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Ferdinando Camon

Berlusconi condannato: siamo tutti umiliati

Quotidiani locali del Gruppo "L'Espresso-Repubblica" 25 giugno 2013
 


Scrivo tenendo aperto il sito dell’Ansa, alle 17,27 lo schermo traballa, scoppia la bomba, la voce roca della Santanché dice: “Mi vergogno!”, “È un’onta!”, intorno voci maschili ritmano: “Ver-go-gna, Ver-go-gna”, altre piangono: “Italia libera!”, si capisce che Berlusconi è condannato. L’accusa aveva chiesto sei anni, ne ha avuti di più: sette. Supercondannato. In sottofondo, canti di gioia: “Dov’è la vittoria - le porga la chioma…”. Teste che traversano da sinistra a destra e da destra a sinistra, persone che scappano o che vengono, un brusio ininterrotto, dialetti del Nord e del Sud, sulle teste volteggiano cineprese di tutte le tv, europee, americane, arabe… Oggi il cuore della Storia batte qui, e batte convulso. Un uomo agita i pugni in aria: “Prima alle spalle dei giudici c’era la frase: ‘La legge è uguale per tutti’, adesso per decenza l’hanno tolta”. Un altro agita un cartello quadrato, su cui sta scritto a caratteri massicci: “Giustizia Legalità Dignità”. Una donna passa tutta curva, ha una faccia tristissima, regge con ambedue le mani, stringendola al petto, una statuetta della Madonnina. È una massa umana travolta. La condanna di Berlusconi li sradica dalle loro convinzioni e li trascina via come una piena. Non erano preparati. Sono impazziti e spaventati. È la fine del mondo. Urlano, piangono, litigano. Ognuno sente tutti gli altri come nemici.
Se questa notizia è una piena, per reggerla bisognava avere dentro di sé una diga. E la diga è la seguente convinzione. Se un potente è assolto, resta sempre il dubbio che sia colpevole. Se un debole è condannato, resta sempre il dubbio che sia innocente. Quand’è che la sentenza tranquillizza di più, va rispettata e meditata? Quando condanna un potente o assolve un debole. In questi casi si può pensare che il Diritto soppesa le accuse e le prove, non tiene conto degli eserciti o delle banche o delle reti televisive o dei voti che si raccolgono sul nome del processato. Su quel nome gravano soltanto le prove e le testimonianze, favorevoli o contrarie.
In quale di questi casi rientra il processo a Berlusconi per prostituzione minorile e concussione? L’abbiamo appreso ieri sera, alle ore 17 e 27 minuti. Nella vibrazione nevrotica dell’ansia collettiva rimbombavano le parole: “Condanna a 7 anni e interdizione a vita”. È come se, sul groviglio tumultuoso delle accuse e difese, fosse suonata la parola definitiva, che dice: “Sic est”. Da quest’ora e questo minuto, si può usare una fonte ufficiale e sostenere che il bunga bunga è vero. Le cene eleganti erano orge o orgette di sesso. Le migliaia di euro che passavano dalle mani degli adulti alle manine delle ragazze, tra cui una minorenne, erano compensi per prestazioni sessuali. A quell’ora e quel minuto esatti la storia italiana ha fatto un salto. Lo strapotere di un ricchissimo uomo politico, padre-padrone di un partito che ci ha dominati a più riprese, e di un sistema comunicativo che entra casa per casa, s’è infranto su una meschina, immonda, pietosa storiaccia di sesso che vede insieme un vecchio e una bambina, una minorenne non ancora ragazza. Aspettiamo il testo, se sminuisce la nostra vergogna ne avremo sollievo. Per ora dobbiamo cercare di tirar le conclusioni di una condanna che supera le richieste dell’accusa. Amici o nemici di Berlusconi, ci sentiamo tutti umiliati. Chi lo ha votato perché non aveva capito, chi non lo ha votato perché non è riuscito a farsi valere. Se hai una causa e la causa vince, il merito è suo, se perde, la colpa è tua. Berlusconi non è sempre stato così, lo è diventato quando ha capito che poteva diventarlo. Che di fronte a lui non c’era opposizione. Neanche la Chiesa, che a lui (divorziato) continuava  a dare la comunione. Il suo potere era assoluto. Allora l’ambizione è diventata sfrenata, il potere s’è messo al servizio del vizio, e il vizio s’è incanalato verso il denaro e il sesso. Non aveva nessun bisogno delle montagne di euro che è accusato di aver esportato, della gigantesca azienda editoriale che ha scippato con la corruzione a un rivale, non aveva bisogno nemmeno di orge e orgette se voleva un sesso extra: aveva tutto, poteva goderselo con discrezione. L’affarista, l’imprenditore, il politico, avevano successo. Era l’uomo il punto debole. Questa è una condanna sull’uomo. E l’uomo, crollando, trascina con sé il capo-partito, il premier, il marito, l’imprenditore, il re delle tv, il padre, il comunicatore. Guardo la facciona di Ruby, e mi chiedo: Valeva la pena? Ma no, Berlusconi sbagliava anche come amante.

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