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Ferdinando Camon

Uccisa l'orsa Daniza

"Avvenire" 12 settembre 2014

Premessa, dalla quale il lettore può discostarsi come vuole: mi emoziona e mi commuove il ritorno degli orsi nei boschi del Trentino, perché tutto ciò che giova al ritorno della Natura mi pare un bene, tutto ciò che uccide seppellisce o nasconde la Natura mi pare un male. M’interessa ma non mi commuove la cementificazione, la distruzione dei boschi, l’urbanizzazione delle coste, dei monti, perfino dei vulcani. Il ritorno delle aquile, degli sciacalli, dei lupi, degli orsi, delle linci intorno o dentro o sopra i paesi dell’Altopiano, del Cadore, dell’Agordino, del Trentino mi dà il ri-contatto con la Creazione. Vedo davanti a me Francesco che all’alba di una notte insonne, trascorsa in una capanna dove non aveva avuto un attimo di pace, tormentato da continui assalti di topi, esce macilento nel sole, alza la faccia e allarga le mani, e ispirato pronuncia le parole che aprono la nostra più grande letteratura, quel “Cantico di frate Sole” che secondo alcuni nostri critici, tra i quali Giovanni Raboni (io, nel mio piccolo, mi associo), è la più bella poesia di tutta la nostra storia. Era stato morsicchiato senza pausa da tante piccole fastidiose creature. Rinuncia a dormire, si alza, va sulle porta e pronuncia la lode di tutto il Creato. Noi (parlo per quelli che si sentivano gasati per il ritorno degli orsi) pensavamo che la convivenza tra uomini e animali selvatici fosse possibile. La morte dell’orsa Daniza mostra che non è così. Nella morte dell’orsa non è l’orsa che non sa vivere nei nostri boschi e rispettare noi umani. Siamo noi umani che non sappiamo vivere accanto agli orsi e rispettare la loro vita. Questo è un test. E noi uomini lo stiamo perdendo. Lo abbiamo sempre perso. Le condizioni che abbiamo posto agli orsi, reintroducendoli nei nostri boschi, erano truccate fin dall’inizio. Quando il cercatore di funghi (la morte dell’orsa comincia da lui) ha scovato nel fondo del bosco la cucciolata di orsacchiotti appena nati, la prima e unica cosa che doveva fare era un rapido dietro-front seguito dalla sparizione. Invece è rimasto lì, nascosto dietro un albero, a spiare cupido lo spettacolo divino di una Natura che non abbiamo il diritto di vedere. Mamma orsa si era allontanata di alcuni metri. Gli è piombata alle spalle. Ha pensato l’unica cosa che poteva pensare: un animale di un’altra specie, l’enigmatica specie umana, stava per rubarle i figli. Gli è saltata addosso, lo ha graffiato alla schiena, gli ha morso un  calcagno, cioè uno scarpone. La dittatura umana l’ha subito condannata, definendola un’orsa “problematica”, e stabilendo che bisognava ucciderla o catturarla. Da qui si vede che le condizioni poste dall’umanità agli orsi al momento di farli tornare fra noi non erano: “Voi vivete secondo le vostre regole e noi vivremo secondo le nostre”, ma erano: “Accettate le nostre regole, con noi rinunciate ai vostri istinti, compresa la maternità”. Disumano. L’orsa Daniza è morta per la nostra disumanità.
Eravamo noi gli impreparati alla convivenza. Tra l’altro, volevamo catturarla per portarla da qualche parte, per catturarla dovevamo addormentarla, per addormentare un animale selvatico gli si spara una siringa di narcotico, una scena che si vede ogni sera in tutti i documentari esotici, nei documentari la bestia cade nel sonno e vien portata via, come mai stavolta la povera orsa cade stecchita? Le hanno sparato una dose da elefante? E cosa volevamo fare, catturandola? Che fine avrebbero fatto i due cuccioli? Che fine faranno adesso? Reintroducendo gli orsi, dovevamo introdurre nel codice il crimine di animalicidio: e qui il crimine vien commesso tre volte. No, non siamo pronti a far tornare la Natura. Noi la Natura sappiamo soltanto farla morire.             

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