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Ferdinando Camon

Un delizioso e prezioso romanzo d'amore

"La Stampa - Tuttolibri" 8 nov. 2014


Com’è la vita di un impiegato cinquantenne? Arida. E se vent’anni prima aveva una moglie di cui era innamorato (adesso è vedovo), tre figli di cui era fiero, e si sentiva destinato a qualcosa di grande, come si sente adesso? Finito. C’è qualcosa che può rendere non solo vivibile la seconda parte della vita, ma più vivibile della prima? Qualcosa che, ripensando alla felicità che provava con la moglie, gli faccia esclamare: “Preferisco la nuova felicità”? Se questo succede, è una rivoluzione. “La tregua” è il diario di questa rivoluzione.
Siamo in Uruguay, a Montevideo, a metà del secolo scorso. Il protagonista, Martin Santomé, è ormai avviato a una piena intesa con la seconda donna, confronta le due donne della sua vita, la moglie morta vent’anni fa e la ragazza con cui sta adesso, che ha l’età dei suoi figli, e chiede a se stesso quale preferisce. Le confronta spogliate, in camera, con lui. Un test maschilmente sincero. Dice alla moglie: “Mi dispiace”, e sceglie l’altra. Il libro è la storia di questo secondo amore, più assoluto del primo. Come nasce, come cresce, come trasforma la vita. Parlando di questa ragazza che entra nella sua vita, la paragona a un fiume che avanza nel mare, finché la sua acqua diventa salata. Sì, forse lui ha operato questa trasformazione in lei, questa redenzione. Ma anche lei ha redento la vita di lui. Perché la vita di un funzionario è caratterizzata dalla routine, e la routine di chi fa cose mediocri ma si crede destinato a cose grandi, abitua a spostare in avanti, sempre più avanti, le cose grandi, ad accumularle in un domani che non arriva mai. Il travet che non fa niente di grande vive nell’attesa che qualcosa di grande si presenti. Se si presenta, non lo riconosce. Quando nell’ufficio di Santomé si presenta come neo-assunta Avellaneda (lui la chiamerà sempre così, non è un nome ma un cognome), non la nota per niente, anzi si sorprende a contarle i nei su un braccio. Poi si accorge che qualcosa gl’interessa, ma non sa che cosa. Glielo dice. Lei risponde che l’aveva capito. Comincia così, delicatamente, un amore che ingoia le due vite ma è segnato da una tara: lui ha il doppio degli anni di lei. E cosa teme? Che fra dieci anni lei gli metta le corna. Questo significa che già oggi, girando con lei, ha “paura del ridicolo”. L’uomo maturo che sta con una ragazza (ogni uomo maturo vorrebbe stare con una ragazza) vede qualcosa di celestiale in lei, ma teme che tutti vedano qualcosa di sconcio in lui. Si sente potente, ma umiliato. E mentre si lascia trasportare da questa forza che lo stordisce, le vite dei figli vanno per conto loro, e attraversano drammi che lui non aveva previsto e non capisce, fidanzamenti, abbandoni, omosessualità. Un’intricata serie di minuscoli, fulminanti squarci biografici, nei quali l’autore manifesta una genialità assoluta. Perché in ognuna di quelle paginette condensa il succo di un’intera vita, e dunque quelli sono romanzi in pillole. Inobliabili, nella loro autosufficiente concisione. Questo amore, che regge tutto, finisce di colpo, tragicamente. Santomé ha raccontato tutto nel suo diario, di lei, di sé, di tutti. Con acutezza e onestà. Così fa anche, senza volerlo, un quadro socio-politico dell’Uruguay di allora, molto simile alla nostra Italia: vede che bisogna pagare in nero non solo per avere diritti illegittimi, ma anche per avere diritti legittimi. Ma quel che viene a sapere alla fine, di Avellaneda, quel che lei gli dà come lascito, questo non ce lo dice, lo tiene per sé. Sicché di questo amore sappiamo tutto, ma non proprio tutto. Come ogni amore, nostro o altrui, in parte resta segreto, o indicibile. Ma quel che sappiamo basta a fare un racconto delizioso e prezioso. Un gioiellino. (fercamon@alice.it)
 
Mario Benedetti, La tregua, trad. di Francesco Saba Sardi, Nottetempo ed., Roma 2014, pagg. 248, euro 14,50

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