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Ferdinando Camon

Il Lucentis: ciechi per colpa dello Stato

Quotidiani locali del Gruppo "Espresso-Repubblica" 11 marzo 2014

 
Crediamo di saper tutto, sullo scandalo dei farmaci contro la cecità, ma sappiamo ancora molto poco. Anche noi che l’abbiamo raccontato o commentato. Chi scrive questo articolo ne ha già parlato più volte alle radio e sui giornali, ma ogni giorno vengono fuori nuove informazioni, e dobbiamo porci nuove domande su come funziona la nostra Sanità e quale compito si dà la scienza farmaceutica verso gli uomini per il cui bene dovrebbe lavorare.
Adesso siamo arrivati alla fase delle testimonianze da parte delle vittime e delle reazioni da parte degli accusati. Tutto parte, come sapete, dalla maximulta di 160 milioni di euro, che l’Antitrust italiano ha inflitto a due grandi aziende farmaceutiche, produttrici di due farmaci contro la cecità. Uno costosissimo e l’altro economico. L’accusa sostiene che i due farmaci hanno la stessa efficacia, ma che le due aziende si son messe d’accordo per sabotare la vendita del più economico. E come? Impedendo che fosse registrato dal Minisitero tra i farmaci utili contro la cecità. E perché? La ditta che produce questo farmaco aveva interesse a far vendere l’altro, perché i suoi azionisti sono azionisti anche dell’altra. Questo dice di aver scoperto l’Antitrust, intercettando le email fra i dirigenti delle due ditte. Questo abbiamo scritto tutti, finora. Purtroppo non siamo stati smentiti. Lo speravamo. Ma non è accaduto, almeno finora. Adesso alcune farmacie protestano: “Siate più chiari, non parlate di “vendita”, noi non vendiamo quei farmaci, si trovano soltanto negli ospedali”. È vero. Le farmacie non c’entrano, c’entrano gli ospedali. Ma questo rende lo scandalo ancora più grave. Perché noi siamo abituati a pensare i medici come missionari, e gli ospedali come chiese. Pensiamo che l’ospedale che prende in cura un malato si pone come primo e unico obiettivo quello di guarirlo dalla malattia, non di depredarlo. E invece le testimonianze che vengono fuori ogni giorno, delle vittime e dei loro parenti, parlano proprio (finché non saranno smentite), di ricerca ostinata del guadagno sacrificando quel bene preziossimo che è la vista.
La moglie di un uomo che stava diventando cieco lo faceva curare col farmaco economico, con buoni risultati: l’uomo ci vedeva sempre di più. Poi scattò il veto: il farmaco economico fu proibito nell’ospedale, perché il Ministero non lo riconosceva, bisognava passare al farmaco costoso, che però era troppo costoso, e perciò la Regione non lo pagava né ai vecchi né ai bambini. Insomma, selezionava i pazienti. La signora scrive al Ministero. Nessuna risposta. Scrive all’organo di controllo dei farmaci. Nessuna risposta. Conclusione: il marito ha perso la vista. Gli è nata una nipotina, ma non la vede.
La signora usa un linguaggio “infamante” per uno Stato, ma non credo che possa essere incriminata. Dice: “In migliaia sono diventati invalidi al 100 % per colpa dello Stato”. Ora, ragioniamo: lo Stato siamo tutti. Siamo tutti colpevoli per quelle migliaia di ciechi totali? Vorrei che la signora avesse detto che quei malati, migliaia, che potevano essere guariti e invece son diventati invalidi totali, stanno sulla coscienza di coloro che han brigato e ottenuto che il farmaco economico fosse bloccato. Ma ci sono state diverse segnalazioni al Ministero, da parte di malati agli occhi e di oculisti, che informavano che il farmaco economico funzionava bene nei paesi dov’era usato, in America ha un grande successo, e dunque era saggio accettarlo in Italia. E qui c’è un altro problema: da noi, in Italia, tra cittadino e Stato non c’è contatto. Se il cittadino chiede, lo Stato ritiene suo diritto non rispondere. Ditemi voi se questa è democrazia. Anche l’Antitrust è Stato, e dunque una parte dello Stato ha scoperto e punito una porcheria commessa da un’altra parte dello Stato. Ma acciecare migliaia di uomini è una colpa che si espia pagando in euro? E sia pure milioni di euro? È tutta qui, la sanzione?

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