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Ferdinando Camon

Ha due madri e nessun padre

Quotidiani locali del Gruppo "Espresso-Repubblica" 5 gennaio 2013



 
 
Grandi discussioni, in tutta Italia, sul bambino nato da una lesbica, convivente con una compagna. Perché  al polso del neonato è stato messo il braccialetto identificativo, identico a quello messo alla mamma, e poiché in quell’ospedale la prassi è di metterlo anche al padre ma qui il padre non c’era,  allora lo han messo al polso della compagna, con una scritta nuova: “partner”. “Partner” è un termine astuto, perché ha un’alta assonanza con “padre”. Qualcuno lamenta che è un termine straniero, e dice che si poteva tranquillamente usare “compagna”, visto che in fin dei conti si tratta della compagna di vita. Ma compagna è femminile, e qui si trattava di sostituire il termine maschile per eccellenza, “padre”, e a questo scopo “partner” serve meglio. Meglio, ma non perfettamente. Perché il partner ha un ruolo equivalente ed equipollente nella coppia, ma padre non è né equivalente né equipollente di madre. Padre è il termine (il concetto, la figura) che con “madre” forma la coppia genitoriale. Se togli il padre o la madre, non hai più la coppia genitoriale, e se questa coppia non-genitoriale ha un bambino, quel bambino viene da un terzo elemento, esterno alla coppia e sconosciuto. Qui si apre un problema mal regolato dal Diritto, e non sappiamo se e quando potrà in futuro essere regolato. In alcuni di noi sta calato il concetto che la madre biologica e il padre biologico sono figure prevalenti sulla madre contrattuale e il padre contrattuale, cioè su coloro che, per denaro o altri compensi, hanno fornito il seme o l’utero perché il bambino fosse concepito e nascesse. Ma per il Diritto non è così. In America c’è stato il caso di due coniugi, di cui lei era sterile, che hanno firmato un contratto con una donna disposta ad affittare l’utero accettando di essere messa incinta e di consegnare il bambino appena fosse nato, dietro compenso. Poi è successo che la donna incinta, quando il bambino cominciò a muoversi e a scalciare, si legò a quella nuova vita dentro di sé, e quando il piccolo nacque non voleva più consegnarlo, a nessun prezzo. Andarono in tribunale. Era un perfetto caso di conflitto tra un vincolo naturale e un vincolo commerciale. Quale valeva di più? Gli ingenui come me pensavano: la natura. E invece no. Il tribunale si fece portare il contratto, controllò che fosse in regola, e obbligò la donna a consegnare la merce che il contratto prevedeva. La merce era il bambino.
Il caso di Padova carica del ruolo di paternità una figura, la compagna della madre, che con la paternità non c’entra nulla. Così fa un altro passo avanti lo scardinamento e il reimpianto della coppia, della famiglia, dell’identità sessuale, attraverso lo scardinamento e il reimpianto della lingua. In Inghilterra, in molte scuole, quando un insegnante manda un messaggio ai genitori di uno scolaro, non dice più “al padre” o “alla madre”, perché son frequenti i casi in cui il padre o la madre se ne sono andati verso altri matrimoni, perciò la formula è “agli adulti che si occupano di questo bambino”. E così la parola “madre” viene usata molto meno di una volta. Questo disuso ha influenza anche sul bambino, perché una volta il bambino era abituato che sua madre era sua madre per tutti, ora non è più così. Qualche sera fa in tv è apparso il film “Mamma mia”, con Meryl Streep, reclamizzato come grande successo, specie tra giovani. La trama: una ventenne sta per sposarsi, vorrebbe invitare anche il padre, ma non sa chi è. Spia nel diario della madre, e trova che nell’anno in cui lei è nata tre uomini giravano intorno alla sua prossima madre, li invita tutti e tre, cercando di scoprire il padre vero, ma alla fine i tre uomini, anche loro confusi, decidono di assumersi ciascuno un terzo di paternità. E così c’è la paternità maschile, la paternità femminile, la paternità omosessuale, la paternità lesbica, e la paternità a rate o a quote. Come dire: non c’è più la paternità.
Il parto di Padova è andato bene, e questa è la cosa più importante. La madre sta bene, e questo conta. La seconda madre (o vice-padre) sta bene, e del resto non si capisce perché dovrebbe star male. Ma c’è un altro elemento, di cui non si parla mai, e che è la figura centrale quando c’è un parto: il neonato. Ha una madre e una partner della madre, ma non ha un padre, e non si dica che per lui avere padre e madre o avere una madre e una partner della madre è la stessa cosa. Perché non è vero. Dirlo è un errore non soltanto psicologico ma antropologico e naturale, perché uomo e donna, maschio e femmina, sono nella natura, e la vita nasce dalla loro unione, da quando esiste il mondo. In questa famigliola di Padova, madre più compagna della madre più figlio nato dal seme di un uomo sconosciuto, il bambino è appena nato ed è già orfano di padre. È nato orfano. Anzi: è stato concepito orfano. Poiché questi casi si ripetono in tutto il mondo, guardiamo cosa fanno negli altri paesi. In Inghilterra è nato un bambino da una coppia di lesbiche, che appena avuto il pargolo han chiesto il sussidio di Stato perché non ce la fanno. Lo Stato ha cercato il donatore del seme e gli ha ordinato di provvedere al mantenimento del figlio. L’uomo si rifiuta e va in causa, contro lo Stato e le due donne. Mi piacerebbe tanto che questo “seminatore di orfani a sua insaputa” venisse condannato, e mi dispiace di non essere un giudice britannico.

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