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Ferdinando Camon

Stragi impunite: colpa dello Stato, senza dubbio

"La Stampa" 27 novembre 2013


 
I tedeschi hanno un problema terribile, lo chiamano “il passato che non passa”, ed è questo: come possono andare avanti, lasciandosi alle spalle i crimini mostruosi che hanno commesso nella seconda guerra? La generazione dei padri non sa come consegnare quel passato alla generazione dei figli. Perciò non ne parla. Di fatto, applica un insegnamento del filosofo Habermas, assurdo sul piano teorico, che dice: “Il passato di un popolo è quella parte del suo passato che il popolo accetta”. Come dire: il passato è figlio del presente. Bello. Ma la verità è l’esatto contrario: il presente è figlio del passato. L’abbiamo sempre creduto un problema tedesco, ma è diventato anche un problema italiano: abbiamo accumulato tante colpe negli ultimi decenni, omicidi e stragi impunite, non siamo riusciti a fare giustizia, e finché non facciamo giustizia quel passato non passa, fermenta nel nostro cervello come un tumore, e poiché la nostra difficoltà a fare giustizia dipende anche o soprattutto dalla non-collaborazione dello Stato, o di parti dello Stato, questo problema intorbida il rapporto di noi cittadini col nostro Stato. È un rapporto malato. Fare giustizia degli attentati e delle stragi che un popolo patisce rientra nel dovere di protezione e di sicurezza, che è il compito principale di uno Stato: uno Stato nasce ed esiste per questo. Se fallisce in questo, fallisce nella sua essenza. Se in quel fallimento c’è una dose di consapevolezza e di volontarietà, dello Stato o di una parte dello Stato, allora il cittadino si pone il problema se lo Stato lo difende o se deve difendersi dallo Stato. Questo problema è tenuto aperto dall’assenza di verità su tante stragi, di Milano, Brescia, Bologna, nelle piazze, nelle stazioni, nei treni, nei cieli, come quella di Ustica. Troppe volte la giustizia è arrivata a comporre quasi interamente il puzzle della verità: c’erano tutti i tasselli, coerenti e concordanti, tranne qualcuno, ma quel qualcuno mancava non perché non fosse stato trovato ma perché era stato levato. Nel caso della strage di Brescia, quel qualcuno, uno solo, mancava non perché non ci fosse, ma perché qualcuno diceva che non c’era. Si poteva arrivare a condanna, in quel processo. Fosse stato un processo per mafia, con quelle prove e quegli indizi e quelle testimonianze, la condanna sarebbe stata pronunciata, senza dubbio. Ma questo è un processo per strage. E nelle stragi scattano coinvolgimenti e interessi che scavalcano la Giustizia e il popolo, e toccano il Potere. Processare le stragi significa processare il Potere, una parte, non sappiamo quanto grande, del Potere. Un processo per strage è uno scontro tra Popolo e Potere. Da tanti decenni, il Popolo esce sconfitto. In ogni strage ci sono tante vittime ognuna delle quali è un mondo. La cultura ebraica ha diffuso un motto del Talmud, per premiare i giusti che aiutavano gli ebrei: “Chi salva un uomo, salva il mondo”. Percorrendo con tenacia l’iter della strage di Brescia (i processi, udienza per udienza; il viaggio della bomba, da Venezia a Brescia, città per città, alloggio per alloggio), per scrivere “Una stella incoronata di buio”, libro inobliabile che strizza il cuore e sveglia il cervello, Benedetta Tobagi, figlia di Walter, il giornalista assassinato dalle Brigate Rosse, applica il motto speculare: “Chi uccide un uomo, uccide il mondo”. Benedetta parte dalla lapide con i nomi delle vittime di Brescia, poi entra in ciascuno di quei nomi e lo apre per ricostruirne il mondo. Un mondo abbagliante di minuscoli progetti, intimi amori, viaggi, sogni…: umanità. Si chiede, l’autrice: “Sentiranno mai il peso del male che han fatto, gli stragisti? Crolleranno mai, sotto quel peso?”. Ahimè no. I piccoli esecutori possono crollare, come nel caso di Brescia (poi però il collaborante ha un ictus, e le sue testimonianze si fanno confuse), ma i grandi teorici, i neri angeli sterminatori, sono a prova di crisi. Non impazziranno mai. Perché sono già pazzi.

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