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Ferdinando Camon

La ragazza suicidata da un sito per ragazzi

"La Stampa" 13 febbraio 2014

 

Ma se i bulli criminali che consigliavano alla ragazzina di 14 anni di suicidarsi sapessero che correvano il rischio di finire con nome e cognome sui giornali, avrebbero dato quei consigli? Certamente no. Per scoprire chi sono, però, bisogna eliminare l’anonimato in internet. E (dicono) questa è una limitazione della libertà. È vero. Ma cosa vale di più, la libertà d’internet o la vita di una ragazzina? Poiché questo suicidio di una giovanissima non è il primo e non sarà l’ultimo, la risposta del “sistema” è: vale di più la libertà d’internet. Dissento. Totalmente. La vita della ragazzina vale immensamente di più. Il sito ask.fm ha un valore quantificabile, anche in termini di dollari, mentre la vita ha un valore che oltrepassa ogni misurazione. “Immenso”, etimologicamente, significa questo, che non si può misurare. Porre fine all’anonimato vuol dire che quei quattro-cinque malvagi che spedivano alla ragazza gli inviti a tagliarsi le vene dovrebbero essere individuati oggi, e indicati qui. Lo ritengo un dovere della giustizia, e un nostro diritto. Non è vero che rintracciare i colpevoli sia impossibile: sono iscritto ad ask.fm, e so che l’iscrizione lascia una traccia individuabile. Questa traccia non è il tuo nome, perché adotti uno pseudonimo, ma è il tuo indirizzo di email. Iscrivendoti devi inventarti un soprannome, col quale farti individuare in rete. La rete è satura. Ho provato con “padre”, ma c’è, con “nonno”, ma c’è, con “zio”, ma c’è, con nomi storici, c’erano tutti, nomi di fantasia, tutti già inventati. Alla fine ho usato le prime otto-dieci sillabe di una poesia di Rilke. Miracolo, erano libere. Fatto questo, però, il sito ti collauda: ti manda un’email, all’indirizzo che gli hai dato. Se l’email ti arriva, vuol dire che tu sei tu, l’indirizzo è giusto, da quel momento sei iscritto. Quindi il sito è in grado in ogni momento di trovarti, basta che lo voglia. Qui ci sono iscritti che hanno commesso un grave reato penale, l’istigazione al suicidio. Per di più, di una minorenne. Per di più, dopo altri casi analoghi, quindi con l’aggravante della recidiva. Bisogna che l’autorità giudiziaria faccia richiesta al sito di rivelare quei nomi, ma un minimo di coscienza etica imporrebbe che il sito si muovesse spontaneamente, quando apprende che nel suo spazio s’è compiuto un crimine. Avere parte attiva in un suicidio vuol dire compiere un omicidio. Se c’è un omicidio-suicidio, e qualcuno sa di chi è la colpa, questo qualcuno deve parlare. Nella scala della criminosità l’omicidio-suicidio sta in fondo a una serie di tappe. Se un sito contiene un suicidio, allora contiene tanti altri crimini minori: violenza, indecenza, pornografia… La risposta che la protezione da questi mali spetta alla scuola o alla famiglia è sbagliata: questa ragazzina non si è uccisa per colpa del padre o della madre o dei professori. S’è uccisa obbedendo a chi la istigava dalla rete. La famiglia ha sempre meno poteri e sempre più responsabilità. Baby-squillo colpa della famiglia, baby-drogate colpa della famiglia, baby-gang colpa della famiglia, adesso le baby-suicide colpa della famiglia. Ma dove siamo con la testa? C’è stata un’epoca in cui i figli imparavano in famiglia, dai genitori. Poi a scuola, dagli insegnanti. Poi dai compagni, in gruppo. Sono epoche finite. Adesso imparano dal mondo. Quel che gli adolescenti vogliono sapere è essenzialmente il sesso. Casa-famiglia-scuola volevano farglielo capire senza traumi. Il mondo vuole stordirli, legarli, perciò ha bisogno di traumatizzarli. Violenza e porno sono strumenti adatti. Per noi questo suicidio è un fallimento. Per ask.fm è un successo: un’altra tacca sul calcio del suo fucile. Se adesso clicco ask.fm si apre, siamo liberi. Ma la ragazzina è morta. Preferirei forse che ask fosse chiuso, non fossimo liberi, ma la ragazzina fosse viva? Certo che sì. Mille volte sì. La libertà di fare il male è un male.

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