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Ferdinando Camon

Poesie Contadine di Ferdinando Camon


 
 
Per un poeta, traduttore, critico e narratore italiano, che sta girando la Spagna leggendo poesie italiane, e per i suoi ascoltatori-lettori, sono state collocate in questo sito dieci "Poesie contadine" di Ferdinando Camon, tratte dai suoi due libri di versi, pubblicati da Garzanti.

 

Poesie di Ferdinando Camon
messe in internet il 15 ottobre 2013
 
Dal volume Liberare l’animale, Garzanti

 
Mio padre
 
Tre alberi spaccati dal fulmine,
asilo agli uccelli di passo,
due cavalli sfiancati sotto il portico,
un filare di vigne basse
che rende appena da pagar le tasse.
 
Un odore di fiume,
di fieno tagliato, di fumo che sale
a spirale dai casolari,
di cera bruciata davanti alle icone
nella casa-chiesa.
 
Davanti alla soglia corrosa
un gradino di pietra
dà sulla pianura
solcata da una strada polverosa.
 
Vi siede ogni sera mio padre.
 
Quando cominciano i turni
di notte alla fabbrica, e passano
gli operai a squadre,
lo salutano lenti e taciturni
con gesti antichi come la morte.
 

 
 
In quegli anni

In quegli anni io
amavo la pianura
- il silenzio autunnale

torceva come frassini sul mondo

sette cieli gradinati come scale


quando io, seduto dove il sentiero
sbocca a delta nella spianata,
ascoltavo lo schiocco di frusta del carrettiere
e guardavo il nero
filo di fumo trascorrere come un levriere.
 
Il tempo ruminava
l’attesa, l’occhio del bue
spaziava oltre il limite delle fosche
aie,
con rapidi stratti di ciglia
cacciava le viscide mosche
e col tremito delle giogaie.
 
In quegli anni io
amavo il silenzio
- la pianura autunnale

picchiava alla porta

del cielo sollevando gli stormi

come un’offerta.



I confini del visibile sparivano
sussultando nel continuo riverbero
del fuoco polveroso
tra gli specchi del cielo e dei cieli.
 
In quegli anni io
amavo la campagna, muto.
Non sapevo di sedere ai confini
di un mondo scaduto.
 
 
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Dal volume Dal silenzio delle campagne, Garzanti
 
Il toro fascista

Il toro ha il corno disegnato ad arco,
fatto apposta per aprirsi un varco
 
nella pancia del nemico,
glielo ficca nell’ombelico
 
e lo lancia tra le stelle
sfilandogli dal buco le budelle,
 
e quando cade lo bombarda
di zoccolate facendone mostarda.
 
Ma una pinza nel naso lo fa prigioniero:
è come un fascista vestito di nero,
 
fucile a tracolla, pugnale al fianco,
le mani alzate, e l’occhio stanco.
 
 
 
 
Corna di toro e corna di bo’

C’è una differenza di curvatura
tra corna di toro e corna di bo’: la natura
 
distingue anche nello stile
chi è castrato e chi è virile.
 
Il corno del bo’ è più corto,
ripiegato su se stesso, e storto.
 
Se il bo’ ti dà una cornata
non è una pallottola, è una bastonata.
 
Il bo’ è legato con una corda
e riesce a strapparla
solo quando la saliva la inumidisce
e il bovaro si scorda
di cambiarla.
 
Il toro è legato con la catena:
quando solleva il groppone
senti uno sferragliare di anelli
come quando in galera si svegliava Sansone.
 
La vacca può stare nello stesso serraglio
del bo’: gli rumina in faccia,
gli piscia accanto, e scaccia
le mosche manovrando la coda
come un ventaglio.
 
Ma se c’è un toro in stalla, cento
vacche si agitano nella stalla accanto:
lui scuote la catena, e per la tremarella
le vacche ruminanti bloccano la mascella.
 
Nell’allevamento il toro è un animale
solitario,
vive in uni spazio stretto
visitato ogni sera dal veterinario:
per la stessa ragione in città la cattedrale
è circondata da un’area di rispetto.
 
 
 
 
Quanto vale un toro

Una dose di sperma di toro
vale da duecentomila
lire a un milione tondo:
per un tiro doc fanno la fila
gli allevatori del mondo.
 
Ogni toro è descritto nelle Pagine Gialle
Dei Tori,
dove occupa un paio
di righe;
il librone è spedito verso gennaio
in tutto il mondo ai possessori
di stalle.
 
