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Ferdinando Camon

Chi merita l'immortalità, cristiana o laica?

Uscito nel 1978, "Un altare per la madre" continua a venire ristampato in Italia (Garzanti), Francia (Gallimard), Argentina (Losada), Stati Uniti (Northwestern), e altrove. E a venir tradotto, in sempre nuove lingue. Quest'anno vien tradotto in Catalogna, presso l'editrice Minúscula, Barcellona. Per l'occasione l'autore ha scritto questa nuova prefazione.

“Un altar per la mare”, trad. Miquel Izquierdo, ed. Minúscula, Barcelona, 2013
 
Questo racconto l’ho riscritto 19 volte, ma l’editore italiano ha scelto la terza stesura, che è questa. Mi ha detto: “Poi lei è impazzito”. Aveva ragione. Con la ventesima stesura non riuscivo ad andare avanti, avevo perfino delle disgrafie. Non riuscivo più a scrivere la m con un solo tratto, dovevo tracciare tre gambette verticali  e poi congiungerle in alto con una linea orizzontale. La lotta con la scrittura era diventata una lotta con la grafia. Non capivo cosa avessi scritto, mi sembrava una storia contadina come le precedenti. Ma quando il libro stava per uscire in Francia da Gallimard, ricevetti una richiesta dal traduttore, Jean-Paul Manganaro: “Posso dedicare la traduzione francese a Roland Barthes?”. Era morto da poche settimane. Risposi: “Mi onora”. Mesi dopo era pronta la traduzione rumena, la traduttrice mi chiama al telefono: “Posso dedicare la traduzione rumena a mia figlia? È morta da poco, in un incidente”. Girava da pochi mesi la traduzione americana, quando mi chiamò uno scrittore di New York, comunicandomi: “Sono ebreo, è morto mio padre, e al funerale vorrei leggere tre pagine del suo libro”. Ci fu un convegno di scrittori italiani e francesi a Roma, all’Istituto Francese di Cultura, diretto da Paul Bedarida, ci vado, e Bedarida mi chiama in disparte per dirmi: “Mia moglie ha perso la madre da un mese, ci tiene a dirle che il suo libro le è di conforto”. In Francia il libro si chiama Apothéose, negli Stati Uniti Memorial, in Brasile Imortalidade. Una scrittrice della Lettonia m’informa che sta preparando la traduzione, ha un lutto privato da colmare, appena la casa editrice avrà trovato la carta stamperà il libro. Un paese islamico, in via di progressiva integralizzazione, traduce il libro col titolo Immortalità (l’Islam non ha altari, non sa cosa siano). Vado a presentarlo, a Istanbul. C’ero stato altre volte, per altri libri, e non mi avevano trattato bene. Sì, molti onori, banchetti, incontri con scrittori turchi, conferenze all’università, ma anche un sentimento di distacco: loro si sentivano nella verità, me, scrittore euro-occidentale, mi sentivano nell’errore. Pensavo: “Se mi facevano sentire il disprezzo per i romanzi contadini, chissà stavolta, con questo romanzo cristiano!”. Sorpresa: è il mio libro che hanno amato e apprezzato di più, mi portano a parlarne alle tv e nelle madrasse, che sono aulette ricavate nel perimetro esterno delle moschee. Pensavo: gli integralisti sono mistici, e questo è un libro mistico, tutti i misticismi nel mondo si toccano.
In quel periodo uscì in Italia l’ennesima edizione di un libretto di Jung che non avevo ancora letto, Il simbolismo della messa. Lo leggo. Jung sostiene che in tutte le civiltà, da quelle pagane, greca e romana, a quelle tribali, africane, e quelle dell’America pre-colombiana, per finire a quelle di oggi, i riti di salvezza passano attraverso fasi che si ripetono uguali: c’è una morte, per vincere la morte vien costruito un simbolo che richiami il morto, lo si consacra, lo si offre a nome della comunità, in una cerimonia celebrata da qualcuno che dev’esserne degno. Nel rito della messa, queste fasi si chiamano consecratio, oblatio, communio… Mi son sembrate esattamente le fasi attraversate dal libro: la morte, la costruzione dell’altare, la consacrazione, l’offerta… Il libro racconta dunque l’invenzione di un rito di salvezza, possibile, oggi, solo nella cultura arcaica della civiltà contadina. Non è un libro che ho scritto io, è un libro scritto dalla civiltà contadina, attraverso di me. Se il libro “funziona” anche in altre parti del mondo, è perché ci sono dei collegamenti sotterranei tra campagna, campagne, meseta, pampa, puszta…: le civiltà contadine si richiamano una con l’altra, lungo la superficie del globo. In ogni famiglia di campagna la madre è la colonna portante. Se muore la madre, la famiglia si disgrega. Recuperare la madre dalla morte, vuol  dire recuperare la famiglia dalla disgregazione. Salvarsi. La Storia ufficiale insegna che l’immortalità è dei potenti, la civiltà contadina insegna che il forte, il ricco, il sapiente, l’artista non sono figure primeggianti, perché al di sopra di tutti sta il buono. Una figura buona, anche se miserabile, incolta, analfabeta, malparlante, malvestita, scalza, mai notata da nessuno, mai fotografata, mai ascoltata, mai ringraziata, può meritare l’immortalità più di condottieri, banchieri, politici, avventurieri. Non è la forza che salva l’umanità. Ma quella particolare forma di amore che si chiama “bontà”. Io non ho dubbi che il personaggio che descrivo qui si sia salvato, meriti ricordo e sia nella gloria. Non so quanti personaggi della grande storia ufficiale, gli ultra-potenti, i super-vincitori, i dominatori globali, si siano salvati e meritino memoria. Forse nessuno.
 
Ferdinando Camon, 2013
 
 
 
 
Dopo il frontespizio e prima del testo:
Quando moriva un amico, gli antichi gli mettevano in bocca una moneta, affinché potesse pagarsi il viaggio nell’aldilà, per incontrare i giusti, i buoni e gli eroi. Quando sarà il momento, voglio che questo libro mi sia messo tra le mani come un lasciapassare: l’ho scritto per questa ragione, e per nessun’altra.
 

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