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Ferdinando Camon

Vajont: lo scontro fra Natura e Uomo

Quotidiani locali del Gruppo "Espresso-Repubblica" 9 ottobre 2013
 
 
 
A guardarla, la diga del Vajont sembra nascondere un mostro in agguato: altissima, sta all’imbocco di una strettoia striminzita, attraversando la quale dilaghi nella valle che si spalanca davanti, popolosa di città. Tutti coloro che vanno a Cortina d’Ampezzo, Pieve di Cadore o Zoldo Alto, giunti a Longarone girano a sinistra e hanno la diga sulla destra. Non possono fare a meno di guardarla per un attimo. Anch’io la guardo. E più forte di me. Ogni volta immagino ciò che è successo la notte del 9 ottobre 1963, alle ore 22,39. Il mostro si sveglia, si alza in piedi, scavalca la diga con immense falcate e piomba sui paesi addormentati. Quel mostro è fatto d’acqua. Una massa d’acqua di centoquindici milioni di metri cubi schizza su dal lago e scavalca la diga e sommerge case alberghi capannoni aziende. In pochi secondi muoiono più di duemila persone, alcune non sono mai state trovate. Non un grido, non un pianto, non un’invocazione. Possiamo, per induzione, capire la loro fine dal racconto di quei pochi che si sono salvati, alla periferia dell’area, dove l’onda era meno alta. Qualcuno racconta che, mentre dormiva, ha sentito un urto contro il soffitto, il mostro l’aveva sollevato e sbattuto in alto, riempiendogli la bocca d’acqua. Nei sopravvissuti, i terrori sono due: l’acqua e il buio. Chi è rimasto vivo e ha potuto guardare fuori, non ha visto niente: la città era scomparsa, al suo posto una distesa di fango giallo. Quando, qualche ora dopo, arrivano i parenti dai paesi vicini e cercano le case dei fratelli, succede che camminano sulla fanghiglia dov’era la casa, non la riconoscono, vanno più avanti e poi tornano indietro, come ubriachi. Che cos’è la catastrofe del Vajont? È uno dei più grandi scontri fra Natura e Uomo. La Natura ha fatto quel che ha voluto e l’uomo ha perso tutto. L’uomo ha imparato una cosa, che doveva sapere da sempre e mai dimenticare: lui si considera importantissimo, il Re del Creato, ma per la Natura non c’è differenza tra lui e un topo o una formica. La catastrofe avvenne alle ore 22,29. La mattina dopo, ho visto uscire i giornali con sulla prima pagina titoli a caratteri enormi, inesistenti, costruiti a mano. Articoli e tg usavano termini sconosciuti, nello sforzo di indicare fase per fase l’evento mostruoso che era capitato. La lingua normale non aveva le parole adatte. Dal monte s’era staccata una fetta di roccia pari a duecentosessanta milioni di metri cubi di pietra. Il triplo della quantità d’acqua contenuta nel lago. Non è un detrito, non è una scheggia, non è un lastrone: è un monte che si stacca dal monte. Dal lago non s’era alzata una parte dell’acqua, ma tutta l’acqua. E non aveva superato l’orlo della diga, tracimando di qua, ma era schizzato più in alto di circa duecento metri. Piombato di qua, correva con la velocità di un treno. Chi ha sentito quel rumore ed è ancora vivo e può parlare, dice che era un rumore come quello di un migliaio di betoniere che impastano la ghiaia. Chi è sopravvissuto, ha capito più tardi cos’era. Chi è morto, anche se ha sentito quel rumore, non può aver capito che quella era la morte. Dunque, è morto nel delirio. Che tutto questo potesse succedere, la scienza, anzi mi correggo: gli scienziati, i nostri scienziati, non l’avevano previsto, anzi, avvertiti, l’avevano negato. Una giornalista lanciava promemoria da due anni, a un certo punto fu processata per “notizie false e tendenziose”, alla vergogna della scienza si aggiunse la vergogna della magistratura, mitigata dal buon senso di non pronunciare una condanna. La scienza diceva che il monte è solido e stabile. Il popolo lo chiama Monte Toc, residuo di Patoc, che vuol dire “completamente marcio”. Ma non barcameniamoci tra pareri o sentenze italiane, c’è il giudizio di un organismo delle Nazioni Unite, che nel 2008 ha esaminato questa catastrofe e ci ha visto “il fallimento di ingegneri e geologi”. Oggi, al dolore per la morte di questi duemila fratelli, aggiungiamo il dolore di non sentirci innocenti.
 

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