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Ferdinando Camon

Fine totale del segreto bancario

Quotidiani locali del Gruppo "Espresso-Repubblica" 4 marzo 2015
 
 
L’accordo con Montecarlo, dopo l’analogo accordo con la Svizzera, segna la “fine totale” del segreto bancario. Adesso l’Italia potrà conoscere i conti che i suoi cittadini tengono in quelle banche. Una rivoluzione nel campo fiscale. Per la quale non c’è che da esultare, ma con un rimpianto: perché si compie così tardi? Com’era possibile che finora si giustificasse e tutelasse, o si tollerasse, il segreto bancario? e più in generale il segreto economico? Anche oggi: tu chiedi a un conduttore televisivo quanto guadagna, e quello ti risponde: “Tu vìoli la mia privacy”. Ma lo stipendio di un personaggio pubblico, un calciatore, un manager, fa parte della sua sfera intima e privata? Tutti noi italiani, ma specialmente noi del Norditalia, siamo interessati alla fine del segreto bancario in Svizzera e Montecarlo, perché ci riguarda: una fetta non piccola di nostri concittadini nascondeva i soldi lì, al riparo dagli occhi del Fisco. Che non poteva tassare quei soldi (e qui sta la radice dell’evasione), né sapere da dove provenivano (e qui sta la radice dei guadagni sporchi: riciclaggio, droga, armi, malavita,…). La facilità con cui i soldi italiani potevano essere nascosti in Svizzera e Montecarlo rendeva difficile o impossibile il lavoro della magistratura contro la corruzione. C’è una notazione, nel libro in cui Hervé Falciani racconta come s’è impossessato delle liste dei clienti stranieri che tenevano grossi depositi segreti in Svizzera, che dice così: “C’erano periodi in cui i soldi italiani affluivano a Montecarlo in massa, per esempio all’epoca dell’inchiesta Mani Pulite”. Dunque il pool di Mani Pulite cercava i soldi sporchi e seguiva l’itinerario delle dazioni, ma a un certo punto quei soldi si nascondevano a Montecarlo. Dice ancora: “Le immense fortune che arrivavano a Montecarlo impoverivano i paesi di provenienza”. Nei paradisi fiscali correvano a rintanarsi i soldi illeciti spaventati dalla situazione in patria: “Quando Mitterrand vinse le elezioni in Francia, colonne di ricchi francesi varcavano i confini del principato per portare i loro soldi al sicuro dal governo socialista”. A un certo punto Mitterrand nazionalizzò le banche francesi al di sopra di una certa soglia di capitale. Erano troppo ricche, i loro soldi servivano alla patria. A Montecarlo commentarono che le banche che in Francia erano considerate grandi, a Monaco non erano niente. Il segreto bancario squilibrava i rapporti tra gli Stati, i paradisi fiscali avevano ricchezze enormi, e poiché la ricchezza è il vero potere, loro avevano il potere. Cos’è Montecarlo? Uno staterello delle dimensioni del Vaticano, dove chi ci sta non è un cittadino, ma un residente. I cittadini monegaschi sono solo cinquemila. Uno può risiedere a Montecarlo ma essere italiano o francese. Le leggi europee non hanno mai veramente dato la caccia ai fondi segreti in Svizzera e Montecarlo. Quando nel 2005 l’Unione Europea varò una legge per tassare i fondi delle persone fisiche in Svizzera, bastava intestare il conto a una società. E non è solo questione di giusta tassazione, è anche questione di caccia agli affari illeciti, perché finché resisteva il segreto, nessuno poteva mettere in relazione il denaro con chi lo possedeva, e se non poteva fare questo, non poteva stabilire se quel denaro fisse stato guadagnato onestamente o no. Il segreto bancario faceva delle banche una selva selvaggia, dove si nascondeva di tutto. A noi italiani brucia leggere, nelle memorie del funzionario che ha svelato le liste dei clienti segreti di una grande banca svizzera (illustrate dall’”Espresso”, pubblicate in volume da Chiarelettere), che “l’Italia aveva avuto (da lui) più informazioni di tutti gli altri paesi. Ma non le ha mai usate”. Se il segreto bancario va verso la scomparsa, consideriamola pure una vittoria, ma non dimentichiamo la pluridecennale sconfitta.

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