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Ferdinando Camon

La colomba del Papa uccisa dal gabbiano

"La Stampa" 27 gennaio 2014

 
 
La colomba bianca, liberata dalla finestra del papa perché volteggi sulla folla, a simboleggiare la pace che trionfa sul mondo, non è mai stata veramente simbolo della pace trionfante, perché la pace non è mai trionfante sul mondo. Il mondo è in guerra. Sempre. Quella colomba, quelle colombe sono un augurio, una speranza, una preghiera. Un’illusione. Da ieri sono realtà, perché da ieri sono davvero l’immagine della fine cui va incontro la speranza di pace, quando chi vuole la pace prega e chi vuole la guerra spara. Ieri una delle due colome liberate è stata prima aggredita da un corvo nero, e poi finita da un gabbiano enorme. Bianca e piccola la colomba, nero il corvo, gigantesco il gabbiano. Se la colomba è simbolo della pace, il corvo è simbolo del male, il nero è simbolo del diavolo, il gabbiano col becco spalancato è simbolo della ferocia. Sicché ieri, nel rito dell’Angelus, il Papa voleva trasmettere in mondovisione un’immagine positiva, gratificante, sia per chi la vedeva nella Piazza San Pietro, sia per chi la vedeva più tardi nelle case del modo: il Bene che stende il suo volo sulla Terra. Ma il diavolo ci ha messo la coda, e ha rovesciato la simbologia: il Bene viene inseguito, trafitto e ammazzato, nel mondo non resta che la violenza. Impossibile non collegare questa conclusione alle scene che il Papa aveva evocato nel suo discorso.  Aveva invitato gli assassini del piccolo Cocò, il bambino di tre anni ucciso e bruciato, a pentirsi e convertirsi. È la colomba bianca che scende dalla finestra. Aveva pregato perché in Ukraina cessino gli scontri tra forze armate e popolazione: è l’altra colomba bianca. Saranno ragionevoli i governanti dell’Ukraina? Si pentiranno gli assassini del piccolo Cocò? Sarebbe bello, darebbe speranza, renderebbe la vita pià vivibile. Ma son cent’anni che preghiamo per la conversione dei criminali, e i criminali continuano imperterriti. Li chiudiamo nel 41bis, e ancora minacciano macelli. Con i papi precedenti era successo che le colombe lanciate nella piazza non volassero, o invertissero la rotta e rientrassero nella stanza. Segno d’insicurezza, paura, pigrizia. Ma stavolta i nemici son venuti all’assalto e han portato la morte: prima la pace stentava, stavolta la guerra stravince. Era bello, quando il rito funzionava, e tutti ci illudevamo che il Bene trionfasse. Era una poesia. Il trionfo della colomba libera. Ieri è stato il sacrificio della colomba. Negli anni futuri, ricorderemo questo sacrificio, col terrore che possa ripetersi. Eppure, la colomba aggredita e uccisa rende il discorso del Papa più istruttivo, più veritiero. Il Papa ripeterà il suo messaggio di pace perché è giusto, non perché è vincente. Chiamerà fratelli di fede i fedeli di altre religioni perché sono nostri fratelli, anche se uccidono i nostri missionari. Dirà le cose che deve dire, anche se il mondo non vuole sentirle. I missionari andranno, anche se ad aspettarli non ci sono soltanto amici. A modo loro, il corvo e il gabbiano ieri han tenuto una lezione.

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