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Ferdinando Camon

Trent'anni fa moriva Berlinguer

Quotidiani locali del Gruppo "Espresso-Repubblica" 7 giugno 2014
 

 
Trent’anni fa moriva a Padova il segretario del Pci Enrico Berlinguer, figura importantissima per la sinistra italiana, per la storia del Pci, per i rapporti fra Italia e Nato, Italia ed Unione Sovietica. Berlinguer è l’inventore dell’enorme trasformazione del Comunismo in Eurocomunismo. Che cosa fu il Comunismo? La più grande rivoluzione sociale e politica del Novecento, che si proponeva di riscattare la classe più povera, il proletariato, portarla al potere, e realizzare sulla Terra una nuova storia, depurata dei valori della borghesia. Una classe unica al potere voleva dire dittatura. E questo era il Comunismo: il potere di una sola classe, un solo partito, un solo gruppo dirigente. E, all’acme dell’impero sovietico, di un solo uomo. Fu una storia grandiosa e fosca, eroica e tragica. Per lunghi decenni parve che su tutta la Terra il riscatto della povertà fosse possibile solo applicando il modello sovietico. Berlinguer fu tra i primi a capire che in Occidente il Comunismo era inapplicabile, doveva adattarsi alla storia, alla cultura, alla religione, alle classi locali. Noi italiani interveniamo sulle grandi rivoluzioni del mondo importandole ma mitigandole: il nostro Romanticismo non è il Romanticismo tedesco, noi non possiamo essere nichilisti e disperati, perché noi ospitiamo il Cattolicesimo, e dove il Romanticismo europeo dice “con la morte non c’è più nulla”, il nostro Romanticismo, Manzoni in testa ma escluso il solitario Leopardi, dice “la morte è la porta verso la vera vita”. L’eurocomunismo è la stessa attenuazione del Comunismo: niente via rivoluzionaria per il potere, niente dittatura del proletariato, niente partito unico, addirittura niente rottura dell’alleanza con la Nato. Questo fu Berlinguer. Voleva addirittura un’alleanza con la Democrazia Cristiana, una specie di Larghe Intese anticipate, perché o si governa così o non si governa. Uomo pericolosissimo, per l’Unione Sovietica. Era in un paese dell’est, su una limousine, quando i servizi segreti tentarono di farlo fuori, speronandolo. Ma sopravvisse e morirà molto più tardi, trent’anni fa, a Padova, mentre teneva un discorso in Piazza della Frutta. I suoi discorsi erano monotoni, interminabili, molto populismo e poche idee. Difficilissimo prendere appunti, era come bloccare l’aria. Lo ascoltavo al Congresso Nazionale del partito a Roma, mi mettevo tra la Inge Feltrinelli e Paolo Volponi, e sentivo Volponi sbuffare: “Ma son discorsi che ammazzano!”. Il discorso di Padova, l’ultimo della sua vita, non faceva eccezione. Quando si sentì male, voleva chiudere ma non ci riusciva, voleva dire: “Lavorate per la pace”, ma Elio Armano si allarmò perché s’accorse che diceva “laorate”, non riusciva più ad articolare la lingua. Il popolo supplicava: “Basta, va a riposare”, ma lui volle concludere. Scese dal palco sorretto a braccio. Lo portarono in albergo. Un crocchio di amici aspettava davanti alla stanza, e quando una cameriera uscì dicendo: “S’è addormentato”, il dottor Giuliano Lenci si spaventò: “Non deve farlo”, ed entrò di corsa. Era l’ictus, il sangue usciva bagnando dolcemente il cervello. La notizia piombò a Roma, in Italia, nel mondo. Scesero nuvole di cronisti e fotoreporter. Ma quando arrivò la moglie di Berlinguer, un funzionario del partito ordinò: “Non fotografate la signora!”, e non scattò nessun lampo. C’era il presidente della repubblica, Sandro Pertini, a Padova, e quando Berlinguer morì, volle portare la salma a Roma col suo aereo presidenziale. Perché la salma non viaggiasse da sola da Padova all’aeroporto di Venezia, il partito, e cioè Pietro Folena, chiamò tutti gli amici dotati di auto, preoccupandosi che l’auto non fosse bianca. M’infilai nel corteo di vetture, per la strada statale, e quando penso a un funerale accompagnato dall’amore del popolo, penso a quello: si avanzava con l’auto lentissimamente, tra due ali immense di folla, uomini donne bambini, che premevano da destra e da sinistra, tutti in lacrime, uomini e donne col pugno chiuso e bambini col pugnetto teso verso le vetture, e le donne lanciavano continuamente fiori. La mia vettura ne era coperta. Da Padova all’aeroporto di Venezia le ruote della mia auto non hanno mai toccato l’asfalto, ma sempre e soltanto petali di fiori. Un popolo dovrebbe salutare così tutti i suoi politici. Ma Berlinguer fu l’ultimo e fu l’unico.

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