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Ferdinando Camon

Pensioni d'oro e pensioni da fame

Quotidiani locali del Gruppo "Espresso-Repubblica" 24 novembre 2013



Oggi, 24 novembre, si svolge in Svizzera un evento di grande importanza e civiltà: il popolo vota un quesito che dovrebb’essere, in ogni paese, la base su cui costruire la piramide sociale, e cioè se il rapporto tra lo stipendio più basso, pagato al più umile dei lavoratori, e il più alto, al più grande dei manager, debba stare nella proporzione di 1 a 12. Così nessuno, in Svizzera, potrebbe guadagnare in un mese più di quanto l’ultimo degli operai guadagna in un anno. Da noi non c’è limite al tetto degli stipendi e delle pensioni, e questo mi sembra non-giusto e non-democratico. Sappiamo che la Corte Costituzionale ribatte: però è legittimo, perché rispetta le norme in vigore. Con questo ragionamento, se si toglie qualcosa alle pensioni più alte, bisogna togliere una quota equivalente alle pensioni più basse. Da noi il discorso è posto sulle pensioni. La Corte ha fatto capire di considerare intoccabili le norme in vigore. Il referendum svizzero deroga dalle norme in corso e propone un altro principio: basarsi su ciò che è giusto, non su ciò che è legittimo. Ecco perché è un referendum importante. Passerà, avrà successo? Le previsioni dicono di no, perché per passare un referendum in Svizzera deve raccogliere una maggioranza molto alta e vincere in un certo numero di Cantoni, però gli osservatori sono d’accordo sul fatto che una buona quota di consensi sul quesito avrebbe conseguenze di grande importanza simbolica per tutta l’Europa. Poiché la crisi in Italia è più grave che altrove, sul quesito che fissa un rapporto tra chi guadagna il minimo e chi guadagna il massimo dovrebbe interrogarsi anche il governo italiano. È un programma “perfettamente di Sinistra”. Dovrebb’essere un programma elettorale, e poi diventare un programma governativo. Certo, un programma del genere spaccherebbe il Paese. Ma questa è la spaccatura tra la giustizia e il privilegio. Ogni volta che un tema del genere (stipendi d’oro, pensioni d’oro…) entra nella nostra cronaca, tornano a galla i numeri degli stipendi altissimi e delle pensioni altissime, e delle pensioni, non so come altrimenti chiamarle, regalate. Poiché i dati, ogni giorno che passa, ogni giorno che caliamo più a fondo nella crisi, fanno sempre più soffrire, e ormai siamo alla disperazione, li rievochiamo qui da fonti neutrali e sicure, coprendo più che possiamo i nomi, perché vogliamo combattere il problema, non un partito o un individuo. In Italia la metà dei pensionati riceve in media 1.000 euro al mese mentre 1 su 10 non ne riceve neanche 500. Noi credevamo che il tetto più alto spettasse a quell’ex-direttore di una società (peraltro in dissesto, e adesso venduta per debiti) che riceve 60mila euro al mese, ma ecco spuntarne un altro che ne riceve 90mila. 500 sta a 90.000 come 1 sta a 180. Altro che 1 a 12! Da una parte il super-lusso dall’altra la fame nera. Un pensionato che riceve 180 volte più di un altro che cos’è, un dio? E quello che riceve 180 volte di meno che cos’è, un verme? Una società impiantata su queste iniquità è impiantata male, e non può essere pacifica. E sto parlando di pensioni, che sono un tema molto più delicato degli stipendi, perché sono il sostegno a cui s’appoggia chi ha finito di lavorare ed entra nell’età degli acciacchi. In questo momento in Svizzera il rapporto tra stipendi più bassi e stipendi più alti è di 1 a 266 nell’azienda Novartis e di 1 a 215 nella Nestlé. Mostruosità. Da noi succede che un ex-manager Telecom abbia una pensione di 91mila euro al mese, un ex-ministro del rigore (quello che un venerdì notte impose un prelievo sui nostri conti correnti) abbia due pensioni per un totale di 31mila euro al mese, e che il fondatore di Potere Operaio, processato per sovversione dello Stato,  riceva dallo Stato, per sua fortuna non sovvertito, 3.100 euro al mese dopo 64 giorni da parlamentare, e che due ex-radicali ricevano la pensione per aver fatto 8 giorni in Parlamento, e uno addirittura per aver trascorso in Parlamento un giorno soltanto (pesco i dati da “Panorama”). In questo momento, nel nostro paese, un referendum sul riequilibrio di stipendi e pensioni passerebbe liscio come l’olio. Che la Destra non lo proponga, è nel suo Dna. Ma se non lo propone la Sinistra, vuol dire che non ha un Dna di Sinistra. Un referendum del genere, se passasse, renderebbe la crisi più risolvibile. Anzi, addirittura benefica.

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