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Ferdinando Camon

La redenzione dell'assassino sta nell'espiazione?

"Avvenire" 19 aprile 2013

È sempre triste constatare che il male fa notizia e il bene no. Il tempo ci condiziona, la civiltà che stiamo attraversando c’imbriglia. È la civiltà della super-informazione, piena di radio, tv, giornali, siti internet, agenzie di stampa. Ma i mezzi d’informazione sono nel mercato, devono vendere, e nella scelta delle notizie da pubblicare scelgono le più vendibili. Dunque: il male ha un grande mercato, il bene un mercatino piccolo.
Nei giorni scorsi Pietro Maso è uscito di carcere. Ha finito la pena, ha scontato 20 anni sui 30 della sentenza, ha avuto riduzioni per buon comportamento e per un indulto. La legge è stata applicata. Adesso è giusto che venga trattato con pieni diritti, come tutti. Tra questi diritti, c’è il diritto all’oblio, a essere lasciato in pace. Non so se ha fatto bene o male a far uscire un libro di memorie proprio adesso (per me, ha fatto male, ma è un pensiero mio personale; ricerca dell’oblio e lancio di un libro son due contrari), ma non parliamone più. Piuttosto, parliamo di un personaggio di cui nessuno parla, perché sta facendo il bene. È un personaggio legato a una storia orrenda, l’uccisione del piccolo Tommy. Lui non è l’assassino materiale, ma comunque è un complice stretto. Ha avuto una condanna a vent’anni. Li sta scontando nel carcere di Ferrara. È un ex pugile, e forse è stato scelto a collaborare all’uccisione proprio per questo. Mentre sta scontando la pena, il meccanismo della carcerazione è tale per cui gli spettano ogni anno degli sconti sul resto della prigionia, e ogni tanto dei permessi d’uscita. La notizia, che i giornali non hanno usato (non abbastanza), è la seguente: lui rifiuta i permessi premio. Dice che il male che ha fatto è troppo grande, che l’espiazione che sta scontando è troppo piccola. Ha scritto così al suo legale. Cerco di capire quale ragionamento è scattato nella mente di quest’uomo, e mi do la risposta seguente. Da colpevole s’è trasformato in giudice, giudice di se stesso, della propria colpa, e s’è autocondannato a una pena superiore a quella stabilita dalla legge. Si dice sempre: un condannato è redento quando ha scontato la pena. Non è così semplice. Scontare la pena è un atteggiamento passivo, a volte recalcitrante. Un condannato è redento quando si trasforma in giudice, stabilisce lui qual è la pena giusta che merita, non cerca sconti e sposta il pensiero dal male che ha fatto al bene che può fare. In carcere, adesso, c’è anche colui che ha ucciso materialmente il piccolo Tommy, anche lui sta scontando la condanna, ma lui preme sul suo avvocato affinché gli faccia avere dei permessi di uscita. Vuol star dentro il meno possibile. E un condannato recalcitrante. Le carceri sono piene di condannati recalcitranti. Chi ha visitato qualche carcere, si ricorderà che passando per i corridoi vede mani tendersi da destra e da sinistra, e sente bocche urlanti: “Amnistia, condono!”. Non dico tutti, ma quasi tutti vorrebbero una riduzione di pena, uscire prima; non tutti, ma quasi tutti, vorrebbero uscire subito. Dico “quasi” tutti perché alcuni stanno zitti, han fatto quel che han fatto e sentono che è giusto che stiano lì, accettano quel che la legge impone. Ciò che chiamiamo “redenzione” non è l’espiazione della pena, per tornare ad essere quel che si era prima. Ma è un rinascere per un’altra vita, con un’altra morale. Il presupposto che prepara questa rinascita non è sopportare la condanna, ma volere la condanna. Non sappiamo in quali casi ciò avvenga, perché sono casi silenti, non fanno notizia. Ma il caso dell’ex pugile che dice al suo avvocato: “Non chieda permessi di uscita per me, perché non merito di uscire”, è il preannuncio di un cammino verso la redenzione. Quando uscirà, nessuno ne parlerà. Ma se qualcuno ne parlasse, sarebbe giusto che usasse la parola rara, rarissima tra i nostri scarcerati: è un altro.       

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