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Ferdinando Camon

E questo sarebbe un Leone d'Oro?

Quotidiani locali del Gruppo "Espresso-Repubblica" 25 settembre 2013
 
 
Tante cose vanno male in Italia, adesso perdiamo anche la Telecom. Qualcuno obietta: “Ma il cinema no, un film italiano ha vinto il Leone d’Oro al festival di Venezia”. Un film italiano ha trionfato sui film del mondo? Sarebbe un ottimo risultato, il cinema è un’industria di grande importanza, perché colonizza i cervelli del pubblico: è Hollywood che apre il mondo ai prodotti americani. All’epoca del nostro boom, quando creavamo il “miracolo italiano”, avevamo una triade di registi che i francesi chiamavano “royale”: Antonioni-Fellini-Visconti. Adesso abbiamo vinto il festival di Venezia con un film italiano, “Sacro Gra”? È un grande film? Uno di quei film di cui si dice “da non perdere”?
Purtroppo, l’ho visto. E vi dico: “Potete tranquillamente perderlo”. Il film (o documentario) pone due problemi: che un progetto del genere ottenga i fondi per essere realizzato e che vinca il primo premio a un festival importantino.  
Vedo che anche altri dicono queste cose sui giornali, ma il regista ribatte stizzito: “Però faccio soldi, il film incassa”. È possibile. Ma i film hanno un destino economico molto diverso da altri prodotti dell’arte, per esempio i libri. Un libro che esce sul mercato si espone al fuoco della critica per sei mesi, mezzo anno. In sei mesi, se il libro non vale, il lettore viene a saperlo e non lo compra. Anzi mette in moto il tam-tam telefonico, parlandone agli amici. Invece un film rastrella i giudizi della critica in una settimana, massimo due: se il produttore ci tiene, accompagna la prima uscita con una sventagliata di critiche benevole: può anche organizzare un’anteprima solo per i critici amici, e poi mandare il film nelle sale con i loro giudizi. Il successo economico è assicurato, dopo di che, chi s’è visto s’è visto. Ma “Sacro Gra” ha un avallo molto più alto e nobile: ha un Leone d’Oro. Prima che la critica faccia in tempo a mettere in guardia il pubblico, il film avrà fatto l’affare. Il regista fa già sapere di aver ricevuto proposte da San Francisco, dalla Russia e dall’Australia. Ma questo non paralizza la critica: ho visto giudizi pesanti di Curzio Maltese, di Pupi Avati, del Giornale, perfino della stampa internazionale, come Variety. Pupi Avati osserva che non si dà il Leone d’Oro a un regista che non  ha mai mostrato di saper dirigere un attore. Variety sentenzia: “Si sente l’idea, ma non c’è il risultato”. Cioè: quando esci dalla sala, non ti rimane in testa nulla. Il Giornale: “Restano indimenticabili gli sbadigli”. Qualcuno cita, per elogiare il film, il precedente di Fellini, Roma. Ma Roma era grandioso. La sequenza finale di Roma è proprio sul Grande Raccordo Anulare, il GRA: ma la cavalcata dei motociclisti in Fellini ha qualcosa di angelico e diabolico, come la cavalcata delle Walkirie in Wagner. Il sindaco di Roma: “Speriamo che dopo il Leone d’Oro Roma sappia valorizzare questa sua circonvallazione”. E infatti appende striscioni sui cavalcavia. Ma non significa niente che alla proiezione di Venezia il film sia rimasto morto e non abbia smosso applausi? Eppure erano 15 anni che s’aspettava un Leone d’Oro italiano. I calchi felliniani (le puttane, gli oranti cattolici, i nobili spiantati, i moribondi...) non fanno altro che sollevare il rimpianto per la grandezza con cui Roma fu sentita e trattata. Qui perfino il Grande Raccordo sembra un banale cavalcavia di una città minore: poco traffico, caravan, baracconi, qualche aereo sulla testa. Siamo tutti della stessa idea: il cinema italiano ottiene poco nel mondo, Cannes lo snobba, Los Angeles lo disprezza. Ha bisogno di un rilancio, se no muore. Ma bisogna partire con un’opera che inchiodi gli spettatori fino alla fine, non un documentario che gli spettatori se ne vanno dopo mezz’ora. Noi dobbiamo valorizzarci, ma premiando le opere di valore e castigando le altre. Non l’inverso. Questo Leone d’Oro non innalza il nostro cinema, ma abbassa il nostro Festival.

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