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Ferdinando Camon

Quirico: cosa vale di più, la verità o la vita

"Il Mattino di Padova", "La Tribuna di Treviso", "La Nuova di Venezia e Mestre", "Il Corriere delle Alpi" di Belluno 8 giugno 2013
 


Un giornalista italiano, entrato in Siria, nell’area più infestata dalla guerriglia, non dava più notizie di sé da 58 giorni, e improvvisamente l’altro giorno ha chiamato al telefono la moglie: in pochi secondi ha detto che è vivo e sta bene, poi è caduta la linea. Non sapremo più nulla, chissà per quanto tempo. Non sappiamo se sta veramente bene, se è prigioniero dei ribelli o di una banda di predoni, se vogliono ucciderlo o ricavarne un riscatto. Non sappiamo se tornerà o no. Il giornalista, Domenico Quirico del quotidiano “La Stampa”, sta pagando un prezzo enorme. A che cosa? Alla ricerca della verità. Quella verità di cui sono fatti i giornali. I rischi smisurati a cui va incontro un giornalista spiegano quanto sia importante un giornale, un telegiornale, un’informazione: scoprire una verità che il mondo ancora ignora, e raccontarla per primo all’umanità,  è il senso della vita. La verità è più nascosta là dov’è più importante. Per esempio nelle guerre, nelle guerriglie, nelle rivoluzioni, nelle insurrezioni. Nelle rappresaglie. Nelle repressioni. Sappiamo poco perché c’è una parte, quella che ha il potere, che vuol nascondere quello che fa, e un’altra parre, quella che vuole conquistare il potere, che usa tutti i mezzi, anche ignobili. Ambedue vogliono che non si sappia, né adesso né mai. Nascondere le porcherie che fanno è fondamentale per mantenere o conquistare il potere. Grazie ai giornalisti che sono entrati nelle zone-tabù, noi oggi sappiamo che in quelle zone avvengono misfatti di ogni genere: chi occupa il territorio lo mantiene col terrore, bombardando e bruciando, chi si ribella al potere scatena un altro terrore, anche sui civili, perché il terrorismo è l’arma di chi non ha esercito, e dove tutti usano tutte le armi, nascono le bande armate, che possono stare con i ribelli ma cercano un guadagno per conto proprio. Dove c’è guerra o guerriglia o terrorismo, si ammazza con facilità, la vita non vale niente. Noi, da casa nostra, “costruiamo” i guerriglieri e i banditi sulla base delle poche informazioni ideologiche e religiose che abbiamo, ma non li conosciamo veramente, non sappiamo cosa sono come uomini, come religiosi, come vivono, dormono, si parlano, si spostano… “Costruiamo” le sofferenze del popolo bombardato, ma non le conosciamo veramente, non sappiamo cosa succede quando una casa è sventrata e brucia, la gente muore o scappa, il nemico arriva e occupa… Quirico diceva: “Non sappiamo più turbare il lettore”. Il lettore legge crimini ogni giorno sul giornale, ma ci scivola sopra con indifferenza, con insensibilità, vede massacri in ogni tg, ma il suo occhio passa da una scena all’altra, l‘orrore è diventato normalità. Perché è un orrore di maniera, di routine, non ha niente di originale. È un orrore non-vero. Per descrivere l’orrore vero, lo devi vedere dal vero. Per vederlo, devi andare sul posto. Vedendolo, scopri che è sempre diverso da come tutti se l’immaginano. La visione di questa diversità, questa originalità, questa verità, è il premio al rischio che corri andando là. Gli inviati di guerra sono una razza speciale di giornalisti. Si dice: “Amano il rischio”, ma non è vero. Amano la verità che vedono sfidando il rischio. Quella verità poi ce la raccontano.  Perciò i giornalisti, che vanno a caccia di verità, sono i nostri occhi: senza giornalisti noi siamo ciechi. Nel marasma delle zone in guerriglia non c’è nulla di legale: sia una parte che l’altra cercano di attirare i non-schierati, i volontari, pronti a combattere per un premio che poi avranno, ma anche per un premio che possono darsi da se stessi, subito. Catturando ostaggi e ricattando le famiglie o gli stati a cui appartengono. È possibile che la condizione del nostro giornalista sia questa. Anche i giornalisti, per entrare, battono strade illegali, mescolandosi a carovane di contrabbandieri. La verità è sporca, non puoi averla senza sporcarti. Quando Quirico tornerà, ci dirà tutto, e il suo racconto dilagherà su tutti i giornali, compreso questo. Su questa guerra sporca sapremo cose che ancora non sappiamo. È perché noi impariamo che il giornalista rischia la vita.

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