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Ferdinando Camon

Oggi è la fine del mondo

Quotidiani locali del Gruppo "Espresso-Repubblica" 21 dicembre 2012
 
 
Oggi è la fine del mondo. Lo dice una profezia dei Maya e il 10% degli italiani ci crede. In altre parti del mondo a crederci è il 30%. C’è da impressionarsi a leggere come pensano di salvarsi, e che cosa portano con sé, nei bunker sotterranei che si sono costruiti. Sono in vendita kit con tutto l’occorrente. In Messico i kit contengono fiammiferi (dunque resterà l’ossigeno nell’atmosfera?), un coltello apriscatole (dunque ci saranno scatole da aprire?), utile anche per scacciare gli zombie (dunque, niente uomini ma zombie in cammino per il pianeta?), cioccolata, carta e penna (ah, dunque si continuerà a leggere?), una bottiglietta di anice, che somiglia alla bevanda dei Maya. In Russia niente anice, ma vodka, più una corda e sapone. Per farne che? Corda e sapone fanno venire in mente il cappio: si olia il cappio col sapone per impiccarsi meglio?
In Cile un lavoratore su 4 ha chiesto lo stipendio ieri, perché teme di non essere vivo domani. Ma se mettiamo nelle statistiche che chi chiede soldi crede nella fine del mondo, avremmo il 100 %.
Ma perché oggi dovrebb’esserci la fine del mondo, secondo i Maya? Perché il mondo è imperfetto, gli dèi non ne sono contenti. Ragione fortissima e innegabile. Il mondo non merita di continuare. Vorrei salvar la pelle e smentire questa spiegazione, ma non ci riesco proprio. Che il mondo sia ingiusto, immondo, spietato, disumano, privo di carità, di solidarietà, di bontà, tra uomo e uomo e tra Stato e Stato, è una verità lampante. Se gli dèi ne traggono le conseguenze, siamo fritti. Oggi è il dies irae,
il giorno dell’ira. Veramente, la nostra cultura, diciamo euro-cristiana, parla di Giorno del Giudizio, ma noi, noi umanità, siamo così turpemente colpevoli, che il giorno del giudizio diventa automaticamente Giorno dell’Ira: non saremo giudicati ma saremo dannati. Nella Cappella Sistina il Cristo giudicante mulina le braccia come un’elica, e quell’elica solleva un turbine che fa vorticare le anime come foglie al vento: è il vento della collera.
Non è la prima volta che la nostra società teme la fine del mondo. Successe già nell’anno Mille, perché nell’Apocalisse sta scritto “Mille e non più Mille”. Cioè, arrivati all’anno Mille, morirete tutti, non si salverà nessuno. Poi invece si è levato il Sole e la vita ha ripreso. Ma c’era un errore in quell’interpretazione, è chiaro che “Mille e non più mille” significa “Mille e non altri mille di più”, cioè “Mille e non duemila”. Arrivati al primo giorno del 2000, stesso terrore: oggi sarà la fine del mondo. Dicono i Maya, e dice l’Apocalisse, che la fine del mondo è un atto di giustizia. Sono d’accordo. La nostra civiltà non merita di vivere. E infatti muore. Se un uomo dell’anno Mille rinascesse oggi e vedesse come viviamo, direbbe: “Ma non è più il mio mondo, il mio mondo è morto”. Verissimo. Se un uomo di oggi rinascesse fra cent’anni direbbe: “Ma il mio mondo non c’è più”. Verissimo. Dunque oggi, anche oggi, il mondo muore. Per fine del mondo noi intendiamo sempre la fine del “nostro” mondo. Qualche sera fa Sky ha mandato in onda l’ultimo film di Lars von Trier (un grande), Melanchòlia: racconta la fine del mondo perché il pianeta Melancholia sbatte sulle Terra. L’impatto, tremendo, polverizza il pianeta. D’impatti con asteroidi la Terra ne ha subìti cinque, l’ultimo avvenne 65 milioni di anni fa, e causò la scomparsa dei dinosauri. Un altro impatto avvenne 250 milioni di anni fa, e causò l’estinzione del 90% delle specie viventi. La fine del mondo è possibile, ma non è, per ora, prevedibile. Adesso userò il poeta greco Kavàfis, secondo il quale non è detto che la fine del nostro mondo sia una disgrazia. Molti presidenti (dell’Europa, dell’Euro, delle banche, dei governi…) stamattina si sono alzati, sono andati alla finestra e han chiesto: “È sparito il mondo?”, “No, presidente”, e loro: “Peccato; era una soluzione, dopotutto”.

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