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Ferdinando Camon

Siamo sull'orlo di una guerra civile?

Quotidiani locali del Gruppo "Espresso-Repubblica" 11-12 giugno 2013
 


C’è un problema inquietante, e non osiamo affrontarlo. Lo ha indicato pochi giorni fa il presidente dei Giovani Industriali: il degrado sociale ed economico in Italia è tale, ha detto, che potrebbe “sfociare in una rivolta”. Le rivolte scoppiano quando non c’è più speranza. La morte di ogni speranza fa entrare negli animi l’angoscia, e la rivolta è la ribellione all’angoscia, è la furia di chi vuole uscire da una trappola che lo inchioda. È strano che queste dichiarazioni le abbia rilasciate il presidente dei giovani della Confindustria, e non qualche sindacato: perché rispecchiano la disperazione dei lavoratori che non sanno più come vivere. La presidenza dei giovani confindustriali accusa la classe politica di esprimere da troppi anni soltanto politici e nessuno statista: da troppi anni dai nostri governi non viene fuori uno straccio di idea sul prossimo futuro, sui prossimi 10 anni. Si succedono governi che parlano molto, programmano poco, non realizzano niente, e rimandano continuamente. Rientra anche Letta tra questi governi del non-fare e del rinviare? Sono sempre più numerosi quelli che rispondono di sì: quando ha assunto il governo, ha annunciato pubblicamente che in due settimane avrebbe varato la nuova legge elettorale, son passati mesi e la legge, invece di avvicinarsi, s’allontana. Sui siti dei giornali queste notizie vengono pubblicate con l’accompagnamento di sondaggi volanti: ai lettori che le leggono si chiede “Dopo questa lettura ti senti triste?”, risposta: zero, “Stupito?”, risposta: 1, “arrabbiato?”, risposta: 160. Dobbiamo stare attenti: la tristezza non è portatrice di rivolta, ma l’arrabbiatura sì.
Dal vecchio Tremonti ad oggi la tattica governativa non è cambiata: si annuncia sempre che la risalita, se non avviene oggi, avverrà però domani, è questione di mesi. Tremonti ripeteva: noi non siamo il problema, noi siamo la soluzione del problema. Dopo tante illusioni-delusioni, queste profezie non vengono neanche più pubblicate, sono cestinate come spazzatura. L’ultimo grande venditore d’illusioni è stato Monti: un po’ alla volta il giudizio stroncatorio su Monti diventa definitivo, annunciava di portare rigore-equità-crescita, ha portato un rigore iniquo, spremendo le classi povere, quindi profonda iniquità, e una crescita, sì, ma della disoccupazione. Evidentemente, le strutture dello Stato economico erano molto meno modificabili di quanto lui credesse. Tuttavia ha varato una norma che tutti ritenevamo giusta. E cioè che i grandi pensionati, con pensioni di oltre 90mila euro all’anno, lasciassero una piccola quota, a partire dal 5%, a un fondo per la creazione di nuovi posti di lavoro. Venerdì scorso la Corte Costituzionale è intervenuta per dichiarare quella norma illegittima. Il più diffuso giornale italiano, specchio della buona borghesia, ha definito questa sentenza della Corte Costituzionale “vergognosa”. Pochi mesi fa la stessa Corte Costituzionale aveva bocciato un’altra norma, che voleva porre uno stop agli stipendi nella Pubblica Amministrazione superiori ai 90mila euro. E così, in basso c’è gente schiacciata dalla crisi che si spara al cervello, in alto ci sono potenti personaggi che percepiscono da 90mila euro in su senza far niente, e non sono disposti a perdere neanche un centesimo. A sottoporre alla Corte Costituzionale la questione della non-legittimità del prelievo sulle pensioni d’oro, è stato un magistrato già presidente di una Corte dei Conti regionale, che è in pensione dal 2007 con un trattamento superiore ai 90mila euro. La Corte Costituzionale ritiene questi prelievi in contrasto con gli articoli 3 e 53 della Costituzione, che affermano il principio di uguaglianza. Ma dunque, la coesistenza di pensioni d’oro e pensioni da fame salvaguarda il principio di uguaglianza? Si può uscire da questa crisi nera senza toccare le malfunzioni di un sistema retributivo e pensionistico palesemente inique? Non è questo che pensano, coloro che temono la rivolta?

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