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Ferdinando Camon

Chi merita la cittadinanza italiana

Quotidiani locali del Gruppo "Espresso-Repubblica"8 maggio 2013

 

È in corso un grande e delicato dibattito sulla stampa: se facilitare e allargare la concessione della cittadinanza italiana agli immigrati. La proposta (anzi: l’impegno) parte dalla nuova ministra per l’integrazione, Cécile Kyenge, italiana di origine congolese. La ministra vuol far passare il diritto di cittadinanza dal ius sanguinis (spetta ai figli di genitori o di un genitore italiano) al ius soli (spetta a chi è nato qui). Si è nel progresso e nella giustizia, immettendo più facilmente gli immigrati come cittadini?
Ragioniamo. Per grandissima parte dell’umanità acquisire la cittadinanza italiana è un miraggio e un miracolo. Un traguardo non solo per il singolo uomo, ma per tutta la sua stirpe. Ma dare o non dare la nostra cittadinanza viene valutato, dai partiti e dall’opinione pubblica, sul nostro interesse: in chi si oppone scatta il terrore che l’arrivo di fette di umanità dal Terzo e Quarto Mondo costituisca un peggioramento della nostra popolazione, la renda più incolta, meno produttiva, meno capace di gareggiare per il futuro, e perfino più malata. C’è qui il concetto che l’italiano sia migliore dell’immigrato, e che tale deva restare.
Adottiamo per un attimo questo concetto, e domandiamoci: se essere italiano vuol dire essere figlio e continuatore di una grande civiltà, i sabotatori di questa civiltà sono italiani? Gli evasori meritano la cittadinanza italiana? Noi ci vantiamo di essere figli della civiltà romana, e il nostro Diritto è ancora impregnato di Diritto Romano. Ma Roma ha costruito e mantenuto il suo impero immettendo alle supreme cariche, civili e militari, i migliori esponenti dei popoli che inglobava. Un infermiere italiano che fa il lavativo è “nostro fratello” come un infermiere immigrato che lavora il più possibile? Uno studente di scuola media italiano che studia straccamente è italiano e un immigrato primo della classe no? Essere italiano vuol dire ereditare la storia italiana. Chi la eredita di più, chi la studia e s’impegna o chi la ignora e se ne frega? Ho parlato, invitato dai sindaci, della Resistenza in paesi dove c’erano stati partigiani impiccati. Davanti a me le scolaresche. Nelle scolaresche, bambini marroncini e bambini neri. I bambini di colore erano i più preparati, conoscevano vicende, eventi, nomi. Mi domandavo: se i partigiani sono morti per qualcosa, sono morti per chi quel qualcosa lo studia, lo ricorda, lo trasmette. Questi bambini di colore sono un motore dell’italianità. I bambini bianchi ma abulici sono un peso morto.
Ottenere la cittadinanza italiana vuol dire diventare fratelli degli italiani che son qui da sempre. E comportarsi da fratelli. Tutti i bambini cittadini italiani sono nostri figli. E noi dobbiamo proteggerli tutti. Qui viene il problema: alla fine delle nostre scuole medie, quando gli scolari hanno sui 14 anni, ci sono ogni anno bambine indiane o pakistane o di aree contigue che vengono rimpatriate e non tornano più. Che fine fanno? Sono spedite come spose a uomini adulti che loro neanche conoscono. Sono circa duemila all’anno. Essendo figlie di famiglie con la cittadinanza italiana, sono nostre figlie e nostre sorelle. E noi non possiamo tollerare che nostre figlie o nostre sorelle vengano mandate in mogli a sconosciuti. Chi reca questo oltraggio (o altri simili: cito una incompatibilità culturale, per alludere a tutte) al nostro diritto, alla nostra civiltà, al nostro senso di umanità, non è nostro fratello. Quand’è che possiamo farglielo capire? Al momento di dargli la cittadinanza. La cittadinanza si dà a chi conosce e applica la nostra Costituzione. È la Costituzione il test per selezionare chi è italiano e chi no. Osservazione: ma ci sono tanti italiani che ci disonorano, anche tra i parlamentari. Esatto. Ci sono un sacco di immigrati che meritano di essere nostri fratelli, e un sacco di nostri fratelli che meritano di esser cacciati a far gli emigranti.

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