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Ferdinando Camon

Ogni guerra è una catastrofe morale

"Avvenire" 28 agosto 2013
 

Ci risiamo: tornano le sagome dei cacciabombardieri sui giornali, quelli di costruzione americana e quelli di costruzione russa. In basso c’è la cartina della Siria, costellata di postazioni missilistiche, in alto volano le sagome di questi aerei, dalle cui ali si staccano i missili, che vanno a colpire le rampe nemiche. Sono fotografie di guerra? No, perché la guerra non c’è. Sono disegni, prefigurazioni della guerra, previsioni, che in un certo senso hanno (questo voglio dire) un valore ottativo. Devo fare una confessione al mio lettore, per fargli meglio accettare quello che sto per dirgli. Nella mia città è apparso anni fa un serial killer. Ha ucciso un tassista, poi un altro, poi una donna… Sempre con la stessa pistola e la stessa tecnica. C’è un giornale locale nella mia città, e aveva allora un direttore mio vecchio amico. Ottima persona, bravo, preparato, con un buon senso morale. Adesso non c’è più, un cancro l’ha portato via. Al terzo delitto lo chiamo per una chiacchierata, e gli dico: “Ma guarda te, adesso in questa città abbiamo anche un serial killer, cosa ne pensi?”, e lui fulmineo: “Averne!”. Ecco l’esclamazione ottativa.
Guardo queste mappe militari sui giornali e mi dico. “Io non saprei disegnarle, non ho i dati”. Chi le ha disegnate, per i nostri più diffusi quotidiani, sa quanti caccia americani ci sono in zona, sulle portaerei acquattate nelle acque di fronte alla Siria, e quanti missili, e la gittata di quei missili, e la loro precisione, e il peso della loro carica, e la potenza distruttiva. Il numero dei missili sganciabili dalle portaerei non è altissimo, altissimo è il numero dei missili negli arsenali siriani. Tanto da farmi venire il sospetto che sia sbagliato, forse intenzionalmente. Ma non essendo in grado di valutarlo, mi taccio. Il problema tattico-strategico (ma direi soltanto tattico) è: poiché l’attacco dalle portaerei dev’essere preventivo, e cioè di sorpresa, sono in grado i loro missili di penetrare nei bunker che custodiscono gli arsenali nemici e farli esplodere? Apprendo, io ignorante (e me ne scuso), che un conto è la capacità esplosiva di un missile che piomba dal cielo, altro conto la sua capacità penetrativa. La carica deve esplodere dopo che il missile ha finito la sua penetrazione nel bunker, oppure con l’esplosione deve continuare la sua penetrazione, proiettando la sua potenza distruttiva in avanti. Saddam s’era costruito un rifugio in cemento armato interrato sei piani, ma le esplosioni dei missili lo squarciarono. Da tempo le cariche possono non disperdere la loro potenza in direzione sferica, ma in una sola direzione lineare: fanno così, per esempio, i razzi anticarro. In previsione di ciò, Saddam s’era nascosto in una specie di tomba singola, un metro sotto terra, in luogo sperduto, e aspettava leggendo Delitto e castigo di Dostoievski. Fu scovato perché un amico lo tradì, il che dimostra che la bomba più tremenda da temere è il tradimento. Ma che cosa ottengono nel lettore queste cartine militari, resoconto anticipato di una guerra che ancora non c’è, e che noi speriamo, per il bene dell’umanità, che non ci sia mai? Spostano il senso della guerra dal campo morale, nel quale è e deve sempre restare, al campo intellettuale. Ogni guerra è sempre una catastrofe morale, che contiene milioni di catastrofi morali. Ma vista così, diventa un fatto strategico. Un confronto di potenze e di cervelli. Fa del lettore uno stratega da osteria. Viene in mente quella poesia di Trilussa, in cui uno di questi strateghi fai-da-te combatte la sua guerra su un tavolo d’osteria, spiegando la sua strategia ai compagni: Questo piatto è il nemico, sposto qui il pepe e qui il sale, il nemico è circondato, e che je resta? “Er cameriere je rispose: Er conto”.
 

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