Di ogni toro è detto quante figliazioni
produce ogni anno,
su diecimila figliazioni
più della metà dev’essere femminile:
vacca è bello, bo’ è vile.
 
In dieci anni un toro
genera centomila figli:
i maschi vengono squartati
e restano le figlie,
che al ritmo di quaranta litri al giorno
producono seicento milioni di bottiglie
all’anno.
 
A garantire la vita basta un toro
ogni cinque città di una nazione:
il Centro di Fecondazione
val più del Ministero del Tesoro.
 
 
 
 
La boxe

Qui i ragazzi sono alti e grossi,
esercitati a scavare fossi,
 
guidare aratri e tagliare frumento,
ma nessuno di loro è contento
 
della vita che fa. Il destino è avaro.
Vorrebbero un po’ di gloria e di denaro.
 
È venuto un procuratore
di boxe, gli ha tastato il petto
e gli avambracci, e ha detto:
«Volete molti soldi in poche ore?».
 
Tutti in coro hanno risposto: «Sì»
«Allora firmate qui».
 
Ha portato un secchio: «Avanti il primo».
Gli inclina la testa
e gli dà un cazzotto
da sinistra a destra.
Il naso si spacca e un fiotto
di sangue cola nel catino.
 
«Avanti il secondo», ma il secondo
e il terzo e il quarto bon c’è più.
Non sapevano che per salire sul ring
bisogna rompersi il naso.
Il naso rotto fa male
ed è brutto. Da allora se per caso
vedono boxe in tv, cambiano canale.
 
 
 
 
 
I contadini e la droga

Adesso hanno trovato una sostanza
che contrasta l’eroina. Il drogato
spolpo vien ricoverato in una stanza
del reparto neurologico, e trattato
 
con l’antaxone. Rapidamente
il farmaco sale dalla pancia
purificando i nervi e la mente.
Il comatoso si risveglia, sgancia
 
uno sputo in faccia al primario, piscia
nel corridoio e scappa all’aria aperta.
L’aspetta il marocchino, sempre all’erta,
pronto a passargli una striscia
 
 di ecstasi. E ricomincia il lutto.
La Sanità è in panne.
I contadini pensano che tutto
si risolve col lanciafiamme.
 
 
 
 
La morte del vecchio

Quando un vecchio muore
è costretto
a sopportare che le nuore
gli girino intorno al letto:
 
una gli rimbocca
le coperte, un’altra col cucchiaino
gli scarica in bocca
un po’ di semolino.
 
Lui brontola: «Lassème stare,
sé vegnù la me ora,
pittosto dèghe da magnare
alle bestie, se no non le laòra».
 
Lui muore contento se sa
che il lavoro non si ferma.
Solo così nel mondo di là
potrà godere la pace eterna.
 
 
 
 
 
Gli europei visti dagli extracomunitari
 
Le tecniche degli extracomunitari
cambiano da paese a paese,
perché ci sono vari
tipi di pericoli e di offese.
 
A Milano li ho visti in una via
girare intorno alle abitazioni
per sfuggire alle ricognizioni
della polizia.
 
A Monaco alloggiavano, privi
di documenti, in tuguri
deserti, e si sono bruciati vivi
arrampicandosi sui muri.
 
 
A Parigi i sans papiers
sono stati fatti prigionieri
in chiesa: il Dio dei bianchi non è
il dio dei neri.
 
Con questa poca
simpatia, perché
tornano qui in eterno
a tutti i costi?
Ci sono tanti posti
migliori dell’Europa.
Per esempio, l’Inferno.
 
Risponde un senegalese autore
di un libro pubblicato da Garzanti
col titolo Io, venditore
di elefanti
:
racconta che in un cassonetto
d’immondizia
ha trovato un televisore
e di sera lo guarda con un gruppetto
di connazionali, in letizia:
 
filmetti e partite e ballerine
e giochi a premi e pubblicità.
Ah,
vorrebbe che non avesse mai fine.
 
Se qualcuno si addormenta, a notte tarda,
lui gli dà un pizzicotto: «E guarda!».
 
È un peccato perdere il bijou
della nostra civiltà,
potresti non rivederlo mai più,
né nel mondo di qua né nel mondo di là.
 
L’Europa è un centro fisso
dei loro sogni.
Ma non gli europei.
L’Europa è un paradiso
popolato di demòni.

 

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