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Ferdinando Camon

Vivere significa ammazzare

 

"La Stampa- Tuttolibri" 12 luglio 2014


L'oscena bestemmia sta a pagina 57 e spande una luce lugubre sul resto del libro e sugli altri libri di questo grande autore. Suona così: "Vivere significa ammazzare". Se non ammazzi non vivi. La gioia dell'esistenza si ha nel corpo-a-corpo col nemico, quando lo infilzi con la baionetta o gli tagli la gola o lo sbricioli con una bomba a mano. La gioia del soldato sta nel "vedere" il nemico mentre muore, o nel contemplare il suo corpo appena morto. Non devi odiarlo per questo. L'odio è umano, ma il soldato che uccide è super-umano, è un dio. Quando il nemico esce di notte dalla sua trincea e protetto dal buio striscia fin sotto i tuoi reticolati, e con la pinza li taglia facendo quel rumore secco, clic clic, che pare un topo che rode, i tuoi soldati si stringono intorno a te e godono di sentire quegli scricchiolii come il gatto gode nel sentire i topi a portata di unghie. D'improvviso tutti sparano sul rumore, fucili mitragliatrici e bombe a mano, tu ami le bombe a mano perché sono un prolungamento del tuo pugno, e dopo la sparatoria è bello esaminare i morti sbrindellati, tu controlli i loro stivali, se qualcuno ha gli stivali eleganti e puliti quello è un ufficiale, e la tua gioia raddoppia. Fai delle scoperte. A volte un proiettile s'infila tra i sacchetti di sabbia e trapassa un cranio, dal cranio esce sangue all'infinito, come mai? Ci sono così tante vene nella testa? La guerra è l'habitat del vero uomo, e nella guerra il momento-clou è l'assalto. Se l'assalto è lungo 100 metri, in quei 100 metri succede questo: "Corriamo. I colpi si fondono l'uno con l'altro sempre più in fretta, sempre più furiosi, affondando in un ruggito crescente. Il terreno ondeggia, l'aria soffocante impregnata di gas e putrefazione ci arriva in faccia a ondate. Zolle di terra si schiantano contro gli elmi, le schegge risuonano contro le armi. Si ode forte e chiaro ogni volta che un pezzo di ferro stacca un trancio di carne umana. Ai nostri piedi, ai bordi del sentiero giacciono i morti, spettrali bambole di cera nella luce fioca, gli arti stranamente slogati. Una cassa toracica affonda, tenera come un mantice, sotto il mio stivale chiodato". Tu non uccidi perché eseguì un ordine, ma perché sei nato per uccidere. La pace camuffava il tuo istinto, la guerra lo rivela. La pace è menzogna, la guerra è verità. Dalla tua trincea, spii e ascolti la trincea nemica, è la tua ossessione, prenderla e sterminarla: "Nelle notti silenziose il vento ci portava voci, colpi di tosse, battiti, martellate e un lontano, sconnesso rumore di ruote. Al che ci coglieva un sentimento singolare, tristo e bramoso, come quello di un cacciatore che, in una radura della giungla, fa la posta a una bestia oscena ed enigmatica". Finalmente tradotto in italiano, da un piccolo meritevole editore, questo smilzo libretto di meditazioni rivela il lato profondo e oscuro di Jünger, ammirabile ma disamabile. Per lui non è importante "perché" si combatte, ma "come" si combatte. La guerra è nostra madre e nostra figlia. Ci forgia come vuole, e noi la forgiamo come vogliamo. Guardando i soldati che scavano fosse senza far rumore, sincronizzano gli orologi fosforescenti, individuano i punti cardinali dalla posizione degli astri, pensi: "È questo l'uomo nuovo, il pioniere della tempesta, il fior fiore della Mitteleuropa". Nato per vincere, anzi per trionfare. Per segnare un'epoca. Dominarla. A cominciare dalla Grande Vittoria in questa Grande Guerra.
Noi italiani leggiamo questo libro, grandioso e terribile, sentendoci prede. In quanto latini, come i gallici, stiamo per essere sbranati dall'autore germanico. Il libro si chiude con la preparazione di un assalto nel 1918: i tedeschi stanno per saltar fuori dalla trincea e piombarci addosso. È la fine. Non avranno pietà, sarebbe viltà. Non odiano nessuno di noi, vogliono soltanto ammazzarci tutti.
Domanda: come mai non è andata così? Come mai hanno perso? Di fronte avevano popoli che non godevano ad ammazzare, ma a non essere ammazzati. Forse conta qualcosa anche il perché si combatte? Forse la battaglia non è soltanto un'esperienza interiore, ma ha a che fare anche col tuo paese, la tua casa, la tua famiglia, la tua libertà?
La battaglia come istinto (mangi il nemico perché hai fame) Jünger l'aveva appena raccontata in uno dei capolavori assoluti della letteratura di guerra: "Nelle tempeste d'acciaio", che ora Guanda ripropone. Noi abbiamo un nostro capolavoro da contrapporgli, "Un anno sull'Altipiano" di Emilio Lussu. In Lussu la guerra è il martirio dell'obbedienza, in Junger è la volontà di potenza. Lussu sta nelle trincee, Junger nei bunker. In Lussu ci piovono addosso ondate di assaltatori, in Jünger bordate d'artiglieria. C'è una pagina lirica-grottesca qui nell'"Esperienza interiore", racconta soldati tedeschi che irrompono in una casa francese sventrata e in quel momento scatta un carillon. Ascoltando inebetiti il dolcissimo e ridicolo suono, i soldati si domandano: ma dunque è esistito un tempo che si chiamava pace? Nelle "Tempeste d'acciaio" il protagonista cammina da solo in piena notte sul campo dove s'è combattuta una battaglia, e sente da ogni parte rumoreggiare i corpi dei morti da cui la putrefazione libera il gas. Ascolta la macabra sinfonia. Che lui perdesse, non era interesse degli altri, ma anche suo. Dell'umanità. Scrivendo l"Esperienza interiore" vien da pensare che Junger lanciasse all'umanità un avvertimento: abbiamo perso ma non ri-perderemo, preparatevi alla sottomissione. Han riperso. Grandioso, terribile e indimenticabile, ma sbagliato nella sua essenza il sistema di Jünger: vivere non significa ammazzare, perché ammazzare significa ammazzarsi.  


Ernst Jünger, La battaglia come esperienza interiore, trad. Simone Buttazzi, Piano B edizioni, 2014, pagg. 140, euro 13

Ernst Jünger, Nelle tempeste d'acciaio, introd. Giorgio Zampa, trad. Giorgio Zampaglione, Guanda, ristampa 2014

 

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