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Ferdinando Camon

Berlusconi non è più parlamentare

Quotidiani locali del Gruppo "Espresso-Repubblica" 28 novembre 2013


 
Finirà nei testi di storia, la giornata di ieri. Nel Parlamento italiano s’è combattuta la battaglia più importante degli ultimi vent’anni: la decadenza di Berlusconi. Fra mezzo secolo negli esami universitari i professori chiederanno agli studenti: “Berlusconi è stato sconfitto alle elezioni, s’è dimesso all’apice della potenza e dell’onore, o è stato scalzato dai suoi?”. No, risponderà lo studente, è stato condannato dalla giustizia per frode fiscale, che significa per furto ai danni del popolo, e poiché voleva ancora stare in Parlamento, è stato espulso con una votazione dei senatori. E com’è stata la votazione? Come ha reagito il popolo? Come si sono comportati i parlamentari creature di Berlusconi? Insomma, cos’è successo in senato il 27 novembre 2013?
È successo di tutto. Si votava sulla decadenza di Berlusconi, e già questo era assurdo. Se c’è una condanna definitiva, per il reato più odioso per un governante, aver rubato al popolo, in nessun paese democratico succede che quel governante possa restare al proprio posto, e che i suoi parlamentari lo difendano a corpo morto. In tutti i regimi del mondo ogni potente ha dei rivali nel proprio partito. Questi rivali, se il capo tracolla, sperano di prendere il suo posto. Anche per Cesare fu così, e il primo che aspirava a succedergli era suo figlio adottivo. Ieri con Berlusconi non è andata così. Guardavamo Schifani, Cicchitto, la Prestigiacomo, Renato Brunetta, Gasparri e gli altri correre a tutte le tv, rabbiosi, a ripetere che Berlusconi deve restare, e il furore con cui lottavano ci faceva capire una cosa: difendono se stessi. Loro sono qualcosa perché c’è Berlusconi, se non c’è più Berlusconi loro non sono niente. Se sparisce Berlusconi, spariscono i berlusconiani. L’ultimo tentativo di sopravvivenza, ieri, è stato grottesco: davanti alla sede dove si votava, è stato alzato un maxi-cartello con la scritta: “È un colpo di Stato”. Può, nel cuore del cuore dello Stato, la polizia vedere un cartello che denuncia un colpo di Stato, e stare con le mani in mano? Non può. La polizia ha rimosso il cartello. Sparito il cartello, ne è apparso un altro, con la scritta “Brigate Rosse” e la faccia di Berlusconi al posto di Moro. Come dire: “I magistrati uccidono Berlusconi, come le Brigate Rosse hanno ucciso Moro”. Può la polizia tollerare un manifesto del genere? Certamente no. Ma mentre scrivo il cartello è sempre lì, davanti ai miei occhi. Una massa notevole di militanti di Forza Italia marcia per via del Plebiscito, alzano palette con le scritte “È un omicidio politico” e “Oggi decade la democrazia”. Nel Senato c’è un’aria funebre, accentuata dalle senatrici di Forza Italia che indossano abiti neri, qualcuna porta anche una fascia nera sopra la manica nera, per raddoppiare il lutto. Anche Berlusconi è in nero, sale su un palco davanti a Palazzo Grazioli e arringa la folla che riempie la piazza: oggi è una giornata di lutto per la legge il diritto e la democrazia, i vostri beni e la vostra libertà sono in pericolo, io non sarò più parlamentare ma farò come Renzi e Grillo che non sono parlamentari ma influiscono molto, oggi in Italia chi è premier non ha potere, e io voglio potere, tanto potere, perché voglio rovesciare l’Italia come un calzino, darle democrazia libertà e benessere. Aizza la folla accennando ai suoi parlamentari “che se ne sono andati”, e la folla ulula come una bestia selvaggia: se quei parlamentari fossero lì, si alzerebbero le forche. Berlusconi promette che entro l’8 dicembre presenterà i primi mille club del suo nuovo movimento. Dunque vuol continuare. Continuerà? Certamente sì. Ma sarà come ora? Certamente no. La condanna lo incatena, i processi non sono finiti, altre condanne seguiranno, lui non è tramontato ma è incamminato sul viale del tramonto, ed è un cammino irreversibile. Perché minaccia un appuntamento all’8 dicembre? Perché prevede che Renzi farà cadere il governo e in primavera si voterà, lui vuol avere un esercito pronto e lo arruola già adesso. Ma noi italiani sappiamo come va a finire quando si combatte una guerra già perduta: si aggiunge sconfitta a sconfitta. Un leader politico dovrebbe preoccuparsi del ricordo che lascerà nella storia, ed uscire di scena quando è vincente e glorioso. Se continua dopo una condanna giudiziaria che lo squalifica, e va incontro ad altre sconfitte giudiziarie, i suoi interessi non sono nei ricordi che lascerà, ma sono altrove. Ieri avremmo detto “purtroppo per noi”. Oggi diciamo “purtroppo per lui”. Il suo futuro non è più il nostro futuro. Da ieri.

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