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Ferdinando Camon

I "dissuasori"

"Avvenire" 21 ottobre 2014

Il lettore ricordi questa parola: “dissuasori”. È una parola che entrerà nella storia. Parrebbe indicare persone o strumenti che dissuadono dal fare una cosa, se qualcuno vuol farla loro lo convincono che è meglio di no. Ma non è così. I dissuasori di cui sto per parlare non sconsigliano di fare una cosa, ma lo impediscono. E la cosa qual è? Sedersi. Dove? Nel piazzale della stazione di una media, colta, raffinata città del Nord Italia, famosa nel mondo per la sua grande e antica università, dove ha insegnato Galileo (c’è ancora la sua cattedra, recintata da una corda rossa), dov’è passato Dante, dove ha dipinto Giotto, dove ha scritto Ippolito Nievo, dove la facoltà di Lettere si chiama Liviano perché Tito Livio è nato qui vicino, e dov’è morto Sant’Antonio, che qui ha una basilica stupenda, che non si chiama “Sant’Antonio”, ma semplicemente “Il Santo”: “ci vediamo al Santo”, “andiamo al Santo”. La città ha avuto, nel recente passato, una grande fioritura economica, diventando una delle città più ricche del pianeta. Era l’epoca in cui si diceva: “Vicenza esporta più della Grecia, Padova più del Portogallo”, o viceversa, non ricordo. Grande ricchezza, grandi problemi nel gestire e sistemare le masse, operaie e studentesche, richiamate qui. Qui nacquero due branche del terrorismo, una rossa e una nera. Tempi passati. Adesso la città ha un certo richiamo, come tutte le città del Nord, verso gli immigranti. Sbarcano nel piazzale della stazione. Lo hanno, in un certo senso, colonizzato. Lì ci sono un sacco di bar, ristoranti, alimentari per loro. C’è anche una frequentatissima cucina per i poveri. Ogni volta che ci passo davanti, ripenso a un episodio di molti anni fa, quando un tunisino ammazzò un altro tunisino piantandogli un coltello in pancia. Spacciatore contro spacciatore. Piombano i carabinieri, lo ammanettano, lui chiede di parlare col sindaco. Il sindaco era quello che nel governo precedente a Renzi era ministro dello Sviluppo Economico. “Portàtelo”, fa il sindaco. Lo portano. Il tunisino fa un’arringa pro domo sua: “Io ho ucciso, ma voi siete cristiani”, “E con questo?” fa il sindaco, “Voi cristiani avete il perdono, e dunque mi perdonate”, “No caro, non funziona così”, gli spiegò il sindaco. Gli immigrati arrivano a ondate, e si vedono soprattutto nel piazzale della stazione, per molte ragioni. Perché arrivano e partono con i treni. Perché intorno alla stazione ci sono un sacco di negozi a basso prezzo. Perché da lì partono i bus per tutta la città, e i bus in questi anni sono usati da studenti, extracomunitari e pensionati. Nel piazzale, proprio di fronte alla stazione, c’è una ricevitoria di scommesse sportive, che attrae gli extracomunitari come una candela le farfalle. Van tutti lì. A investire i pochi euro spiccioli nella speranza di uscire con una sporta di banconote. Davanti alla ricevitoria c’è una fermata del tram recintata da una piazzuola rialzata. Sul rialzo stavan seduti gli extracomunitari, a decine. Per sloggiarli, han deciso di rendere inutilizzabile quel rialzo, quel gradino. Il quale è lungo parecchi metri. Ed ecco entrare in funzione i dissuasori: sono delle strisce metalliche ondulate, ma non ad onde bensì ad angoli acuti, che inchiodate sul gradino di cemento rendono tormentoso adagiarvi il sedere. Guardo queste ondette aguzze e sento che c’è un pensiero in questa invenzione, un’intelligenza. Chi le ha inventate ha visto che questi uomini arrivano stanchi morti. Per farli andar via non occorre picchiarli, multarli o schedarli. Basta trasformare la loro stanchezza in sfinitezza, obbligandoli a stare sempre in piedi. Se non vogliono crollare, se ne andranno. Che io sappia, è la prima creazione urbanistica usata in una piazza non per dare il senso dell’accoglienza, ma il suo contrario. Il colonnato di Piazza San Pietro dice: “Vieni, ti abbraccio”. I dissuasori dicono: “Vattene, o t’infilzo”.

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