milano, fra me e quella signora. Lo giuro.

 

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