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Ferdinando Camon

Morire di reality

Quotidiani locali del Gruppo "Espresso-Repubblica" 12 marzo 2015
 
 

Il reality è un genere televisivo costellato di tragedie. La più grave è successa ieri. Dieci morti nello scontro di due elicotteri, in Argentina, e poiché i più illustri di quei morti sono francesi, tutta la Francia è in lutto. La più conosciuta delle vittime è la medaglia d’oro olimpionica di nuoto Camille Muffat, grande rivale di Federica Pellegrini. Federica ha diffuso un messaggio in francese (per parlare nella sua lingua all’amica che non c’è più): “Parfois la vie n’est pas juste”, a volte la vita è ingiusta. Parfois, Federica? Perché non dici sempre, toujours? Come dice un poeta francese, il destino “rotola” nella stessa rovina le formiche e le generazioni umane. Con Camille erano una velista, un pugile, e altri, erano all’apice della vita, della salute, della forza e del successo: se la morte è niente, sono passati dal tutto al niente. Così pensano tutti coloro che li ammirano e li conoscono. Che conoscono il loro sport, il loro lavoro o il loro spettacolo. Perché questi erano in Argentina per realizzare una puntata di uno spettacolo televisivo, un reality, una sfida di sopravvivenza tipo la nostra “Isola dei famosi”, un prodotto svedese diffuso in Francia, che ha un trailer dal tono sinistramente profetico. Si vedono i protagonisti, a coppie, a gruppi, in paesaggi diversi, monti, boschi, e didascalie in rapida successione che garantiscono: “Niente cibo”, e cioè bisogna procurarselo, altrimenti muori di fame; ”Niente mappe”, ti devi orientare da solo, altrimenti sei perduto; “Niente aiuto”, ti devi salvare da te, se no addio. Gli attori che interpretavano reality come questo, sono morti per colpa del reality? Si può dire che questi dieci personaggi sono “morti di reality? Poiché fare un reality vuol dire lavorare per noi, sono morti per noi?
Rispondiamo: Sì. Questi reality non sono finzioni, sono realtà. La puntata che si stava realizzando adesso, in Argentina, era la ripresa di una precedente puntata, interrotta per la morte di un attore. Anche in quell’occasione l’équipe aveva un medico con sé, per legge, perché son lavori pericolosi e non c’è assistenza nei paraggi. Dopo la morte dell’attore, il medico si suicidò. Segno che aveva coscienza di un eccesso di pericolo e un’insufficiente protezione, e si sentiva in qualche modo colpevole. Ci sono reality in cui i protagonisti devono superare prove inaudite di coraggio, affrontare bestie selvagge, lasciarsi coprire di insetti muniti di pungiglione, fermarsi in mezzo al fuoco… Gli attori “devono” tremare e rabbrividire. E perché? Perché il tremito e il brivido degli attori sono necessari per ottenere il tremito e il brivido degli spettatori. Gli spettatori “sentono” se una scena terrificante è vera o falsa. Se è falsa, non si emozionano, e invece di spaventarsi sghignazzano. Ci vuole realismo, per fare bene un reality. Ci vuole sangue. Vomito. Crisi. Svenimenti. Ricoveri. L’interesse del pubblico crea l’Affare, e l’Affare è un dio: gli attori che muoiono interpretando reality sovraccarichi di realismo, sono le vittime scagliate in bocca al dio-moloch del successo, per placarlo.
Non sappiamo perché c’è stato questo incidente tra elicotteri, ma sappiamo che tutti i passeggeri a bordo erano bendati, lo dice la stampa locale.  Le prove che bisogna superare hanno “sempre” qualcosa di extra, di inventato apposta, che le rende uniche. Il pubblico le guarda per questo. Non sono lo specchio della nostra vita pericolosa, sono uno specchio deformante che la rende più pericolosa. Il pubblico ormai ha i nervi ottusi dalle troppe emozioni, ha bisogno di superemozioni, le chiede e le paga. Perciò, quando succedono disgrazie come questa, il pubblico che ama questi spettacoli non è del tutto innocente.

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