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Ferdinando Camon

Le vacanze scolastiche sono troppo lunghe

Quotidiani locali del Nord-Est 25 marzo 2015
 

Il governo sta pensando di cambiare il calendario scolastico: il ministro Poletti dice che tre mesi di vacanze sono troppi, potrebbe bastarne uno, uno e mezzo. E un altro mese potrebb’essere dedicato alla formazione, al lavoro. È un’ipotesi saggia. Lo dico con esperienze d’insegnante, di collaboratore del ministero, di padre di studenti. Una vita spesa per la scuola mi ha insegnato che: 1) tre mesi di vacanze non solo non sono utili, ma sono dannosi; 2) la mancanza di qualsiasi esperienza di lavoro nuoce alla cultura degli studenti, che resta una cultura astratta; 3) la famiglia ha difficoltà a gestire i figli svincolati da qualsiasi impegno per così lungo tempo; 4) le vacanze troppo lunghe influiscono  negativamente anche sull’inizio dell’anno scolastico successivo.
In tre mesi di vacanza si dimentica quasi tutto. Lo studente che si ripresenta a scuola non solo non sa più molte cose che aveva studiato, ma non sa neanche più come si studia. L’inizio di un anno scolastico è faticosissimo. È come riprendere a tirare un carro che si era fermato: l’inerzia lo rende pesante. Gli studenti italiani usano le vacanze come anti-scuola, disintossicazione dalla scuola, liberazione da orari-libri-disciplina. Le vacanze sono viaggi, mari-monti, campeggio, tenda, amici, oppure, semplicemente, ozio. È raro vedere durante le vacanze uno studente con un libro in mano. Oppure con un attrezzo da lavoro, o in un luogo di lavoro. Figli così, liberi da tutto e nullafacenti, nelle famiglie sono un peso, perché padre e madre devono continuare a lavorare e uscir di casa. È nel più completo “sregolamento” che i figli, d’estate, trascorrono giorni, settimane, mesi. Nelle lunghe vacanze estive si verifica un fenomeno importante del quale non ci rendiamo conto: l’ultimo giorno di scuola è la vera fine dell’anno (non dell’anno scolastico soltanto, ma dell’anno della vita), e il giorno della riapertura delle scuole è il vero inizio dell’anno. L’inizio dell’anno, per i milioni di studenti, non è il primo gennaio: il primo gennaio è un giorno insignificante, non succede nulla. Il giorno che segna il nuovo anno della vita è la riapertura delle scuole. Gli insegnanti che hanno lasciato i loro studenti tre mesi prima, e se li vedono ricomparire davanti, sbalordiscono: non sono gli stessi. Sono profondamente trasformati. Non solo hanno un aspetto fisico diverso (come si cambia, a quell’età!), ma parlano una lingua diversa, e hanno comportamenti diversi. Durante i mesi dell’anno scolastico, i ragazzi sono a contatto con gli insegnanti e ricevono tutto da loro, idee, cultura, morale, in linea verticale, dall’alto al basso. Nei tre mesi di vacanze, si frequentano tra loro, e si scambiano tutto in linea orizzontale, tra coetanei. È una rivoluzione. Nel primo giorno di scuola, gli insegnanti scoprono quanto gli allievi sono cresciuti e quanto loro, gli insegnanti, sono invecchiati. Perché il vero invecchiamento ce l’hai quando scopri che la nuova generazione ha una lingua e una cultura diverse dalle tue.
Le vacanze così come sono ora sono troppo staccate dalla scuola. Se uno di quei tre mesi fosse dedicato alla formazione, in qualche ambiente di lavoro scelto dal ragazzo ma collegato con l’indirizzo della scuola che frequenta, una specie d’introduzione al lavoro che il ragazzo svolgerà domani, questo non solo eliminerebbe i danni che la vacanza interminabile porta con sé, ma cambierebbe radicalmente la cultura stessa del ragazzo: perché il lavoro insegna su una materia tante cose che lo studio teorico non fa neanche intuire. Ci sono aziende che, appena assunto un diplomato, gli fanno fare un corso di apprendistato, e altre che, appena assunto un laureato, gli mettono a fianco un operaio, perché gl’insegni quel che non sa. Anticipare questo contatto col lavoro sarebbe un bene. E spetta alla scuola. Un mesetto basta. Per le vacanze, resterebbero due mesi. Più che sufficienti.

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