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Ferdinando Camon

In morte di Livio Garzanti

"La Stampa" 14 febbraio 2015
 
 
Aveva creato un grande catalogo, c’erano Gadda, Fenoglio, Pasolini, Volponi, Luzi…: molti di noi esordienti puntavano a entrare lì. Ma non era una casa editrice, con direttore e redattori, era un editore: lui. Se un libro gli piaceva, “doveva” andar bene. Siccome non aveva né un giornale né un settimanale né una tv né una radio, ad ogni libro che pubblicava inventava un lancio su misura. Aveva una straordinaria capacità in questo. Direi, una genialità. Vero, grande editore. È così che dovrebbe fare un editore, pensare i suoi libri uno per uno, non in massa. Del mio primo libro che gli piacque veramente, fece in tre giorni un’edizione fuori commercio, rilegata in tela rossa, che non ho mai vista, e ne regalò una copia a ciascun commesso di libreria, in giro per l’Italia: in modo che un mese dopo, ricevendo l’edizione venale, ogni libreria sapesse di cosa si trattava.
Gli chiesi un incontro. Mi fu risposto che non erano gli autori a poter chiedere un incontro con lui, era lui che prima o poi chiedeva d’incontrare qualche autore. Aveva fatto così con Pasolini, passando per Roma. Pasolini scelse la stazione Termini. Garzanti (me lo raccontò lui stesso) pronunciò poche parole, Pasolini nessuna. Stimava Pasolini, lo considerava un genio assoluto, ma lo temeva: Pasolini era votato allo scandalo, lo scandalo non era un incidente nella vita dei suoi libri, era il suo mezzo di comunicazione, e Garzanti aveva repulsione per gli scandali. Non andò mai veramente d’accordo con Gadda né con Pasolini né con Parise né con Volponi, alla fine tutti ruppero, ma lui soffrì per ciascuna di queste rotture, e avrebbe voluto ricucire con tutti. Anche Volponi, io lo so, soffriva. Passavamo per via della Spiga, sede della Garzanti, e Volponi chinava la testa mormorando: “Garzanti – è un passo avanti”. La rottura più aspra fu quella con Parise. Parise fece un ritratto grottesco di Garzanti: aveva lavorato in casa editrice e uscito di lì fece una descrizione fumettistica del padrone, descrivendolo come un folle che vuol trasmettere la follia ai dipendenti, per rinascere in loro e impossessarsi delle loro anime. In casa editrice tutti patirono quel libro, “Il padrone”, come un oltraggio personale all’editore, aggravato dal fatto che Natalino Sapegno, autore Garzanti, aveva fatto avere al libro il premio Viareggio. Pasolini gli spiegava: “Guardi che quel libro è un atto d’amore”. Alla fine Livio l’ha capito. Passando per Treviso, quando già Parise stava morendo (girava con una fascia rossa al polso, per far capire a tutti che era in dialisi), andò a trovarlo, e tornò annunciando che Parise gli aveva promesso il libro successivo. Credo fosse vero. Dei libri che stampava e a cui teneva particolarmente, seguiva anche l’impianto grafico. Se una bozza non gli piaceva, gli veniva una crisi e doveva sdraiarsi su un divano. Nessun altro editore ha altrettanta passione. La Gina Lagorio si spaventava. Se un libro in cui credeva non andava bene, pensava fosse colpa sua, e creava una consolazione per l’autore. Le sconfitte non dovevano riguardarlo, come la morte non doveva toccare il Faraone. Se un suo autore concorreva allo Strega, lui ci andava ma si nascondeva nei paraggi, e soltanto alla fine dello scrutinio, e soltanto in caso di vittoria, saltava fuori. Con me si accostò a mia moglie, e le mostrò due biglietti: “Sono una crociera in Sudamerica, per lei e suo marito, in caso di sconfitta”. Mia moglie corse a dirmi: “Era meglio perdere”.

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