Pubblicità - Advertisement
Il sito ufficiale di Ferdinando Camon

Ferdinando Camon

Il Papa a Lampedusa: noi siamo come Caino?

Quotidiani locali del Gruppo "Espresso-Repubblica" 9 luglio 2013
 



“Caino, dov’è tuo fratello Abele?”: nell’omelia del Papa, a Lampedusa, Caino siamo noi, gli immigrati morti in mare sono nostro fratello Abele. Dunque non siamo colpevoli di scarsa solidarietà, d’incuranza dei mali altrui, d’indifferenza, no: siamo colpevoli di omicidio. Di più: di fratricidio. “Il sangue di tuo fratello grida fino a me”: ci sono due modi di citare questo versetto biblico, uno dice: “grida  a me”, l’altro dice: “grida fino a me”. Il Papa ha scelto il secondo. Nel secondo il grido è più acuto, va più lontano: arriva fino al cielo. Dunque gridano, i naufraghi, al momento di morire? Non ci abbiano mai pensato. Perché non abbiamo mai ascoltato le loro voci. Ma gridano certamente, uomini e donne, sbalzati su e giù dalle onde, in lotta contro la strapotenza degli elementi. Gridano, ma noi non li sentiamo. Perché? Perché, dice il Papa, siamo chiusi nella “bolla di sapone” del benessere. Il benessere è il nostro traguardo, noi vogliamo “star bene” non nel senso di essere felici ma nel senso di “aver soldi”. L’aver soldi ci chiude nella bolla dell’isolamento, ci separa dall’umanità. Aver soldi ci obbliga a difendere i soldi. E chi potrebbe portarceli via? Chi non ne ha. I poveri. E i migranti che vengono qua per mare sono così poveri che pur di uscire dalla povertà rischiano la vita, pensano: meglio morire piuttosto che vivere così. Noi diciamo: sono sfortunati, un destino maligno li perseguita. Ma Abele non era sfortunato, e non era perseguitato dal destino. Abele era perseguitato dal fratello, era una sua vittima. Abele muore, e Caino si chiude nell’indifferenza, riesce perfino a fare dell’umorismo: “E che, sono forse io il custode di mio fratello?”. Se mio fratello muore, è un problema suo. E così noi: “Vengono per mare, fanno naufragio e annegano? È un problema loro”. Di fronte a questa catastrofe, non riusciamo a provare solidarietà né prima, né durante, né dopo. Prima: cosa facciamo perché non muoiano di fame e di malattie a casa loro? Durante: com’è possibile che in un braccio di mare largo 120 chilometri siano morti in 20mila? Dopo: quando vediamo che arrivano in trenta e altri trenta sono morti annegati, “quanti di noi piangono?” chiede il Papa. Per noi, i trenta che arrivano sono trenta problemi e i trenta annegati sono trenta problemi in meno. Il Papa ha detto: “Non sappiamo più piangere”. È vero, la vita è una competizione, e la competizione ci obbliga a correre, chi si ferma è perduto, e nostro dovere è lasciarlo lì e continuare a correre. È la selezione fatta dalla storia. Se loro cadono, è giusto che cadano, non sanno correre. Poiché far soldi è questione di capacità, volontà, sacrificio, insomma merito, se loro sono poveri, qualche colpa ce l’avranno. “Piangere è una grazia” dice invece il Papa. È una grazia nel senso che è una facoltà data dalla natura, ma noi abbiamo lavorato tanto con la cultura e l’istruzione per sostituirla col cinismo e l’indifferenza. Stiamo creando la “globalizzazione dell’indifferenza”, dice ancora il Papa: significa che tutti i sistemi di civiltà del mondo concordano in un punto, nessuna pietà per chi cade, chi si ferma è perduto. Siamo esattamente come nella parabola del Buon Samaritano: stiamo andando per la nostra strada e ai margini vediamo un viandante malconcio, lo hanno derubato e pestato a  sangue, a noi dispiace, pensiamo che i rapinatori  che l’han ridotto così son dei banditi e speriamo che la polizia li catturi e li punisca. Ma non possiamo fermarci, non sapremmo cosa fare. Solo uno si prende cura del ferito, lo medica come può, lo porta in una locanda, paga l’oste perché chiami un medico, e promette che tornerà. Lo fa perché è buono, nessuna legge lo obbliga. Nell’omelia di Papa Francesco si sente quest’accusa: è il sistema che deve prestare aiuto, lo Stato, l’Europa, tutti. Lo scontro tra etica cristiana ed etica borghese c’è sempre stato. La prima dice: “Ricordati dei tuoi fratelli”, la seconda risponde: “Io non ho fratelli”. Mai lo scontro ha toccato livelli così alti come ieri.

PS. Eventuali e-mail di consenso o dissenso vanno tra i "Dialoghi con i lettori". Chi non desidera che la propria email sia pubblicata, è invitato a dichiararlo. Chi taglia questo articolo e lo incolla nel proprio blog, è tenuto a citare il sito di provenienza, www.ferdinandocamon.it

Contattare il webmaster | design © 2005 A R T I F E X
© 2001-2005 Ferdinando Camon.
Ai sensi della legge 62/2001, si precisa che il presente sito non è soggetto all'obbligo dell'iscrizione nel registro della stampa, poiché è aggiornato a intervalli non regolari. Il sito è ospitato da Register