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Ferdinando Camon

Strage di Bologna, il sistema morale che la spiegava

Uscito su “Avvenire” il 21 novembre 2014, in stesura più corta
 

Dovrebbero pagare oltre due miliardi di euro allo Stato, per i danni recati con la strage di Bologna, Francesca Mambro e Giusva Fioravanti. Non ce la faranno mai. La strage di Bologna è il più grande eccidio del terrorismo italiano: 85 morti e 200 feriti. Era un’epoca in cui crimini mostruosi come questo venivano teorizzati anche pubblicamente, prima di essere compiuti. Il terrorismo di destra progettava le grandi stragi, tali da spaventare il popolo, metterlo in ginocchio, in supplice attesa di un regime forte, che portasse la sicurezza. Di fronte a un pugno di forti, che occupasse il potere, togliendo le libertà democratiche ma stabilendo l’ordine, due dovevano essere le grida del popolo: “Sono loro” e “Finalmente!”. Le stragi dovevano essere compiute per questo risultato, che avrebbe inaugurato una nuova Storia. Era questo il Bene supremo, che valeva più della vita umana, più delle vittime che sacrificava, più della vita degli stessi terroristi, che se cadevano per questo Bene cadevano virtuosamente.            
Dire queste cose in discorsi pubblici, in sedi universitarie o librerie o centri studenteschi o radio politiche, non si poteva ma si faceva. Scriverle era un reato, ma si scrivevano. Gli opuscoli che rilanciavano queste tesi eran sequestrati, ma si trovavano in giro per le librerie specializzate.
A Padova c’era una di queste librerie, vicino alla facoltà di Lettere. Era aperta al pubblico solo un giorno alla settimana, e solo di notte, dalle 22 alle 24. Ci sono andato tre volte, e ho acquistato materiale che si poteva trovare soltanto lì: storie di combattenti del nazismo, teorie della razza, testi anti-ebraici, e progetti insurrezionali per “disintegrare” il sistema borghese. Uno in particolare era intitolato proprio così, “La disintegrazione del sistema”. Non recava il nome dell’autore, era il testo di una conferenza tenuta in Germania in un convegno dei movimenti di estrema destra. Diceva che per abbattere il sistema borghese bisognava fare come i virus che aggrediscono un organismo: ci sono attacchi virali a cui l’organismo resiste, trovando in sé le difese o creandosele, ma ci sono attacchi che colpiscono un organo vitale, per cui l’organismo collassa. I primi sono gli attacchi alle istituzioni, i secondi sono le stragi tra il popolo. È il popolo che bisogna colpire. Stavo allora scrivendo un romanzo sul terrorismo, e interpretai quelle direttive di un capo terrorista come un invito a eseguire “stragi d’innocenti”, per esempio di bambini. Ne descrissi una, nel romanzo, e la spiegai con le parole del leader terrorista. Dopo la strage di Bologna, la polizia trovò undici pagine di quel libro copiate a mano su un quaderno, tutte in maiuscolo, in un covo dove si riuniva una cellula terroristica nera. E dedusse che in quelle parole era svelato il “movente” della strage: la cellula si riuniva per capire il proprio compito storico, quello fare “una grande strage d’innocenti”, e per capirlo studiava un romanzo che descriveva altri stragisti. Insomma, la cellula usava un romanzo sul terrorismo per “spiegarsi a se stessa”. Quella cellula fu processata e condannata, e nell’atto d’accusa e nella sentenza di condanna quelle undici pagine sono riportate come quelle che rivelano il “movente”. Il leader neo-nazista che aveva scritto l’opuscolo per insegnare la “disintegrazione” del sistema fu poi condannato e assolto per altra strage, e in un momento in cui era fuori-carcere lo andai a trovare, per chiedergli in nome di che cosa ritenesse di avere il diritto e il potere di sacrificare le vite altrui. Mi chiese in nome di che cosa gli ponessi la domanda. Risposi: “In nome del Cristianesimo”. S’infuriò: “Voi cristiani! Io non lo sono”. Gli domandai perché riteneva di poter disporre della mia vita. Rispose (cito a memoria, son possibili imprecisioni): “Solo il Capo ha un progetto, che comprende la propria vita e le vite altrui, gli altri sono senza senso”, e aggiunse: “Che cosa sei tu, insignificante segmentino, se io non ti congiungo alla Grande Retta?”. Ribattei: “Lei ha teorizzato la necessità della strage, e i magistrati pensano che l’abbia anche fatta. Le chiedo: lei è colpevole o innocente?” Passò dietro di me (io sempre seduto, lui sempre in piedi) e rispose: “È innocente non colui che è incapace di peccare, ma colui che pecca senza rimorsi. Lo dice il Gobbo Marchigiano”, cioè Leopardi. Avevo fatto mille chilometri di andata in treno per porgli la domanda, ne feci altri mille di ritorno ripensando alla risposta. Ce l’ho ancora qui, e mi trapana il cervello. Il suo significato mi pare questo: sì, ho fatto la strage, ma possiedo un codice morale per cui mi assolvo. Ogni stragista di ogni ideologia ha questo codice. La fonte delle stragi è lì.

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