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Ferdinando Camon

Si può applaudire ai funerali?

"Avvenire" 3 agosto 2013
 

 

Quando a una domanda ti vengono due risposte, accontentarsi di una vuol dire accontentarsi di mezza verità, cioè di una bugia. È un vecchio detto, valido in molti campi, soprattutto in psicologia, e in psicanalisi, che è la sua versione moderna. Questo detto mi viene in mente ora che leggo sui giornali la discussione sugli applausi e i discorsi ai funerali. Un parroco del trevigiano li sconsiglia. Sono un segno di non-fede? Trattano il morto come se non fosse morto? Come personaggio, come divo? Non tengono conto che il morto è in un'altra dimensione, che il funerale non è uno spettacolo teatrale, e che i fedeli non sono spettatori tenuti a esprimere un gradimento?
Ci sono applausi e discorsi che disturbano, stonano, sono fuori-luogo, e altri che consolano, non li avevi previsti ma sei contento di sentirli. Abbiamo visto funerali di vittime della criminalità, rappresentanti delle istituzioni, dirigenti, militari. Quando vediamo quei funerali, in piazza o in tv, sentiamo che gli assassini li stanno guardando insieme con noi. Chi applaude comunica una scelta: stiamo con coloro che sono stati uccisi, stiamo contro chi li ha uccisi. Le vittime hanno ragione, voi uccisori avete torto. Finché vivremo, le vittime vivranno dentro di noi. I funerali dei giusti accompagnati da applausi o discorsi confortano, accompagnati dal silenzio sgomentano. Il silenzio dà l'impressione che il morto ha ragione ma i vivi non hanno il coraggio di dirglielo, e dunque il morto ha perso, e poiché vittoria o sconfitta si legano alla ragione o al torto, il morto ha torto. Gli applausi appena il feretro esce dalla porta della chiesa, e si affaccia sulla piazza, sono un segno di vitalità della nazione. Ben vengano. Le tv che li trasmettono fanno un'opera di educazione sociale. Certo, dentro la chiesa si svolge un rito che ha le sue regole, a cui gli applausi sono estranei. Nel rito sempre più spesso entrano i discorsi degli amici del defunto, e questi discorsi completano la coralità dell'addio, purché tengano conto che addio significa a Dio. Un discorso del genere si può fare anche al funerale di Pasolini o di Moravia. Mi dispiace che non sia stato fatto. E sono convinto che loro l'avrebbero gradito. Mi càpita sempre più spesso di andare al funerale di amici docenti universitari, e assisto al triplice alzabara nel cortile vecchio: tutti i famigliari e gli amici assistono, anche colleghi, anche studenti, e l'impressione è che tutti sentano il triplice alzabara come il sigillo dell'immortalità. Sei morto, la morte ti porta via, ma l'università ti stima e ti onora, non vuole lasciarti partire, per tre volte richiama giù la tua bara, finché si rassegna ma con dolore, e il suo pianto sono i rintocchi della vecchia campana. Le mani dei presenti che toccano la bara, specialmente di un parente, sono mani amiche che si posano sulla spalla, a confortare, a far compagnia, come per dire: Siamo ancora qui, non è cambiato nulla, non avere paura. La morte è la fine, ma non dell'amore bensí dell'odio. La vittoria sull'assassino che tu ti aspetti è il suo pentimento, non la sua uccisione. Cioè: la morte del suo sistema, non di lui soltanto. Due uccisioni non fanno una resurrezione. La morte è la perdita di tutto, e la paura di ogni perdita parziale che noi soffriamo (un'amicizia, un amore, un lavoro, la salute...) non è che una prefigurazione della perdita assoluta, la fine. Tutti piangono, quando muore il principe Andrej, ma i più vecchi, dice Tolstoj, piangono perché ci vedono la "propria" morte. A un funerale le manifestazioni di dolore sono proporzionali alla credenza che l'addio sia definitivo: se è definitivo, non resta che la disperazione. Perciò le scene di estremo dolore non sono coerenti col rito religioso. Pochi giorni fa un parroco del trevigiano ha dichiarato che in chiesa non si devono sentire grida o pianti, e si può essere d'accordo con lui. Lutto e fede sono due contrari. Lutto e poesia invece vanno d'accordo. La prima poesia fu inventata per esprimere il lutto, forse fu di una madre per la perdita del figlio. Lo esprime, ma non lo supera. Il canto "A Silvia" termina con la mano che indica la fredda morte e una tomba ignuda. Si può leggere nelle scuole, chi l'ascolta non lo dimentica più. Ma non si può leggere nelle chiese. Il tempo su cui lavora la poesia si conclude con la morte, il tempo su cui agisce la fede è da lì che parte.

 

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